sabato 1 maggio 2021

La felicità di Coniglio



La storia è semplice, piccolina, una di quelle che all’inizio sembra stia negli angoli della vita ma poi ti accorgi che potresti dedicarle non già qualche pagina di diario ma un’intera serie di racconti. 

di Martina Luciani

 

Alessandra salva un coniglio da riproduzione che stava per fare una brutta fine. Lo porta con sé e, non senza una notevole attivazione di misure organizzative che si succedono nel tempo, lo sistema nel suo grandissimo orto, un cuore verde e fiorito in mezzo alla città, in una gabbia che a confronto con la microprigione originaria pare la reggia di Versailles.
Poi succede, e ci vuol poco, che le relazioni intorno a Coniglio – in breve diventato teneramente oggetto di osservazioni etologiche e  non una semplice classificazione di specie – si sviluppano fino al punto di decidere (iniziativa coraggiosa di un'anima giovane e decisa a cambiare il mondo) di farlo uscire dalla gabbia, così che questa diventasse la casa da cui si esce e in cui si torna.
Coniglio aveva già evidentemente apprezzato l’allargarsi dei suoi confini vitali con la nuova sistemazione, smisurata rispetto la precedente, ma prendere possesso di un mondo infinitamente più grande, quale mai aveva mai conosciuto, rappresenta esperienza che lo rende felice. Certo che un coniglio sa essere felice!


Nel senso che adotta i comportamenti classificati come manifestazione del benessere di questi animali e come possibilità di relazione con altri esseri viventi. Nel suo caso, la piccola cerchia di umani che si occupa di lui e il cane ( piccolo pure lui) che appartiene ad Alessandra ( il mio, cane con i geni del cacciatore da tana, proprio non è una relazione raccomandabile).
Quindi, senza mai annoiarci, noi osserviamo la gioia con cui Coniglio, dopo un primo giorno in cui zampettava incerto, persino lievemente zoppicante come se dovesse imparare la tecnica di movimenti mai sperimentati in vita sua, passeggia, saltella, corre, accenna la danza fatta di balzelloni e corsette, si lancia buffamente di qua e di là, si stravacca nell’erbetta, annusa, cerca le foglie e gli steli di tarassacco che tanto gli piacciono. A chi si accuccia accanto a lui, inizia persino a dedicare il rituale del giretto tutto attorno, ripetuto più volte, che abbiamo scoperto essere un segnale di simpatia, una dichiarazione di amicizia. Arriva anche il giorno del contatto fisico, della mano che prima fuggevolmente lo tocca nell’offrire una carota e poi lo accarezza lungo tutto il dorso, e in seguito della mano tesa verso cui Coniglio intenzionalmente si dirige e brevemente sfiora.

Quando si va via, Coniglio rientra nella sua casa, ma è un sacrificio che non sembra pesargli, ci rientra da solo dopo le sue esplorazioni; e dopo aver trovato un colombo sventrato in mezzo all’orto, sappiamo che la la robusta rete che protegge le parti scoperte di Villa Coniglio e il forte tetto di legno della sua “mansarda” sono necessari perché anche in città girano predatori che potrebbero fargli del male.
La vita di Coniglio, cominciata sotto i peggiori auspici e destinata ad una tragica e miserabile prigionia eterna, grazie ad una serie di fortunate circostanze e all’animo gentile e determinato innanzitutto di colei che l’ha salvato, ha subito una rivoluzione, simile a quella copernicana.
Io sento una cosa, che dal mio piccolo mondo si proietta al grande mondo, anche se nessuno lo sa.
 Questa esperienza ha interrotto la serie di oscure vibrazioni negative che dall’entità di questa bestiola, in realtà microscopica rispetto all’ecosistema globale, si riversavano nell’infinito calderone delle vibrazioni promananti da ogni essere vivente, ed ha aperto una nuova linea di vibrazioni positive. Il che di questi tempi è cosa anch’essa rivoluzionaria.  Noi umani in relazione con Coniglio le percepiamo chiaramente, siamo coinvolti nella palese sua immensa felicità. Quando Alessandra, a proposito delle prime uscite nel mondo di Coniglio, disse “ Penserà di essere morto e di essere in paradiso”, probabilmente aveva ragione. E noi facciamo parte del paradiso di Coniglio, quindi beneficiamo della sua vibrante emozione e ne traiamo gioia, tenerezza, benessere psicologico.



mercoledì 7 aprile 2021

Sperimentazioni architettoniche alla Transalpina. Una nota di Sergio Maffei Pratali in risposta all'articolo ( versatile) sul Fatto Quotidiano.


Sottotitolo: Impudicizia dell'atto creativo che non sa, non chiede e probabilmente gliene frega nulla di quel che pensano i cittadini.

