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martedì 13 ottobre 2026

Parco della Valletta, la puzza di fogna: il progetto del parco urbano non ha tenuto conto degli scarichi fognari cittadini nel Corno


Consiglio comunale del 12 ottobre 2026.  C'è un odore che caratterizza il momento in cui una Giunta comunale si manifesta in tutta la sua ingiustificabile superficialità: è la puzza di fogna che grava sul parco della Valletta, opportunamente escluso da qualsiasi evento della Verde Capitale (insieme all'altro orrore "verde", il parco Basaglia).

A sinistra, foto della Grapa a lato di via Petrarca, tratta dal libro Gorizia Sotterranea, Edizioni Della Laguna, 2001.


di Martina Luciani

Ieri sera, in consiglio comunale, Andrea Picco (Noi,mi,noaltris Go!) ha sollevato la questione del terribile lezzo che grava sopra il parco fiore all'occhiello di questa balenga amministrazione. Chiedendo quanti siano le utenze rimaste senza collegamento alla rete fognaria delle circa 190 censite agli inizi degli anni 2000. Il Comune sa quanti sono gli scarichi che permangono collegati al Corno? Lo sanno i titolari delle utenze (anche no, perchè è possibile che in bolletta sia comunque addebitata la quota della depurazione)? Abbiamo idea che puzza di fogna significa inquinamento, di quello tosto? Cosa si pensa di fare?
A far da cornice alla puzza resteranno in eterno le parole dell'assessore all'Ambiente: i finanziamenti riguardavano la creazione del parco, mica l'adeguamento della rete fognaria. 
Ecco quando un amministratore, e un uomo adulto, ragiona così, esprime tutto lo sbando, l'approssimazione, l'inettitudine con cui è governata questa città. 
Non è possibile che non si sapesse che oltre ai reflui provenienti dalla Slovenia, c'erano - ed evidentemente ci sono ancora - altri collegamenti fognari sul Corno. 
Come si possa dare, in un consiglio comunale, una risposta di questo genere, io proprio non so, nemmeno al Bar Sport sarebbe accettabile. Perchè i progetti si inseriscono in uno spazio e in un tempo, non sono un rendering o una mappa avulsa dal resto, dal contesto attorno, dal prima del luogo dove si intende agire,  e un amministratore pubblico dovrebbe sapere - e se non sapesse, chiedere - farsi consigliare, indagare. Così da capire che oltre a spendere i 21 milioni e spiccioli per la creazione di un parco urbano (soldi della Regione FVG) bisognava assicurare le condizioni alla frequentazione del pubblico senza disgustose emissioni odorigene. Sennò non è un parco urbano. E' lo stesso posto infrequentabile di prima, più bello ma puzzolente comunque. 
Infine: l'assessore all'Ambiente, invece di pensare di rivolgersi agli uffici tecnici comunali, annuncia che il Comune ha chiesto una relazione sulla situazione a Iris Acqua.  Intanto se qualcuno facesse un'analisi dell'acqua che ammorba il parco intero che tipo di contaminazione potremmo vantare nel cosiddetto Central Park de noaltri? Chiederemo noi cittadini, ad Arpa, che si faccia una conta dei coli fecali inclusi nel paesaggio. E per decenza, il bunker da trasformare e valorizzare, lasciatelo perdere, dite al consigliere regionale Bernardis che per ora i 110 mila euro stanziati da mamma Regione è meglio siano destinati ad ambiti dove c'è meno puzza per le operazioni culturali.  
 
Qualche parola ancora. Io sul tema sono privilegiata, perchè mio fratello Andrea con il Gruppo speleo Bertarelli del CAI di Gorizia, per anni, ha svolto l'oscura attività di speleologia urbana (tra l'altro fornendo i rilievi effettuati nel sottosuolo cittadino al progetto Interreg Gotrawama 2011-2014 di cui il Comune di Gorizia e Iris Acqua erano partner): quindi ho una fonte di informazioni diretta e descrizioni precise di come, ad esempio, esplorando la grapa che corre lungo via Petrarca per poi finire nel Corno, era evidente l'afflusso di scarichi da edifici attorno a piazza Battisti.
Ma esiste anche un grandioso volume, edito nel 2001 con il titolo Gorizia Sotterranea, che raccoglie le ricerche svolte dagli speleo del Bertarelli e a parte le "delizie" di tipo fognario racconta molte cose interessanti del mondo sotto la città: gallerie, cunicoli, pozzi, cripte, rifugi antiaerei, misteriose stanze...



domenica 20 settembre 2026

ISONZO. ll sindaco perora l'invaso sul fiume da tre milioni di metri cubi (quello del 1978?) E cerca per la sua personale nuova diga i soldi della quota slovena


Sul quotidiano Il Piccolo del 20 settembre 2026, il sindaco di Gorizia - neoeletto presidente della Commissione politiche comunitarie dell'ANCI (!) - infila nuove perle di saggezza alla collana, a molteplici giri, della follia locale. Perle verde Isonzo, bel colore ma così imperfette che, esigenti come siamo, ne facciamo volentieri a meno. 

di Martina Luciani

L'esordio dell'esternazioni parte dalla richiesta di un invaso da 3 milioni di metri cubi. Fermo restando che il progetto della Regione FVG/Consorzio di bonifica prevede 1 milione di metri cubi, con opere in alveo a valle del ponte del Torrione, le quantità invocate dal primo cittadino sono quelle della prima, vecchia ipotesi di bacino di rifasamento.
Ricordo, che con un'operazione molto discutibile sul piano del diritto, il Consiglio comunale di Gorizia, nel 1977, ottenne che la Commissione mista per l'idroeconomia recepisse e attuasse il cosiddetto sistema globale, autentica idiozia di stampo nazionalistico (racconterò come ci si è arrivati a breve): Jugoslavia faccia la diga e l'impianto idroelettrico, l'Italia, faccia il bacino di rifasamento in Italia, con uno sbarramento al ponte del Torrione. Ipotesi che abbandonava la previsione degli accordi internazionali: diga e sbarramento in territorio jugoslavo e entrambi in joint venture.

