lunedì 31 agosto 2020

Era il terribile inverno del 1945, nel lager di Ravensbrϋch, e Nerina era incinta.


L’8 settembre, al Kulturni Dom di via Brass a Gorizia, verrà presentato il libro di Anna di Gianantonio e Gianni Peteani: 1945 Ich bin Schwanger ( sono incinta), edito dall’ Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea.
Il volume traccia la vicenda dell’antifascista e  staffetta partigiana triestina Nerina Uršič, deportata al campo di nel gennaio del 1945 al campo di Ravensbrϋch, in Germania. Rientrata fortunosamente a Trieste 5 mesi dopo, ad agosto nacque la sua bambina. Sonia. La protagonista vera, perché senza di lei  questo libro non sarebbe quello che è: enorme.



di Martina Luciani


Su Sonia, fin dalla nascita, si concentrano i traumi materni, le nefandezze dell’intero periodo storico in cui avvenne la prigionia di Nerina, le ambiguità e criticità del periodo successivo e dell’appartenere alla minoranza slovena, il peso dell’essere figlia di una donna tanto profondamente segnata dalla vita, lo sforzo immane della madre di reinserirsi in una qualche normalità e di essere una mamma qualunque, il conflitto tra amarsi e respingersi, tra cercarsi e sfuggirsi, tra scriversi parole affettuose ma non riuscire a parlarsi di persona. Tutto ciò si insinuò e condizionò quello che fu talvolta un tenero legame talvolta un cilicio che univa, anche quando pareva dividerle, madre e figlia. Prolungandosi anche alla generazione successiva.

E’ un groviglio dal quale è impossibile uscire senza lacerazioni: forse solo una catarsi come quella che gli antichi Greci prescrivevano nelle loro tragedie può squarciare le troppe prospettive che si intersecano, si esca dal labirinto e far si possa respirare profondamente di fronte ad un orizzonte nitido, anche se non pietoso. Chissà che questo libro, e le lunghe interviste grazie al quale sono stati ricomposti eventi e sentimenti, non ottenga questo scopo: bisogna leggerlo, però, e tenerlo nella cassetta degli attrezzi del vivere quotidiano perché “fascismo e nazismo non sono periodi storici consegnati al passato”, resi muti e innocui per l’eternità.

La mia personale chiave di lettura sta nelle prime pagine, là dove Anna Di Gianantonio scrive: …le donne hanno subito offese come donne, come madri, come figlie, ogni singolo aspetto del femminile è stato violato…il corpo delle donne è il terreno su cui si svolge una battaglia cruenta...
Quest’opera è stata scritta lungo i due versanti dell’enorme montagna attorno alla quale ci inerpichiamo per tentare di arrivare in vetta: quello maschile e quello femminile. Anna di Gianantonio e Gianni Peteani: e si percepisce chiaramente la diversa sensibilità della scrittura.

Nella filigrana delle pagine scritte da Anna si delinea l’epopea femminile, che dalla notte dei tempi deve risolvere la questione della sopravvivenza della donna e della conservazione della sua esclusiva capacità di mettere al mondo dei figli, questione che non ha alternative, perché madri e figli devono sopravvivere entrambi: le une per non morire di dolore e di privazione di uno dei significati più profondi dell’esistenza, il far nascere, e gli altri perché senza il passaggio attraverso il ventre materno non potranno arrivare in questo mondo.
Ma attorno si svolge una oscura e macabra vicenda, così profondamente intrisa dal male che chi ne scampa non sarà mai più come prima.  Per Nerina, e tantissime sue compagne, è  come restare in un limbo, dove i fatti, le relazioni, le reazioni, i sentimenti avvengono e si sviluppano marchiati a fuoco: il marchio dell’abisso maledetto sui cui si è stati sospinti fin quasi a precipitarvi, dei molteplici abissi maledetti apertisi sul suolo dei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti.