Sul blog del Fatto Quotidiano è comparso un'articolo firmato da Eleonora Carrano, architetto. Allora noi, ora, facciamo comparire l'articolo di Sergio Pratali Maffei, che è un architetto pure lui, nostro concittadino e con il più il dono dello scrivere per far comprendere le cose agli altri.



Dopo la lettura del pezzo sul blog suddetto,  noi, qua a Gorizia, ci siamo di nuovo inviperiti ( era già successo quando di questo progetto si parlò mesi fa. Perchè non siamo versatili e nemmeno arditi: ma vorremmo semplicemente essere parti in causa dei progetti che ci riguardano.  Sistematicamente viene posto l'accento sulla necessità di accrescere la partecipazione dei cittadini alla pianificazione e alla realizzazione dei progetti di sviluppo delle città: un tam tam che ormai rimbalza ovunque, e non soltanto sulle barricate popolari ( cfr il documento del Comitato Economico e Sociale Europeo, recentemente prodotto in vista della revisione dell'Agenda urbana per l'UE).
Ah, a proposito di città: cara Carrano, prenda nota che Capitale europea della cultura è Nova Gorica. Molto amichevolmente,  la città slovena ha coinvolto Gorizia nel programma predisposto per la candidatura, che non è congiunta. Quindi prima di parlar di simboli, di decidere che abbiamo bisogno della monumentalità per rendere storico un luogo che è già così storico che di più non si può, prima di cancellare la narrazione esistente (che è quella che vorremmo condividere con i pellegrini) e appiccicarci sopra una colata di cemento che "costruisce un mondo, inventa un linguaggio e scardina le certezze dei luoghi comuni della piazza", parliamo, parliamoci e discutiamo.

Scrive Sergio Pratali Maffei.

Intervengo al volo, e un po’ malvolentieri, visto che il tema, in sostanza quello del rapporto tra architettura e potere, meriterebbe ben altro spazio di riflessione. Procedo per punti, e spero mi perdonerete lo schematismo e le tante semplificazioni.

1_ dubito sempre di “recensioni” unilaterali, nelle quali non si trova benché minima traccia di critiche

2_ non è certo un caso se il rappresentante italiano nella commissione di concorso sia un architetto, quasi settantenne, che non ha mai costruito nulla in vita sua

3_ il progetto potrebbe anche essere interessante, ma risulta totalmente decontestualizzato, nel senso che sembra essere stato “pensato” come un prototipo (peraltro di un museo e non di una piazza) valido per qualsiasi “occasione”

4_ e non è neppure un caso che non ci sia nessuna vista di tale progetto che guardi verso via Caprin, e che sfrutti la stazione come una quinta scenica, come avveniva peraltro con le architetture di regime (e non solo)

5_ il progetto si sovrappone alla piazza esistente, cancellandone la Storia; in altre parole il suo “valore” va a discapito di quelli preesistenti, non si aggiunge ma si sostituisce alla piazza

6_ dal punto di vista economico l’ipotesi sarebbe accettabile se a finanziarla fosse una fondazione privata, in grado di assumersi sia i costi di realizzazione che di gestione/manutenzione (che sarebbero altissimi)

7_ quando un’opera si definisce pubblica dovrebbe essere espressione di una volontà collettiva, possibilmente della comunità di riferimento, e non totalmente autoreferenziale (nella concezione e negli obiettivi)

8_ qualche anno fa destò un certo scandalo un mio articolo che osava criticare Renzo Piano (che peraltro apprezzo molto) per il suo intervento al Lingotto di Torino, che cancellava di fatto la Storia di quel luogo (e di chi l’aveva vissuto), il principale stabilimento industriale del nostro paese per oltre mezzo secolo, diventato ora un centro commerciale

9_ la Transalpina, una piazza dove più volte di sono incontrate in questi anni due comunità, dovrebbe a mio avviso restare un luogo maggiormente “informale”, a disposizione di tali comunità, e non essere di fatto privatizzato dal pubblico (ossimoro purtroppo sempre più diffuso)

10_ per dirla con il collega Marco Ermentini, avrebbe tuttalpiù bisogno di un’architettura “timida”, in grado di valorizzare il luogo con pochi gesti misurati, coinvolgendo tutto il contesto (a partire dall'albergo prospiciente abbandonato), e non certo di una struttura “urlata” come quella proposta

P.s.: vi invito a seguire l’incontro di venerdì sera alle 20.20 tra Arci Gong e Raul Pantaleo, "l’architetto di Emergency", uno dei pochi che abbia saputo, almeno in tempi recenti, coniugare veramente etica ed estetica. 20eventi delle 20e20: La sporca bellezza | Facebook







martedì 30 marzo 2021

Ma i correttori di bozze esistono ancora?