Di questa criticità era ben consapevole il sindaco di allora, Pasquale De Simone ( altra tempra e levatura politica, i sindaci di una volta) che nella sua interlocuzione di allora con il ministro Forlani si dichiarava consapevole della discrepanza che la modifica presenta con gli Accordi bilaterali sottoscritti a Osimo, anche perché se l’opera non fosse stata compresa tra quelle previste dagli Accordi stessi avrebbe dovuto essere realizzata con finanziamenti ad hoc.

 
Discrepanza perché la disposizione dell’art. 3 dell’Accordo per la promozione della cooperazione economica dice: «I due Governi raccomanderanno alle rispettive organizzazioni ed imprese di cooperare [...] ai fini dell'utilizzazione idroelettrica dei corsi d'acqua che interessano i due Paesi, e in particolare dell'Isonzo, e della regolazione dei bacini e corsi d'acqua d'interesse comune»: ovvero  la “costruzione, nei pressi di Salcano, di una diga sull'lsonzo e di un impianto idroelettrico.”  Con ulteriore precisazione: "Qualora la costruzione di questo impianto non dovesse sembrare conveniente dal punto di vista tecnico o economico, si provvederà a costruire, per mezzo di joint ventures, un bacino in territorio jugoslavo, destinato a migliorare il regime delle acque dell'Isonzo e ad irrigare i terreni situati in territorio italiano a sud di Gorizia.”

Piazza Traunik: Isonzo: il grande equivoco transfrontaliero cominciato 35 anni fa

In più, non è che alla Jugoslavia piacesse granchè il bacino da tre milioni di metri cubi, perchè era prevedibile il cosiddetto "rigurgito" delle acque oltre confine, a casa loro, e inoltre nel 1962 le sponde del tratto dell'Isonzo dal ponte del Torrione verso monte ( unico sito in cui potrebbero starci tre milioni di metri cubi d'acqua vista l'altezza delle sponde) furono poste sotto tutela Decreto Ministeriale del 6 marzo 1962
(pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 81 del 28 marzo 1962) che sancì la "Dichiarazione di notevole interesse pubblico delle sponde del fiume Isonzo nel Comune di Gorizia".

Successivamente il sindaco fa propria, seppur in maniera sbrigativa, la richiesta dell'ordine del giorno dei consiglieri Sartori e Picco diretta a risolvere il problema dell'inadeguatezza delle norme pattizie di Osimo e la loro obsolescenza sia rispetto la rivoluzione in materia ecologica sul piano della scienza, del diritto internazionale, europeo e nazionale sia a fronte delle nuove regole di vita e di governo che ci vengono imposte dalla violenza del cambiamento climatico. Sta scritto nell'ordine del giorno non ammesso alla discussione del Consiglio comunale: 
la pressione crescente del cambiamento climatico e il susseguirsi di crisi idriche senza precedenti hanno reso del tutto obsoleti i modelli idrologici, i parametri matematici e gli obiettivi della gestione dei bacini idrici, così che gli accordi bilaterali fissati decenni fa sulla base del Trattato di pace del 1947 e del Trattato di Osimo del 1975 sono oggi incoerenti con la presente situazione ecologica, con l’emergenza climatica e con l’evidenza del prevalere della salvaguardia, della salute e della sicurezza dei corpi idrici sulle logiche di sfruttamento unicamente industriale dell’acqua. 

Infine salta fuori che per il progetto dell'invaso ( presumo quello da 3 milioni di metri cubi) la quota italiana dell'opera è stata finanziata, ma altrettanto non è avvenuto per la quota slovena.
Da dove si ricavi questa cronaca io proprio non so, e ne ho passate di carte sul tema. Pronta a ricredermi ovviamente. Tuttavia faccio sapere al sindaco che il 13 luglio1995 fu varata una legge, la
 295, che fu così illustrata all'aula del Senato << I finanziamenti originariamente previsti per la cooperazione economica con l'ex Jugoslavia vengono qui espressamente rimodulati. In particolare, le somme precedentemente vincolate alla costruzione di una diga a valle di Salcano, prevista dagli accordi di Osimo, non verranno erogate per tale opera. Tale progetto è stato fortunatamente abbandonato perché avrebbe avuto un devastante impatto ambientale sul fiume Isonzo in territorio italiano.>>
La legge del 1995 dunque costituisce il cambio di

rotta dello Stato italiano, anticipatorio delle future politiche ambientali europee, una sorta di cometa che indicava una direzione rispetto la quale siamo andati in direzione ostinatamente contraria. Non so nemmeno come sia stato possibile che a metà degli anni 90 si manifestasse in Parlamento la visione di 
Isonzo – Soča come un'unica condivisa entità ecologica. 

Sotto questo sconclusionato intervento del primo cittadino, ci si ristora il cervello con la conferenza stampa tenuta ieri per illustrare la risposta del Ministero dell'Ambiente all'istanza formale inviata l'11 agosto scorso. Sul Piccolo di oggi ma anche qui: Piazza Traunik: Gorizia, 19 settembre 2026: Ministero dell'Ambiente risponde all'istanza inviata ad agosto da Forum Gorizia. E inserisce le richieste nell'odg della prossima riunione della Commissione mista per l'idroeconomia










martedì 15 settembre 2026

Crisi Isonzo. Il sindaco di Gorizia scrive agli amici ministri e assessore regionale, e copia incolla dall'odg della minoranza mai ammesso in Consiglio comunale


I
l sindaco espone in una lettera la sua personale opinione sulla crisi dell'Isonzo, in parte ispirandosi all'ordine del giorno dei consiglieri Sartori e Picco, in parte glorificando il progetto da 14 milioni di euro per un invaso da un milione di metri cubi a Piuma. L'odg non è stato ammesso alla discussione in Aula con una giustificazione risibile che cela la preoccupazione di attivare un confronto politico in Consiglio sul progetto della diga a Piuma.
Chi ha scritto e cosa. E un po' di link per i più diligenti che vogliono approfondire.


di Martina Luciani

Ieri, 14 settembre 2026, in Consiglio comunale il sindaco di Gorizia ha illustrato la lettera inviata al ministro della Transizione Ecologica e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, e per conoscenza al vice premier Antonio Tajani e all'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro. Così scrive il giornale on line Il Goriziano, prendendo uno svarione sul fatto che il Ministero oggi si chiama "dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica" (il MITE ha cambiato nome nel 2022). Leggete i contenuti qui: Isonzo, portata e tutela dell’ecosistema, Ziberna scrive al Governo: «Servono interventi strutturali» • Il Goriziano.