I personaggi femminili di questa storia hanno un’intensità omerica, il loro sforzo è quello di misurarsi con il Male rappresentato da esseri umani, alcuni assurti al rango di dei onnipotenti e crudeli,  e con il Fato che si substanzia in sventurati eventi e coincidenze, che continua a esercitare ulteriori influenze negative. 
La fatica di Nerina è di cercare la personale catarsi, che a volte passa persino attraverso la vita dei figli, e grazie a quella sottrarsi al dolore, liberarsi finalmente. Perché chi è tornato a casa dai campi di sterminio, chi è sopravvissuto non è ritornato libero. Ha dovuto poco per volta riconquistare oltre alla normalità anche la libertà, allentare i lacci e i nodi dei ricordi, cercare frammenti di serenità, e tacere, che il silenzio su quanto subito e sofferto è forse l’unico modo per sopravvivere, il breve alito delle parole di un racconto diventa un vento turbinoso e può far crollare il castello di carte che si cerca di costruire.
Anche perché nel dopoguerra i racconti delle donne sopravvissute avevano una risonanza particolarmente sgradevole, rimbalzavano contro un altissimo muro composto da infinite orecchie maschili: quel muro era (in parte esiste ancora, ahinoi) la barriera socioculturale che attribuiva alle donne vittime una parte della responsabilità della loro tragica esperienza.  Se non si fossero impicciate di politica, di antifascismo e di Resistenza, e non avessero eluso i loro doveri domestici e familiari, non sarebbero state deportate, magari già incinte come Nerina, o assieme ai bambini, come accaduto a molte, rischiando oltre alla propria morte anche quella dei nascituri e dei piccoli, scomparsi anche loro nel girone infernale. Mi sono chiesta se questo atteggiamento di velata condanna, ripetutamente segnalato dalle testimonianze di donne deportate e sopravvissute, così simile agli spregevoli distinguo sulla “vis grata puellae” nei casi giudiziari di stupro, non sia l’unica reazione possibile nella mente maschile collettiva per aggirare la tragica constatazione che l’uomo non solo si manifesta come lupo feroce verso gli altri lupi, ma persino verso le femmine del branco: senza le quali il branco si estingue.

Insomma, oltre alle parole, alla necessità delle parole e della testimonianza, alla catarsi attraverso le parole, il silenzio ha un ruolo importantissimo in questo libro.
Vorrei ricordare la testimonianza di Gianni Peteani, figlio di Ondina, reduce di Auschwitz oltre che di
Ravensbrϋch. Nerina si recava a trovare Ondina, ammalata, e si sedevano al tavolo della cucina. Entrambe avanti negli anni, non parlavano e certamente non perché non avessero nulla di dirsi. Nerina allungava una mano e la posava su quella di Ondina, sul piano del tavolo, e restavano così, in silenzio.
Ma lo stesso Peteani riconosce che il silenzio, usato per proteggersi e proteggere i propri cari, non impedisce la “trasmigrazione del dolore”, una sofferenza dell’anima che si propaga peggio di un virus, per osmosi, tra i reduci dalla deportazione ed i loro familiari. Prova ne è che Sonia piccolissima la percepisce e in qualche modo cerca di fronteggiarla e darle un significato.
Un gesto di Sonia, infine. Lei che tenta una carezza a Nerina morente e la madre che si sottrae bruscamente. Come quando Ulisse tentò tre volte di abbracciare sua madre incontrata nell’Ade, e ogni volta le braccia si strinsero nel vuoto. Io non so come si sopravviva, ad un gesto come questo, se non perché da una vita temprati alla resistenza contro l’incomprensibile. Ma forse invece Sonia comprese, quel gesto equivaleva a ciò che Anticlea disse ad Ulisse piangente: tu cerca al più presto la luce. Evidentemente, in aggiunta, era stato profetico il medico del lager, al quale Nerina, durante un umiliante controllo delle prigioniere, aveva detto “Ich bin schwanger”: le aveva risposto di non preoccuparsi, che avrebbe avuto un figlio d’oro. Metallo solare, delle migliori qualità energetiche e spirituali. E proprio così deve essere andata.

giovedì 13 agosto 2020

Inaugurazione il 21 agosto 2020, a Turriaco, della mostra " 22 maggio '44. La battaglia di Peternel ". Fino al 26 settembre.

Una iniziativa del Comune di Turriaco, dell'ANPI provinciale di Gorizia, di COOP Alleanza 3.0 e dell'Associazione Dialoghi Europei.





Peternel è un villaggio del Brda, a pochi chilometri dal confine italo sloveno di Vencò.
A maggio del 1944, in quell'area, oggi ameno territorio di colline e vigneti esteso tra Slovenia e Collio, ebbe luogo una cruenta battaglia e una serie di tragiche efferatezze contro la popolazione civile.
 Le formazioni partigiane slovene del “Briski Beneski Odred”  e italiane della “Garibaldi” sostennero l’attacco di ingentissime forze naziste,
infliggendo loro gravissime perdite prima di ritirarsi; successivamente partirono i rastrellamenti tedeschi della popolazione locale.
Gli abitanti di Peternel, tra cui bambini, donne e anziani, furono imprigionati nell’osteria del villaggio, venne appiccato il fuoco e 22 persone morirono arse vive. A Cerovo furono fucilati 10 civili, vennero incendiati i villaggi di Slavče e molte case di Hruševlje, Neblo, Hlevnik, Krnice, Brusnice e Breg. 
Quando le persone non erano assassinate sul posto, venivano imprigionate e deportate: decine e decine di italiani e sloveni non fecero più ritorno.

