martedì 28 gennaio 2020

Adriano Sofri a Gorizia, il 6 febbraio, per presentare "Il martire fascista"

Si svolgerà all'Auditorium di via Roma, il 6 febbraio, con inizio alle 20.30, l'incontro con Adriano Sofri. Introdurrà la presentazione del libro "Il martire fascista" il direttore della Biblioteca Statale Isontina di Gorizia prof. Marco Menato.



di Martina Luciani




Ringrazio Anna Di Gianantonio che mi ha permesso di utilizzare la sua ottima recensione de “Il martire fascista” per dare notizia dell’incontro goriziano con Adriano Sofri, organizzato all’Auditorium da Renato Fiorelli.
Edito da Sellerio di Palermo, il libro di Sofri, che nel sottotitolo reca “ Una storia equivoca e terribile”, “racconta molte cose e le mette in relazione, legando quello che accadde durante il ventennio fascista nella vecchia provincia di Gorizia, persa dopo la Seconda guerra mondiale, alla guerra in Jugoslavia, alla visita di Mussolini in Sicilia, alla morte dell’anarchico Pinelli. E lo fa con l’accuratezza dello storico, la consultazione dei documenti d’archivio, i colloqui con studiosi, testimoni, parenti, e la curiosità del viaggiatore che si sposta nei luoghi che cita, guardando monumenti, lapidi, chiese e visitando i paesi sloveni a ridosso del confine di Gorizia fissato con il Trattato di Pace del 1947.”
Spiega Di Gianantonio: “Ne esce un quadro drammatico della politica di Mussolini nei territori annessi dopo la Prima guerra mondiale, quando ci si rese conto che le terre “redente” erano abitate da sloveni e croati che non intendevano rinunciare alla propria lingua e identità nazionale. Il “fascismo di frontiera” fu diverso rispetto al regime che si affermò nel resto del Paese per il carattere marcatamente razzista nei confronti delle minoranze etniche e linguistiche.”  Ne conosciamo purtroppo tante di queste storie,stanno ancora negli archivi delle memorie familiari di molti di noi che hanno radici nel 900 goriziano.
(Tra l’altro proprio a febbraio ricorre l’anniversario della morte di Lojze Bratuž, insegnante di musica, attivo divulgatore della cultura slovena e  direttore di cori sloveni nel Goriziano, pestato e torturato atrocemente dai fascisti fino a morirne,nel 1937, nell’ospedale che si trovava dove oggi ha sede la caserma Massarelli, alla Casa Rossa.)
Nella sua ricostruzione, Adriano Sofri ricorda gli antefatti e il contesto in cui avvenne l’omicidio dell’odiato maestro Francesco Sottosanti, nativo di Piazza Armerina in provincia di Enna, insegnante a San Daniele del Friuli che si trasferì nel paese sloveno di Vrhpolje/ Verpogliano per adempiere alla missione di italianizzazione, missione che giustificava agli occhi del regime fascismo anche atti di inusitata violenza nei confronti degli scolari e delle loro famiglie.
Il colpo di scena di questo racconto è che il maestro crudele in verità non era Francesco, ma il fratello Ugo: né italiani né sloveni ritennero di dover rivelare lo scambio di persona e Sofri avrà certamente modo di spiegare perché al pubblico goriziano. .
Anna Di Gianantonio anticipa un altro filone narrativo, che sicuramente animerà il dibattito: “E Piazza Fontana cosa c’entra? Il figlio del martire fascista Francesco Sottosanti, Nino il “mussoliniano”, fu accusato di essere il sosia di Pietro Valpreda e di avere compiuto lui la strage alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. La tesi del sosia è smentita dalle ricostruzioni di quanto avvenne nel tragico giorno, in cui a compiere l’attentato furono gli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura.”
Tutta la recensione del libro di Sofri è su PULP - Quotidiano dei libri. 


venerdì 3 gennaio 2020

Carlo Tavagnutti. Il Corriere gli dedica un articolo. Un bel riconoscimento. Ma è davvero pochino definirlo semplicemente alpinista.

Tavagnutti, 91 anni di gioventù dell'anima e dell'intelligenza, rese così grandi dal tempo vissuto che possiamo entrarci, guardare il mondo attraverso i suoi occhi.E capirne di più. Tanto di più.


di Martina Luciani


Sono felicissima che il Corriere della Sera del 2 gennaio 2020 abbia dedicato un articolo a Carlo Tavagnutti. E nello stesso tempo trovo che chi ha scritto ha perso un' occasione grande di narrazione: quella di un'esperienza di vita che dovrebbe esserci consegnata come modello, come sintesi tra il personale e l'universale, tra la storia individuale e il patrimonio di storie collettive, tra la capacità di guardare con amorevole attenzione e la bellezza che ci circonda.

Carlo, oltre a quanto descritto nell'articolo del Corriere, è depositario di memorie collettive che inglobano in tutt'uno le terre di confine, è custode delle meraviglie naturalistiche, culturali e storiche delle nostre montagne e della gente che ci ha vissuto (oltrechè camminato e arrampicato), è archivio vivente di ricordi ( nomi e cognomi) che grazie a lui hanno ancora un luogo, un sentiero, una cresta, una valletta, un pianoro, un precipizio cui restare collegati.
Carlo ha realizzato un sistema dinamico di osservazione ed elaborazione che tiene in costante rapporto la vetta che pare invincibile quanto il piccolo fiore o l'erba aguzza che spunta dalla neve,  l'impervia roccia solitaria quanto la vecchia casa con il tetto a scandole di legno della val Trenta, il panorama selvaggio quanto la piccola fonte canterina, la solennità dei pinnacoli da cui le aquile ci osservano e il profumo del fieno steso al sole. 
Ma soprattutto questo eccezionale novantenne è sempre stato generosamente capace di mettere tutto a disposizione degli altri: la fotografia, strumento poetico ancor prima che rappresentativo, è uno degli esempi di questa preziosa condivisione. E se gli chiedi: racconta, racconta! lui materializzerà su grande schermo tutto ciò che non hai visto, che hai visto ma non ci hai fatto attenzione, che non sapevi e che pochi sanno, che si è perduto ma lui è capace di ritrovare.

Dopo la sua ultima mostra, nella Biblioteca di Gorizia, ho ricevuto da lui un dono, una fotografia che mi prende e mi porta ( una gola, che pare rischiosa, ma forse solo per la nebbia, a incamminarsi verso il chiarore in fondo si darà il tempo al Sole di dissolvere opacità e dubbi e paure) un momento di Natura che è un mio deja vu, che io stessa ho fotografato, in qualche altrove, ma senza però riuscire a esprimere la risonanza emotiva.
Anche la cornice, l'ha fatta Carlo. E ci ha tenuto a dirmelo. Insomma, questa fotografia è fatta per essere appesa, invece io la sposto di continuo, me la appoggio qua e là tra i libri e le cose più care, così che nel mio mondo distribuisca il suo significato e la sua bellezza.
Adesso ritaglierò (gesto antiquato ma che consiglio a tutti) l'articolo del Corriere. Ho deciso di conservarlo tra le pagine di Volo con l'aquila.
Guardo fuori, sulla via. Magari fra poco passa Carlo in bicicletta, e si fermerà, e gli farò un sacco di complimenti e lui avrà quella sua bella espressione un po' ritrosa e piena di grazia.

Leggete anche qua, se vi va, della mostra di fotografie al Trento Film Festival del 2017: https://piazzatraunikgorizia.blogspot.com/2017/04/alpi-giulie-e-carlo-tavagnutti-al.html