Quel che non leggerete è che l'iniziativa non è stata per il sindaco una sorta di illuminazione come quella di San Paolo sulla via di Damasco ma la sua lodevole seppur parziale ripresa dell'ordine del giorno presentato dai consiglieri Eleonora Sartori e Andrea Picco il 17 agosto scorso.
Odg peraltro che l'ingessatissima postazione giuridica rappresentata dal segretario comunale ha giudicato inammissibile al voto del Consiglio, impedendo così una discussione che certamente avrebbe avuto risvolti interessanti. Forse, va detto, l'inammissibilità è una mossa strategica per evitare che in Consiglio comunale si parli e ci si esponga politicamente sulla questione del progetto della diga, progetto finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, con l'amico assessore Scoccimarro, e 14 milioncini di euro messo in mano al solito Consorzio di bonifica Pianura Isontina e il suo solito presidente Lorenzon.

Di seguito il testo dell'ordine del giorno di Sartori e Picco, che costituisce il passo successivo all'invio, da parte del Forum Gorizia, nel clou dell'atroce estate 2026 vissuta malamente dall'Isonzo e da noi tutti, un'istanza formale al Governo, alla Regione Friuli Venezia Giulia e all'Autorità di bacino di cui ho già dato notizia qui: Piazza Traunik: L’Isonzo muore, serve più acqua dalla diga di Salcano. Forum Gorizia sollecita il Governo, la Regione e l’Autorità di bacino.
E se ne parla anche sulla rivista Il Passo Giusto: Isonzo tra due Stati, ritardi culturali, burocrazie miopi e interessi parziali - Il Passo Giusto

Ricordo che l'istanza, oltre a indicare l'urgenza estrema di una diversa regolazione dei rilasci dalla diga di Salcano e a chiedere una vera e competente Istituzioni internazionale che governi il fiume transfrontaliero, pone l'annosa questione del deficit di trasparenza, accountability e partecipazione del pubblico in capo alla Commissione mista per l'idro-economia, con il formale superamento delle logiche dell'Accordo di cooperazione economica allegato al Trattato di Osimo del 1975.  

Ecco il testo dell'ordine del giorno "inammissibile"

Premesso che l’ Isonzo costituisce un patrimonio idrico, ecologico, agricolo ed economico il cui depauperamento, per qualsiasi ragione, determina un danno ambientale incalcolabile

 Considerato
che la gestione dei flussi d'acqua risente pesantemente dei rilasci intermittenti (hydropeaking) dell'impianto idroelettrico sloveno di Salcano (Solkan), che i rilasci effettuati vengono calcolati come portata media e non come deflusso costante tale da assicurare la vita dell’intero ecosistema Isonzo a valle del confine italo sloveno.

 Considerato
che è evidente come la pressione crescente del cambiamento climatico e il susseguirsi di crisi idriche senza precedenti hanno reso del tutto obsoleti i modelli idrologici, i parametri matematici, gli obiettivi della gestione dei bacini idrici, così che gli accordi bilaterali fissati cinquant'anni fa sulla base del Trattato di pace del 1947 e del Trattato di Osimo del 1975 sono oggi del tutto incoerenti con la presente situazione ecologica, con l’emergenza climatica, con la consapevolezza dei servizi ecosistemici e della prevalenza della salvaguardia ambientale, della salute e della sicurezza dei corpi idrici sulle logiche di sfruttamento industriale dell’acqua.

Evidenziato
che la Commissione mista italo-slovena per l'idroeconomia opera in forza dell’Accordo di cooperazione economica del Trattato di Osimo del 1975 con competenza a trattare “proposte relative all’utilizzazione, nell’interesse comune, delle acque dell’Isonzo” ( art. 3 dell’Accordo per il funzionamento della Commissione mista permanente, 3 febbraio 1978), ferma restando la possibilità per i due Governi di trattare anche direttamente le questioni di competenza della Commissione stessa.

Valutato
che gli studi scientifici in continua evoluzione e i parametri della Direttiva Quadro sulle Acque dell'Unione Europea (2000/60/CE), con riferimento alla Common Implementation Strategy, in particolare i Documenti di Orientamento n. 31 sul deflusso ecologico e n. 37 sulle misure di mitigazione per i corpi idrici modificati, impongono oggi il passaggio dal vecchio concetto burocratico di mera spartizione delle acque da "portata minima" a quello dinamico di "flusso ecologico". https://www.ecologic.eu/sites/default/files/publication/2020/guidance-no-37-steps-defining-and-assessing-ecological-potential-for-improving-comparability-hmwbs.pdf

https://circabc.europa.eu/sd/a/d1d6c347-b528-4819-aa10-6819e6b80876/Guidance%20No%2037%20-%20Steps%20for%20defining%20and%20assessing%20ecological%20potential%20for%20improving%20comparability%20of%20Heavily%20Modified%20Water%20Bodies.pdf


Valutato che il Considerando 35 della Direttiva Acque 2000/60/CE stabilisce testualmente che "nei bacini idrografici ove l’utilizzo dell’acqua può avere ripercussioni a livello transfrontaliero, i requisiti per il conseguimento degli obiettivi ambientali previsti dalla presente direttiva e, in particolare, tutti i programmi di misure dovrebbero essere coordinati per l’ultimo distretto idrografico", escludendo logiche industriali non coordinate con il Distretto idrografico di riferimento a valle, all’insegna di una trasparente corresponsabilità ecologica transfrontaliera, perfettamente coerente con le premesse e i principi espressi nel corso della Capitale europea della cultura 2025.

Valutato che il Considerando 18 della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE sancisce espressamente che il conseguimento degli obiettivi comunitari "richiede un'azione coordinata della Comunità e degli Stati membri nonché l'adozione di provvedimenti da parte delle autorità locali", incardinando l'azione di sollecitazione al Governo italiano da parte del Comune di Gorizia nel quadro dei doveri istituzionali europei.


IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA COMUNALE
_a sollecitare con massima urgenza il Governo Italiano, affinché nella prossima riunione della Commissione mista del 30 settembre si descriva formalmente l’insostenibile criticità dell'attuale quadro regolatorio con cui opera il soggetto gestore dell’impianto idroelettrico di Salcano e si proceda a concordare la ridefinizione, dalla diga di Salcano, di rilasci graduali e di un deflusso minimo costante più alto, con la rimodulazione  gestionale e operativa dell’impianto idroelettrico come già adottato in altri contesti europei;
_a chiedere che il Governo si attivi per superare il limite della delega "meramente attuativa" della Commissione Mista, promuovendo la revisione degli accordi bilaterali del 1975 per adeguarli agli standard scientifici europei sul deflusso ecologico;
_a sollecitare con urgenza la controparte slovena affinchè vengano adottate rigorose misure di mitigazione dell'hydropeaking da attuarsi esclusivamente alla fonte, ovvero tramite la rimodulazione gestionale, informatica e operativa dei tempi di rilascio direttamente presso l'impianto di Salcano, in linea con i modelli di flessibilità delle turbine già adottati in altri contesti europei;
_a escludere categoricamente, nell'ambito di tali interlocuzioni e delle conseguenti pianificazioni locali, il ricorso a nuove opere infrastrutturali grigie di sbarramento, svaso o rifasamento artificiale in alveo nel tratto italiano del fiume Isonzo, riaffermando che la salute del corpo idrico si tutela ripristinando il flusso ecologico naturale a monte e non tramite ulteriori cementificazioni o alterazioni morfologiche a valle;
_a richiedere formalmente la fine del regime di segretezza della Commissione Mista, esigendo la pubblicità dei verbali d'accordo e l'istituzione di un tavolo permanente di audizione che garantisca il coinvolgimento democratico del Comune di Gorizia e delle rappresentanze dei portatori di interesse del territorio isontino.
****


Se confrontate le tematiche, noterete le consonanze e le differenze.
Ad esempio quando si parla degli enormi sforzi dei nostri agricoltori per passare dall'irrigazione a pioggia all'irrigazione a scorrimento si tralascia che questi sono stati pagati con enormi quantità di denaro pubblico; e quando salta fuori la solita diga, Il Goriziano, scrivendo, prende un altro svarione e dice "Tale opera, pur essendo stata autorizzata dagli Enti competenti e pur avendo visto lo stanziamento delle somme necessarie per la quota italiana, non è purtroppo mai stata realizzata dalla controparte slovena», il che è evidentemente assurdo; nè nel testo del sindaco di Gorizia c'è scritta una simile cretineria, leggendo invece che l'invaso previsto nel 1976 doveva essere armonizzato con le opere già realizzate in territorio sloveno". 
Ma se la vedranno i redattori del giornale on line. 
Quel che mi preme sottolineare è che il sindaco si permette di esporre la sua personale opinione sul progetto della diga, ritenendo il milione di metri cubi invasati a Piuma avrebbero un "impatto positivo sul fronte della resilienza irrigua", che si " " risolverebbe pressochè definitivamente il problema della portata dell'Isonzo, poichè il suo compito fondamentale è regolare il regime delle acque, distribuendole in modo omogeneo nell'arco della giornata e ottimizzando al contempo la produzione idroelettrica sull'intera asta fluviale."
Infine, la tutela dell'ambiente. 
ECCOCI QUA, SIAMO ALLE SOLITE! L'ordine delle priorità è chiaro, è esattamente quello che rasserenerà l'assessore Scoccimarro e il Consorzio di bonifica, gli equilibri pre-campagna elettorale sono tutelati ( altro che l'Ambiente!) L'Isonzo è una risorsa per l'agricoltura, l'industria e se salviamo i pesci siamo a posto. E tralascio piacevolezze come l'Unità di crisi, che oggi va tanto di moda farle e disfarle, che dovrebbe avere piena autonomia ( ma da chi? DA CHI?) e disporre le variazioni dei rilasci delle portate ( personalmente non so se ridere o piangere, i rilasci delle portate sono disposti dal gestore sloveno, che è una società statale alla quale l'unità di crisi non avrebbe alcuna competenza a dare ordini).
Ah, poi c'è anche una task force di tecnici di entrambi gli Stati che agirebbero su formale mandato operativo della Commissione Mista nel definire accordi e procedure di emergenza. Ma forse è sempre l'Unità di crisi. 
Il Consiglio comunale che ne dice? Gli ambientalisti? I cittadini in cerca di verità e giusta lettura degli eventi? 

Io concludo evidenziando che il sindaco nella sua lettera stigmatizza il fatto che alla riunione bilaterale italo slovena di oggi, 15 settembre 2026,  il Comune di Gorizia non è stato invitato:  se fosse stato, non sarebbe comunque stata per noi cittadini una garanzia di puntuale rappresentazione della situazione dell'Isonzo, del suo ecosistema e dei diritti dell'ambiente costituzionalmente garantiti. 











giovedì 13 agosto 2026

L’Isonzo muore, serve più acqua dalla diga di Salcano. Forum Gorizia sollecita il Governo, la Regione e l’Autorità di bacino

 

Immagine elaborata con Gemini IA

Gorizia. Il consigliere comunale Andrea Picco, presidente di Forum Gorizia, ha inviato un’istanza formale a tre Ministeri, alla Regione FVG e all'Autorità di Bacino per un’azione urgente rivolta ai Ministeri e competenti istituzioni di Ljubljana.
Ulteriori richieste in vista della riunione della Commissione mista italo slovena per l’idroeconomia del 30 settembre, inclusa la trasparenza e la partecipazione pubblica. 


di Martina Luciani



L’Associazione Forum Gorizia, per mano del suo presidente e consigliere comunale Andrea Picco, ha trasmesso un’istanza formale ai Ministeri dell’Ambiente, degli Affari Esteri e delle Infrastrutture, oltre che alla Regione Friuli Venezia Giulia e all’Autorità di Bacino delle Alpi Orientali.


 " L’Isonzo in territorio italiano manifesta drammaticamente la pressione del cambiamento climatico e della siccità in atto – spiega Andrea Picco – e abbiamo chiesto un intervento urgente ai livelli governativi per ottenere subito rilasci d'acqua maggiori dalla diga slovena di Salcano, gestita dalla società Soške elektrarne d.o.o., interamente partecipata dalla Holding statale HSE.”


L'istanza, sollecita un’azione intergovernativa tra Italia e Slovenia sull’emergenza idrica dell’Isonzo: "... è necessario fronteggiare, in stato di emergenza e con un intervento diretto al Governo della Repubblica di  Slovenija, la gravissima crisi idrica ed ecologica in cui si trova il fiume Isonzo, ottenendo maggiori rilasci d'acqua dalla diga da parte dell’impianto idroelettrico  della società Soške elektrarne d.o.o. interamente partecipata  dalla Holding statale HSE."