 

E' stato da poco dedicato un video alla stazione della Transalpina. Che ha suscitato in me un'onda d'ira funesta, peggio di quella di Achille.


di Martina Luciani


A parte gli errori storici di cui è infarcito il testo, incomprensibili sempre, ma imperdonabili se commessi da goriziani a proposito delle vicende della propria città; a parte, ancora, un imprinting di fondo che un po' mi puzza di muffe nazionalistiche: ciò che mi devasta ed esaurisce ogni tolleranza, è l'immagine scelta per suggellare il discorso. Quella qui sopra.

Mentre tremiamo per il concreto timore che l'ecomostro vincitore del concorso di architettura per il rifacimento della piazza passi alla fase esecutiva; mentre lottiamo per salvare il mondo da inquinamento, veleni, cambiamento climatico; mentre discutiamo per rendere le città più sane, più respirabili, più verdi; mentre a Gorizia cerchiamo di non sperperare malamente il patrimonio urbano e di valorizzare la fisionomia architettonica e il paesaggio caratteristico della città...ecco che il video incastra il bell'edificio novecentesco della Transalpina in un contesto distopico, opprimente e sicuramente insostenibile per l'ambiente e per gli esseri umani.
Un po' alla Fritz Lang e un po' alla George Lucas, un po' cyberpunk e un po' dark futurista, con una punta di razionalismo socialista ministerial-burocratico del più cupo.
Non ci sono esseri umani, un volo d'uccelli, una bici parcheggiata, solo un paio di droni e un Millennium Falcon parcheggiato a destra; probabilmente i viventi stanno nel sottosuolo, l'atmosfera deve essere satura di radiazioni o calda in maniera insostenibile.
A sinistra in basso due sfere, che potrebbero essere installazioni militari, vista la somiglianza con certi bunker della Linea Maginot.
Il tutto riferito al 2050, cioè venticinque anni soltanto dopo l'evento europeo che celebrerà la cultura condivisa di oggi e fisserà le basi e la responsabilità per lo sviluppo culturale condiviso e congiunto tra Nova Gorica e Gorizia.
Ahinoi, che fosco presagio, che angosciante prospettiva. Così gratis, senza neanche aver pagato il biglietto del cinema.


Allora, io sarò morta ben prima del 2050 ma non mi sento di augurare a nessuno di vedere una cosa del genere, nè a Gorizia nè altrove.
Tra l'altro, ricordo che secondo la narrazione di famosi film di fantascienza, ma anche di giochi digitali ormai entrati nella letteratura di genere, in questo tipo di configurazione urbana si esprime la più drammatica condizione di disuguaglianza sociale, l'appiattimento e l'oppressione degli individui, privati di ogni diritto, esclusi dal potere detenuto da elite ( che forse abitano nella torre cilindrica sullo sfondo a destra) o dagli alieni che sfruttano e schiavizzano ogni creatura.
Gli umani, insomma, in quelle città del futuro si ritrovano zittiti, umiliati e forse persino rimbecilliti, finchè qualcuno fra loro non susciti la resistenza e la ribellione e promuova la rivolta e il sacrificio per riconquistare parola, libertà e umanità. A fatica e con sacrificio, perchè è davvero falsa l'affermazione contenuta nella narrazione del video, e cioè che la democrazia prevale sempre contro ogni dittatura: un'ottusa credenza in cui ci culliamo o la retorica con cui veniamo rassicurati, così nessuno rompe le balle.
Ecco, tutto ciò potevamo anche risparmiarcelo. Un peccato, perchè nel video sono state ben impiegate alcune rilevanti risorse tecniche. Però ci vuole il pensiero e il cuore, anche. No, mettiamoci pure qualche libro di storia, cultura è una cosa impegnativa, non è che si compra con due soldi al mercato.

lunedì 1 marzo 2021

Canto d'amore per una magnolia abbattuta. Canto d'amore per le Madri e le Figlie.


Era l’alba di una estate di circa 40 anni fa. Ero a casa, appena rientrata dall’ospedale, dove mia madre era stata ricoverata con una corsa notturna in ambulanza. Metastasi ossee diffuse da un cancro al seno la stavano divorando, ormai c’erano poche speranze e ancor meno tentativi da fare.


di Martina Luciani

 