Di questi fatti, e delle persone che ne furono protagonisti, parla la mostra organizzata nella sede del Comune di Turriaco, intitolata “22 maggio ’44. La battaglia di Peternel. Quando il Collio s’infiammò di ciliegie e di sangue”, che sarà proposta successivamente anche in altre sedi.
I testi della mostra sono dello storico Luciano Patat e la realizzazione dell’architetto Bruno Cucit. Le traduzioni in sloveno sono di Patrik Zulian. All’interno saranno presentate anche delle riproduzioni del dipinto di Sergio Altieri che narra la battaglia partigiana, le atrocità commesse e il rogo di Peternel.

L’iniziativa nasce - come si legge in una nota di ANPI provinciale di Gorizia e del Consiglio di Zona di Coop Alleanza 3.0, CDZ Isontino -  come un’autentica necessità: e cioè, “nel contesto attuale di denigrazione della Resistenza e di impostazioni aprioristicamente anti-jugoslave”, con l’intento di approfondire un “episodio della Resistenza troppo poco conosciuto, indicatore anche dei reali rapporti fra le varie componenti nazionali dei movimenti di Liberazione”.

Scrive il sindaco di Turriaco Enrico Bullian: “L’uso della Storia da parte degli esponenti della destra nazionalista è inqualificabile. Ridotta a slogan per denigrare la Sinistra italiana di oggi e infangare la Resistenza, appare inconsapevole o ignorante rispetto alla complessità della “questione jugoslava” e “del confine orientale”, oltre che delle dinamiche, delle collaborazioni e dei rapporti che esistevano fra il Movimento di Liberazione jugoslavo e quello italiano, gli Alleati e in particolare il resto dell’Occidente.”

La mostra sarà inaugurata il 21 agosto, nell’atrio del Municipio di Turriaco, in piazza della Libertà, alle 18.30. Resterà aperta fino a fine settembre, tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 15.30 alle 18.30; il sabato dalle 9.30 alle 12.30.


sabato 25 luglio 2020

Erdogan! Se volevi fare sul serio, dovevi entrare nel centro dell'Omphalion di Hagia Sophia, non te l'ha detto nessuno?

È davvero banale pensare che Erdogan abbia orchestrato un remake dell'ingresso di Maometto II nella basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli.

Più interessante notare cosa è sfuggito al neo sultano e ai  ciambellani di corte nella regia dell'evento del 24 luglio. L'Omphalion.

di Martina Luciani

Se nelle cronache della giornata che ha segnato l'ennesimo arretramento dalla civiltà laica e democratica della Turchia, con il ritorno delle liturgie islamiche in Hagia Sophia, si fosse narrato che Erdogan si era posizionato all'interno del perimetro visibile sul pavimento, realizzato con una composizione di marmi colorati a tracciare un quadrato e una serie di circonferenze, mi sarei preoccupata davvero tanto. Perchè sarebbe stata la dimostrazione che questa esibizione di potere colluso con la religione è strutturata con intenzioni e consapevolezze di vastità smisurata e incontrollabile.
Invece dalle cronache risulta che per la riapertura del museo riconvertito in moschea i pavimenti sono stati ricoperti di tappeti, possiamo presumere che il misterioso Omphalion non è rimasto visibile, che Erdogan non ci si è piazzato sopra
come avrebbe fatto un imperatore bizantino nei momenti salienti dell'esercizio del potere, e come forse ha fatto Maometto II quando, poco dopo la conquista di Costantinopoli, si proclamò Cesare dell'Impero romano, introducendo una rivendicazione contro i Sacri Imperatori romano-teutonici irrisolta fino ai primi del 1600. 
Evidentemente, la consapevolezza storica e culturale del valore simbolico stratificato in Hagia Sophia è relativa, in maniera grossolana, alla sola alternanza e contrapposizione tra Cristianesimo e Islam, tra impero bizantino e impero ottomano, tra comunità internazionale e sovranità turca; una devianza politica e psichiatrica del genere "
über alles" ancora forse non c'è,e speriamo non ci sia mai.

L'Omphalion è uno dei segnali più misteriosi, più suggestivi e più superficialmente frequentati dai visitatori di Hagia Sophia.
Del resto non è un'opera appariscente, se non fosse transennato con un cordone che impedisce ci si cammini sopra, quasi non lo si noterebbe.
 

Riporto qui il brano che ho dedicato qualche tempo fa a questa bellissima composizione pavimentale, che ha suscitato in me emozioni profonde e che è inserita nel mio diario di un viaggio in Turchia, prima o poi forse condiviso nella sua interezza con il titolo " In viaggio con Leucò".
Eccolo.