Forum solleva anche la mai risolta mancanza di trasparenza della Commissione mista italo-slovena per l’idroeconomia, le cui dinamiche interne sono ancora regolate da logiche obsolete che risalgono agli accordi allegati al Trattato di Osimo del 1975, e cioè essenzialmente la spartizione di quantità d’acqua tra Stati con finalità di sfruttamento economico.  Oggi sappiamo quanto allora fosse disastrosa la visione ambientale, nonostante proprio in quegli anni si stesse fondando una ben diversa consapevolezza: nel 1972, la Conferenza ONU di Stoccolma sancì il principio che nel rapporto tra protezione dell’ambiente e sviluppo economico la prima è componente essenziale del secondo. Dall'istanza del Forum: " La Commissione mista per l’idroeconomia Italia - Slovenija disattende i principi della Convenzione (di Aahrus): non contiene nel proprio Regolamento l’impegno a garantire alle generazioni presenti e future il diritto di vivere in un ambiente salubre, non assicura trasparenza sulla propria attività, né permette la partecipazione con lo status di osservatore ufficiale alle ONG ambientali e alle associazioni dei cittadini, né i verbali delle riunioni sono facilmente accessibili su un sito specifico o almeno sui siti del Ministero dell’Ambiente, dell’Autorità di bacino delle Alpi Orientali o della Regione Friuli Venezia Giulia.
Tale assetto definisce l’attività commissariale relativa all’Isonzo Soča come un affare riservato tra Governi senza possibilità di controllo e verifica sui temi, sulle decisioni e relative motivazioni, nonché sul recepimento coordinato delle decisioni stesse - rappresentate esclusivamente nei verbali delle sedute - nelle rispettive legislazioni nazionali e regionali, nei piani di gestione delle acque e nei piani di governo e pianificazione del territorio delle due nazioni, rendendo impossibile, in capo ai cittadini e ai portatori di interessi diffusi, l’identificazione delle responsabilità istituzionali. Ciò determina una palese lesione del terzo pilastro della Convenzione di Aarhus (Accesso alla giustizia in materia ambientale) e dell'art. 24 della Costituzione Italiana, con la compressione del fondamentale diritto alla tutela giurisdizionale.
E’ necessario pertanto che al Regolamento vigente siano apportate le modifiche necessarie a sanare il deficit di trasparenza, accountability e partecipazione del pubblico, con il formale superamento delle logiche dell’Accordo di cooperazione economica allegato al Trattato di Osimo del 1975 e l’altrettanto formale inquadramento dell’attività nelle politiche e nel diritto eurocomunitario. Si chiede l’inserimento della questione nell’ordine del giorno della riunione prevista il 30 settembre 2026 a Gorizia."


 Conseguenze della modalità blindata con cui tuttora opera la Commissione mista sono la difficoltà di identificare le responsabilità dell’agire delle autorità pubbliche anche ai fini della tutela di diritti e interessi collettivi e il totale deficit democratico prodotto dall'esclusione della  partecipazione e del contributo dei cittadini. 

Oltretutto è impossibile valutare costantemente se la Commissione mista recepisca e adotti come metodo di lavoro gli sviluppi scientifici che, a partire dai progetti internazionali Nexus e Rexus, evidenziano la necessità di considerare, discutendo di gestione transfrontaliera e cooperante dell’Isonzo, considerato una unità ecologica indivisibile, la pressione sempre più forte del cambiamento climatico, la scarsità della risorsa idrica, il concetto del flusso ecologico necessario alla vita del fiume a valle del confine italo sloveno è che purtroppo è ben diverso, in senso peggiorativo, da quella preso a parametro da vecchi trattati ( incluso quello di pace del 1947) e accordi fondati su semplici verbali di riunioni intergovernative.

Infine, l’istanza di Forum guarda al futuro con la richiesta di avviare  la concertazione per una vera e propria Commissione Internazionale per la Protezione del Fiume Isonzo - Soča, sul modello delle grandi esperienze internazionali.

 Precisa il consigliere Picco: “Il fatto la Commissione mista per l’idroeconomia Italia-Slovenia, nel quadro del diritto e delle politiche eurounitarie, sia l’organo deputato a occuparsi con specifiche deleghe e capacità di agire vincolando le pubbliche amministrazioni locali, per raggiungere e mantenere il buono stato ecologico del fiume, dalla sorgente fino alla foce, non sta scritto a chiare lettere da nessuna parte. Né i fatti a conoscenza del pubblico dimostrano che ci siano progressi nella costituzione di una qualche autorità per la gestione internazionale dell’Isonzo. Del resto, la Commissione, così come concepita dall’Accordo di cooperazione economica del 1975, ha la finalità di studiare i “problemi idrologici" e "proporre soluzioni idonee" per l'approvvigionamento idrico ed elettrico: corrisponde ad una fase storica in cui il problema era la spartizione dell’acqua tra due Paesi confinanti.”

Forum immagina un nuovo organismo internazionale su tre livelli (decisionale, tecnico-scientifico e sociale),  che agisca in un contesto cristallino di assoluta trasparenza, in coerenza con la legislazione europea e gli obiettivi comunitari, con i più recenti orientamenti scientifici in materia e con le istanze collettive di tutela del bene comune “acqua” e del patrimonio naturalistico.
L'istanza si conclude con la richiesta di un tempestivo riscontro scritto da parte delle autorità italiane, ai sensi della Legge 241/90 e delle norme sull'accesso alle informazioni ambientali. " I tempi della secretazione delle decisioni in materia ambientale sono preistoria - conclude Picco - I cittadini hanno il diritto di sapere quali concrete determinazioni la delegazione italiana intenda assumere per tutelare, o meglio, in questo momento, per salvare l’Isonzo dal disastro ambientale."







domenica 23 novembre 2025

Futuro incerto del pioppo cipressino di via Manzoni: primi segnali della sofferenza patita a causa dei lavori del nuovo parcheggio.