Mio padre era rimasto con lei, in attesa del trasporto ad Aviano, per una cura estrema ( e allora ancora sperimentale, che poi fu quella, e non il cancro, che riuscì a ucciderla, vincendo in breve il suo fortissimo e grande cuore; il che probabilmente fu una forma di pietosa e indolore eutanasia, vista la situazione).
Mi affacciai ad una finestra di casa, guardando verso il giardino dei miei vicini, il giardino di Annalisa, mia amica d’infanzia.
E nello strazio di quei momenti, nel vuoto della mia anima così giovane ancora, i primi raggi di sole cominciarono la loro danza sulle lucide foglie della Magnolia, che già allora chiudeva vigorosa una prospettiva lunga, dalle mie finestre fino al confine del giardino di Annalisa con altri giardini.
E quegli scintilli nella quiete dell’alba, mentre gli esseri umani ancora se ne stavano zitti ma tutto risuonava di cinguetti e gorgheggi, furono una consolazione: avevo poco più di ventanni, ma sentivo allora come oggi la bellezza e l’armonia della natura, insinuate grazie ai giardini nelle ristrettezze e miserie ecologiche della città, come strumenti e occasioni per percepire dimensioni infinitamente più grandi del mio quotidiano camminare sul suolo terrestre.
In quei momenti mia madre moriva, combatteva ancora, ma moriva.
L’Aurora dalle dita rosate era ormai scomparsa dal cielo, il sole sorgeva filtrato e riflesso da grandi, forti foglie, lucide come se fossero state incerate e pazientemente sfregate con un panno di lana. Sentii fluire dalla Magnolia, immobile ma circondata e pervasa dai movimenti dei raggi luminosi, la sensazione che mia madre  sarebbe rimasta dentro di me, perché la Grande Madre si trasmette nelle figlie, e poi ancora nelle figlie e le radici sono così antiche da attraversare tutti i tempi, e per questo non possono estirpate o inaridite. 
Questo era il dono recato a me attraverso una creatura di nome Magnolia. Che è rimasta nel giardino dei vicini per così tanti anni e che fino ad oggi ho continuato a guardare sorridendole, ogni volta che mi affacciavo e la vedevo riflettere la luce del sole oppure quella del plenilunio, proprio come la notte scorsa,con la Luna trionfante in Vergine.

Scrivo  proprio mentre l’orrendo rumore delle seghe elettriche copre il rumore dei grandi rami che si abbattono al suolo.
Il nuovo proprietario della Magnolia non la vuole più, l’abbatte. E’ una facoltà che fa parte dei suoi diritti di proprietà. Non ho nessun argomento per contrastare quanto sta accadendo.

Vado da sempre ripetendo che il paesaggio urbano si determina in maniera fondamentale grazie alla presenza dei grandi alberi, al livello di significati e custodia delle memorie, quindi ben oltre la mera funzione decorativa; che la presenza degli alberi, di ognuno di essi, e di tutti insieme nella reciproca relazione delle infinite diversità del singolo esemplare, ha un ruolo enorme sulla psicologia degli abitanti, perché la vita si svolge tra quinte e prospettive esse stesse viventi, entro le quali l’esperienza umana si collega alla natura e ai ritmi delle stagioni, entro cui le emozioni rimangono conservate e  si rinnovano attraverso la visione e la percezione del contesto e via dicendo… Ecco, in conseguenza di tutto ciò, adesso piango la morte della Magnolia, e di nuovo, mentre la pianta pezzo dopo pezzo scompare e viene meno ciò che per me lei ha rappresentato lungo i decenni, piango la morte di mia madre, la solitudine di una ragazza che doveva comprendere e sopportare l’impotenza della scienza di fronte alla malattia, l’ingiustizia atroce del sentirsi via via privati di un amore così importante come quello della propria mamma, dell’avere una paura fottuta solo ad immaginare di non poter più sentire il tocco caldo e vibrante delle irriproducibili carezze di una madre sulla pelle della propria figlia.
Tutto tra i rami di una Magnolia, che non era nemmeno mia.
Devo farmene una ragione razionale? Ma anche no.
Mi passerà? Certo, pian piano e proprio per mezzo di tutto ciò che grazie alla Magnolia ho metabolizzato e reso per sempre mio.
Tra cui la grande Alleanza, tra la Madre e le figlie. 
Proprio le mie figlie,in questa brutta mattina,addolorate come me ma in aggiunta anche per me, hanno abbandonato i loro impegni e si stanno prendendo cura di me e della mia tristezza, in mille modi. Anche correndo nel giardino dei vicini, a prendere alcuni rami dell’albero tagliato, e poi ad acquistare non so che sostanze per favorire la formazioni di radici dalle talee e tentare per me un amoroso esperimento di rigenerazione.

Le seghe elettriche hanno terminato la loro opera, la tenerezza delle mie ragazze mi avvolge e attutisce e disinfiamma e placa. 
Continuerò dire e ridire: amateli, gli alberi che sovrastano le nostre vite, perché hanno visto, hanno ascoltato e spesso hanno sussurrato, anche se raramente sono stati ascoltati; talvolta, come è successo a me, hanno aiutato a sopportare indicibili smarrimenti, insinuando un’emozione, magari non perfettamente decifrata nell’immediato, ma rimasta, conservata, evoluta negli anni, confermata dalle esperienze e diventata strumento di consapevolezza, pilastro della coscienza del sé e del vivere e morire in questo giro di giostra.