"Quando venne inaugurata da Giustiniano, la Divina Sapienza stava al centro dell’antica città, e Costantinopoli era il centro del mondo, umbelicus mundi.
E dentro la chiesa, apoteosi dell’impero e del Cristianesimo c’è l’Omphalion, l’ ombelico: un sistema concentrico, un altro centro, sul pavimento, una composizione di marmi colorati che disegna un quadrato, che a sua volta contiene una grande circonferenza, contornata da altre circonferenze, di diametro diverso, a volte tangenti il cerchio centrale a volte disposte secondo uno schema che non è dato comprendere. Perlomeno a me.

Non è appariscente, se non fosse transennato con un cordone che impedisce ci si cammini sopra, quasi non lo si noterebbe. La forza evocativa tuttavia è potente.
L’Omphalos del tempio di Delfi è una pietra scolpita, che costituiva il punto di passaggio tra i mondi ctonio, umano e superumano, per mezzo del quale la Pizia poteva pronunciare i suoi vaticini. Forse anche al santuario di Eleusi c’era qualcosa di simile, e i Romani ne avevano uno al Foro.  Ce ne sono tanti altri sparsi un po’ ovunque, tra culture e religioni diverse, tutte alla ricerca di “un centro di gravità permanente” tra le fluenti e incontrollabili percezioni del Sé e del Tutto.
Questa stupenda pavimentazione, evidentemente area sacra e cerimoniale per le incombenze imperiali,
incoronazioni incluse, con i suoi circoli perfetti mi sembra canti: sono in fondo tante O, di suono più grave e più acuto, che disegnano una sorta di Omphalos Mantra,  riecheggiano  lontananze cosmiche – in particolare su un lato, esternamente al grande circolo centrale, dove le tessere lapidee compongono l’Otto, simbolo matematico dell’infinito e simbolo pitagorico-esoterico del moto sprigionato dal Primum Mobile e del pulsare ritmico dell’universo – suggeriscono il flusso sonoro incessante di un alveare di api, oppure semplicemente la primordiale sillaba OM, su cui si fonda la creazione.

Se tante persone quanti sono i circoli di marmo ( ne ho contati trenta, ma sembra che siano 32)  prendessero posto all’interno dell’Omphalion, nel cuore della Divina Sapienza, ed emettessero un canto fatto solo di O, trasferendo in un coro il disegno dell’ingranaggio, dando voce al meccanismo di ruote ruotanti suggerito dalle forme marmoree, chissà quali vibrazioni verrebbero sollecitate tra colonne e cupole, chissà quali risonanze con  le venature  dei marmi,  con la marea di onde in perenne e sempre mutevole movimento che anima pavimenti e immense pareti.
Improvvisamente mi è venuto in mente Marko Pogačnik -  scultore e geomante (credo anche geo-amante ogni volta che mette in atto azioni di cura per il Pianeta) - e la sua emozionante percezione delle energie terretri e planetarie,  i suoi studi sui cosmogrammi.
Pogacnik ci spiega che una quantità di segni antichi(sull’architrave di un portone, sul capitello di una colonna, sullo spigolo di un’architettura, nello stemma di una città o di un borgo) sono la visualizzazione delle energie profonde che in quel luogo risalgono alla superficie e si connettono alle energie dell’universo e degli intrecci tortuosi e sconfinati di energie che scorrono sotto la superficie, le linee dei draghi, come le chiamano in Cina. E questa potrebbe essere una prima ipotesi per dare un senso non solo decorativo all’Omphalion: architetti e artisti dell’antichità erano attratti e guidati da questa sorta di “ focolai di energia”, collocavano i templi e le chiese proprio in lì sopra e facevano in modo, più o meno inconsapevolmente, che fossero visibili, anche se non facilmente decifrabili, i segnali di queste particolari manifestazioni di forze, telluriche e cosmiche.
In Ecologia dell’invisibile, Pogacnik scrive anche che sbagliamo a ritenere l’architettura silenziosa: i rapporti tra i suoni di una musica, detti intervalli di prima, di seconda, di terza e via dicendo, sono tensioni energetiche, suoni interni tra le note musicali,  assimilabili ai rapporti tra le forme architettoniche.
Applicando la sua teoria – ampiamente dimostrata dai suoi studi sulle chiese di Venezia - all’Omphalion, lo potremmo considerare uno spartito che descrive le armonie con cui risuona l’intera edificazione di Santa Sofia per mezzo non già di strumenti musicali ma di relazioni tra spazi vuoti e spazi pieni, circonferenze e perimetri, linee rette e linee curve, convessità e concavità. Una metafisica di Santa Sofia."