Come previsto, come temuto, come già scritto e riscritto.

di Giancarlo Stasi


Su questo blog era già stato evidenziato più volte che i lavori di costruzione del parcheggio di via Manzoni, condotti senza criterio e senza riguardo per lo splendido pioppo cipressino che si trova sul sito, avevano fortemente danneggiato sia le radici sia i contrafforti radicali dell’albero, cioè le strutture basali che sono il raccordo tra il fusto e l’apparato radicale. (Piazza Traunik: Gorizia odia i suoi grandi alberi. Incuria ed efferatezza sono le regole della gestione del verde urbano.) Danni di questo genere permettono l’ingresso di numerosi organismi all’interno della pianta, alcuni dei quali possono essere fortemente lesivi. Purtroppo questi fenomeni sono molto comuni nelle piante presenti lungo le strade, dove subiscono ogni genere di ingiuria quando vengono effettuati lavori e scavi.

Esempio drammatico è stato il nostro viale XX Settembre, i cui ippocastani (messi a dimora dall’amministrazione austro ungarica) hanno subito sevizie pesantissime dai lavori stradali, si sono seccati, sono stati attaccati dai funghi, si sono cariati e sono divenuti pericolosi: per gestire la sicurezza sono stati via via abbattuti nei decenni successivi.
I platani di Corso Italia, coinvolti nei lavori di rifacimento dei viali pedonali, hanno subito lo stesso trattamento, e non dubito che la stessa sorte toccherà agli altri esemplari a causa dei futuri lavori, a causa della totale mancanza di adeguata competenza in materia di arboricoltura e, a monte, di una cultura del verde urbano. Competenze e cultura che scarseggiano tanto tra i progettisti dei lavori pubblici quanto tra i “decisori” delle pubbliche amministrazioni.






Torniamo al pioppo di via Manzoni, che con evidente ipocrisia è stato lasciato in loco, a manifestare una sensibilità per i grandi alberi che è solo di facciata e sostanzialmente è servita ad evitare le proteste dei cittadini qualora lo si fosse abbattuto dal bell’inizio.
Invece è stato incluso nell’area di cantiere e maltrattato pesantemente dagli scavi a filo tronco, dai cumuli di detriti ammassati sulla base del fusto, dal compattamento del suolo causato dai pesanti mezzi operativi: ma nessuno ci fa caso, a queste prolungate aggressioni, l’albero è in piedi e questo basta alla sensibilità collettiva.
Poi, quando sarà diventato evidentemente deperente e pericoloso, in nome della pubblica incolumità , ne verrà accettato l’abbattimento, dimenticando che si è trattato di una morte indotta diversi anni prima.
Pochi giorni fa, il periodo stagionale è favorevole, sono apparsi su una porzione del colletto della pianta alcuni corpi fruttiferi di un fungo, che pare essere il pioppino, detto anche piopparello.
Questo fungo si comporta sia da saprofita, nutrendosi di legno morto, sia da parassita, nutrendosi di legno ancora vitale, soprattutto su piante debilitate, come per l’appunto il nostro pioppo cipressino di via Manzoni.
In corrispondenza di questo cespo di funghi inoltre si notano sulla corteccia delle rotture che non sembrano i fisiologici corrugamenti della corteccia stessa.
La presenza dei funghi è sicuramente sintomo di una carie del fusto, ma solo con un’indagine strumentale è possibile determinarne ampiezza e grado di degenerazione.

La rottura della corteccia potrebbe essere il segnale del cedimento delle fibre legnose sottostanti, perché la struttura della pianta, ormai indebolita dai maltrattamenti antropici e dall’attacco fungino, non ha più la capacità di compensare le sollecitazioni cui è sottoposta.
Entrambe le problematiche ipotizzate meritano una valutazione più approfondita, che porti ad escludere il rischio di cedimenti strutturali e permetta la conservazione del bell’esemplare arboreo.
E’ anche una questione di responsabilità civile e penale, che sarebbe serio considerare prima che i grandi rami si secchino e si schiantino, fermo restando che l’intera pianta è a rischio. Un rischio che andava considerato da bel principio, che doveva essere previsto nel progetto: allora bisognava fare una scelta. O cambiare il progetto, a tutela del pioppo e della sua conservazione e sicurezza, o deciderne l’abbattimento e le conseguenti polemiche.



domenica 29 giugno 2025

Nuovi interventi sul verde pubblico del Cimitero centrale di Gorizia: nuovamente ingiustificabili, incompetenti e brutali

Alla tristezza del recarsi in un cimitero, si aggiunge, in quello Centrale di Gorizia, l’impatto brutale del verde pubblico trattato nel peggior modo possibile. 

di Giancarlo Stasi


A quasi un anno dalla segnalazione dello sconsiderato, controproducente e antiestetico intervento su un nutrito numero di cipressi nel Cimitero centrale di Gorizia ho amaramente constatato che le “potature”, o piuttosto barbariche amputazioni, sono proseguite: e questo nonostante la precedente operazione abbia sollevato scandalizzate proteste che hanno evidenziato gli errori tecnici, le incongruenze e i rischi fitosanitari, sottolineato tutta l’incompetenza e la brutalità delle ingiustificate “manutenzioni”, sottolineato i terribili risultati estetici per le singole piante e per il contesto cimiteriale. L’unica differenza è che i rami stavolta sono stati tagliati e non strappati: magra consolazione! La scelta di avere piante con la parte basale del fusto libera da rami andava fatta al momento dell’impianto, o negli anni immediatamente successivi, quando queste erano giovani ed avrebbero cicatrizzato bene i tagli, che all’epoca sarebbero stati di piccole dimensioni. A suo tempo, sicuramente più di settant’anni fa, non era stato ritenuto opportuno, esteticamente gradevole ed idoneo allo sviluppo delle piante il tipo di allevamento con la ramatura alta. Gli attuali scriteriati tagli rimarranno visibili fino al termine del ciclo vitale delle piante stesse, testimoniando l’insensatezza umana nel rapportarsi alla natura. Non si parli di topiaria: quella è un’arte e qui ci troviamo invece di fronte ad una serie di nefandezze.

Spiccano la potatura di un Cipresso che ormai ha solo due rami ancora vitali e che era meglio da ogni punto di vista abbattere (foto1) ; la potatura fatta a casaccio su un altro Cipresso, lasciando un ramo completamente disseccato tra quelli invece tagliati (foto 2); tagli su piante giovani eseguiti maldestramente con la motosega quando bastava un semplice paio di forbici da potatura per assicurare un taglio netto e pulito.


Certamente quanto speso dal Comune poteva essere più opportunamente utilizzato per:

- effettuare un bonifica fitosanitaria delle parti colpite dal Cancro del Cipresso su numerosi esemplari (foto 3) e ciò sia per risanare le piante malate sia per diminuire la presenza del fungo e prevenire gli attacchi di scolitidi (piccoli coleotteri che depongono le uova in gallerie sotto la corteccia di piante preferibilmente debilitate ed in cui si sviluppano le larve. I nuovi adulti che usciranno da queste gallerie larvali si nutriranno di freschi germogli diffondendo le spore del fungo patogeno);

- bagnare le piante di nuovo impianto, manutenzione che si usa fare assai poco, come ad esempio nel caso del Cedro, un bell'esemplare certamente costoso posto ad un incrocio dei viali interni, impiantato recentissimamente e già disseccato in agosto del 2024, ancora presente come testimonianza di manutenzione nulla, custodia negligente e sperpero di pubblico denaro (foto 4);

- abbattere e sostituire le piante disseccate o irrimediabilmente compromesse;

- togliere i tutori ed i legacci da piante ormai affrancate, che in un caso sono stati parzialmente inglobati tra due fusti affiancati, creando un danno attuale e futuro ed indebolendo una struttura già critica di suo;

- nel piazzale davanti l’ingresso del cimitero abbattere i Carpini disseccati o in via di disseccamento, sostituendoli con la stessa specie ed integrando quante già eliminate nel corso degli anni, allevandoli e potandoli allo stesso modo, ridando unitarietà all’impianto, molto bello e caratterizzante.

 Ovviamente nessuno penserà di giustificare l’accaduto ai cittadini. Né del resto esiste alcun modo possibile di giustificare questo trattamento al verde pubblico.

La gestione del verde urbano è la gestione di un patrimonio collettivo, quindi un investimento diretto a conservare, proteggere e, in aggiunta, accrescerne l’estensione e la qualità, con i relativi servizi ecosistemici ( non solo di mitigazione ma anche di tutela della biodiversità) dei quali abbiamo assoluto bisogno, vista la crescente pressione del cambiamento climatico.


foto 1
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domenica 29 maggio 2022

Gli altri quesiti del Referendum Giustizia del 12 giugno prossimo: 2, 3, 4 e 5. Seconda parte.

Un contributo minimo per la lettura dei quesiti referendari. Per ulteriori informazioni "politiche/filosofiche/etiche" sul senso e sulle conseguenze del voto referendario, interessante interrogare i candidati alle amministrative di Gorizia.

di Martina Luciani

Dopo aver cercato su queste pagine di illustrare il senso del  primo quesito referendario che chiede l’abrogazione di una delle leggi più sgradevoli per i politici italiani – il decreto Severino, scheda di colore rosso – parliamo degli altri temi oggetto di referendum.  A differenza del primo decisamente poco comprensibili, tranne forse quello sulla custodia cautelare, lontani da una immediata lettura e analisi ( ben più facile sarebbe stato rispondere su eutanasia e cannabis libera! ma non ci è stato concesso).
Tre di questi (quelli inerenti a consigli giudiziari, elezione del Csm e separazione delle funzioni) potrebbero essere annullati se prima della data delle elezioni venisse definitivamente approvata dal Parlamento la riforma Cartabia, che interviene sulle stesse questioni.

Il secondo quesito ( scheda di colore arancione)  è diretto a porre «limiti agli abusi della custodia cautelare».
La custodia cautelare è un istituto di grande impatto: si calcola che il 30% della popolazione carceraria non sta scontando una pena ma è detenuta in attesa di giudizio. La custodia cautelare in carcere attualmente può essere disposta solo in caso di “gravi indizi di colpevolezza” e può essere motivata dal pericolo che la persona indagata ripeta il reato di cui è accusato, dal pericolo di fuga o da quello che vengano alterate le prove a suo carico.  Se vincesse il sì al referendum non varrà più la motivazione del la possibile reiterazione del reato. L'obiettivo dei promotori è ridurre il rischio che vengano detenute persone che poi, al termine del processo o dei processi, risultino innocenti.
L’abrogazione produrrebbe effetti anche sulla custodia agli arresti domiciliari, quella in luogo di cura, sul divieto di espatrio, sull'obbligo di dimora in una località o al contrario sul divieto di dimorarvi, sull'obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria, sull'allontanamento dalla casa familiare,  sulla sospensione da un pubblico ufficio o servizio, sulla sospensione della potestà genitoriale, sul divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali.



 Il terzo quesito (scheda di colore giallo) si propone la «separazione delle carriere dei magistrati».
 Attualmente, e con regole procedurali piuttosto complesse e restrittive, un magistrato può passare fino a 4 volte tra la funzione requirenti, cioè quelle relative alla pubblica accusa e alle indagini,  a quella giudicante. Se al referendum vincessero i no,  il neo-magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera, senza potersi misurare nella pratica effettiva della professione ( tanto più considerando che un pubblico ministero e un giudice svolgono funzioni distanti tra loro per le quali sono rischieste attitudini differenti). 
Per i promotori, l’attuale meccanismo produce effetti negativi  sull’indipendenza dei magistrati  a causa della “contiguità” determinata dal mutamento di funzioni e determina  conflitti di interesse che darebbero luogo vere e proprie persecuzioni contro cittadini innocenti.
Ma è utile considerare, per avere concretezza della situazione,  che dal 2006 - anno dell’entrata in vigore  della legge Castelli-Mastella, con cui è stato ridotto a quattro il numero massimo di passaggi - al 2021, il numero di passaggi dalla funzione giudicante alla funzione requirente ha coinvolto solo  2 magistrati su mille, quello inverso solo 3 su mille (su una media di magistrati in servizio di 8600 circa).  
Numeri che danno conto dello scarsissimo peso del quesito referendario, che personalmente mi infastidisce  tanto quanto l’attuale attenzione del Parlamento per la separazione delle funzioni.
Sul tema specifico - tanto riguardo la riforma della giustizia quasi conclusa, quanto riguardo il quesito referendario abrogativo, sia per la giurisdizione penale sia per quella civile - la preoccupazione è che la separazione delle carriere permetta poi di trasformare il ruolo stesso del magistrato requirente, attribuendogli  minore indipendenza e autonomia dal potere esecutivo: indipendenza e autonomia sanciti per l’intera magistratura dall’art.104 della Costituzione. ll ruolo del pubblico ministero, in quanto interprete dei valori della collettività e della dignità umana, non è tecnicamente accusatorio o, come intedono i promotori del referendum,  persecutorio,  ma sostanzialmente difensivo di una comunità democratica e pluralistica. “Il pubblico ministero è organo pubblico che agisce a tutela di interessi collettivi” ha scritto la Corte Costituzionale nella sentenza n. 26 del 6 febbraio 2007. Basta considerare che «agisce esclusivamente nell'intento di garantire l'osservanza della legge», tanto che deve svolgere anche gli accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Insomma, se riteniamo che servano maggiori garanzie sull’operare dei magistrati inquirenti,  in sostanza principale problema delle indagini troppo spesso scarsamente attente ai diritti degli indagati, non è sicuramente con la separazione delle carriere che otterremo questo risultato.

 


Il quarto  quesito ( scheda di colore grigio)  intende favorire una «equa valutazione dei magistrati».
Le norme per cui si chiede l’abrogazione riguardano la composizione e le funzioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari relativamente alla formulazione di pareri finalizzati alla valutazione di professionalità dei magistrati .
E cioè, attraverso l’abrogazione, la vigilanza sulla condotta dei magistrati in servizio e la formulazione delle pagelle relative all’avanzamento in carriera dei magistrati non sarebbe più, come ora, riservata ai componenti togati, ma verrebbe estesa  ai membri laici – avvocati e professori universitari -  che la Costituzione stessa prevede facciano parte  dei due organismi. L’abrogazione delle norme sottoposte a referendum consentirebbe anche ai membri esterni di valutare l’operato dei magistrati, migliorando, secondo i promotori del referendum,  l’oggettività del giudizio sulla base del quale il CSM dovrà poi procedere alla valutazione di professionalità. Secondo i sostenitori del no, avvocati e accademici dovrebbero restare estranei a questo particolare meccanismo.


 Il quesito 5 (scheda di colore verde)è presentato come «riforma del CSM»
La disposizione  per cui si chiede l’abrogazione - art. 25 c. 3 l. 195/1958 – fa parte della disciplina del procedimento per l’elezione dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura e regola in particolare le modalità di presentazione delle candidature. La norma vigente richiede che l’aspirante candidato raccolga le adesioni di almeno 25 magistrati “presentatori”: abrogandola il singolo potrebbe presentare la sua candidatura senza bisogno dell’appoggio di altri magistrati, contando solo sulle proprie qualità professionali. Dopo le elezioni, all’interno dell’Istituzione , che è organo di governo autonomo della magistratura italiana ordinaria, non si  produrrebbero all’interno dell’istituzione le cosiddette “correnti” che influenzano le decisioni del CSM.

A chi volesse ulteriori approfondimenti consiglio il corposo dossier di Micromega e l'approfondimento di Giustizia Insieme.

 


mercoledì 20 aprile 2022

Il kolossal del cinema muto italiano a Gorizia, con colonna sonora dal vivo: L' Inferno (1911). Lo presenta Examina al Kinemax

 

Mute Sinfonie, progetto dell’Associazione goriziana Examina, offre al pubblico, venerdì 22 aprile alle 20.30,  al Kinemax, con ingresso libero, il film muto del 1911 "L'Inferno". 


     

Presentato nel 1911, dopo tre anni di riprese sotto la regia
di Francesco Bertolini e Adolfo Padovan, con la collaborazione di Giuseppe De Liguoro, l'opera è considerata uno dei capolavori del genere in costume, primo kolossal italiano e prima opera cinematografica europea di grande impegno letterario e artistico.

La colonna sonora, proposta per questa importante occasione da Examina ed eseguita dal vivo, è incentrata sulla contaminazione tra musica antica e musica elettronica.
A rendere concreta questa commistione durante lo scorrere delle immagini sullo schermo sarà la Compagnia dell'Ariodante, composta da Fabio Accurso al liuto, Flavio Cecere, voce ed effetti, Marco Ferrari ai fiati, Nicola Tirelli alle testiere e sintetizzatore e Fabio Tricomi alla viella e percussioni.

Il film,  è composto da 54 scene e narra con fedeltà, ispirandosi alle celebri illustrazioni di Gustave Dorè, la prima cantica della Divina Commedia: Dante, accompagnato da Virgilio,  incontra tutti i personaggi del poema, da Minosse a Paolo e Francesca, da Farinata degli Uberti a Pier della Vigna, solo per citarne alcuni. Nella Caina i due protagonisti ascoltano la storia del Conte Ugolino e poi vedono Lucifero con tre teste che sbrana un uomo che si dimena prima di riuscire "a riveder le stelle".

Ogni scena usa effetti speciali in funzione realistica: come la sovraimpressione per la scena dei lussuriosi trascinati dalla bufera, l’esposizione multipla per petto squarciato di Maometto o la testa staccata di Bertran de Born), la sotituzione tramite montaggio per realizzare la trasformazione dei ladri in serpenti. Lucifero appare enorme grazie all'impressione separata della pellicola e in una seconda inquadratura ravvicinata, come un intuitivo primo piano, mostra in bocca un uomo che muove le gambe, anche qui grazie alla doppia esposizione.
L'Inferno,presentato per la prima volta a Napoli, Milano e Roma, sullo sfondo della ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, con il patrocinio della Società Dante Alighieri, ebbe un grandissimo risalto, grazie ai suoi meriti artistici, al fatto che è un opera molto lunga per le capacità tecniche dell’epoca (66 minuti e oltre 1000 metri di pellicola) e che richiese un impegno economico tale da considerarlo ancora oggi uno dei film più costosi della cimenatografia italiana). Se ne parlò diffusamente e a lungo sui quotidiani nazionali, in un crescendo di recensioni, interviste, commenti entusiasti. Un successo che rimbalzò all’estero, in Europa e Oltreoceano.  
L'evento proposto da Examina, nell'ambito del secondo ciclo del format originale Mute Sinfonie,è finanziato dalla Regione e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia,e si avvale della preziosa collaborazione del Palazzo del Cinema e del Premio Sergio Amidei.