martedì 24 maggio 2022

Riusciremo ad avere una Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell'epidemia Covid-19?

Oggi a Montecitorio la conferenza stampa per la presentazione del disegno di legge del gruppo parlamentare Alternativa.




di Martina Luciani

"Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione delle misure adottate in occasione dell’epidemia di COVID-19": questo è il titolo del disegno di legge presentato dal deputato di Alternativa Francesco Sapia nella conferenza stampa svoltasi oggi a Montecitorio.

A cominciare dall’ on. Sapia e poi attraverso i contributi dell’ on. Pino Cabras ( Alternativa) e di alcuni ospiti, tra cui il professor Giovanni Frajese e l’avv. Francesco Toscano, è stato illustrato le scopo della Commissione bicamerale proposta.
Commissione pienamente giustificata oggi dalla possibilità di attingere a dati scientifici che, a parte la ritrosia delle fonti italiane, in tutto il mondo autorevolmente evidenziano una situazione preoccupante sull’efficacia dei vaccini anti Covid_19, introdotti con limitatissime sperimentazioni e insufficiente ricerca su rischi gravissimi a lungo termine, come la genotossicità, la cancerogenicità e le nuove forme di immunodeficienze a carico della popolazione vaccinata.

Nello specifico, la Commissione proposta da Alternativa si propone di analizzare la campagna vaccinale italiana, ricercare le cause e le responsabilità, ai vari livelli e anche con profili penali, degli errori relativi alla vaccinazione anti Covid, far luce sulle reazioni avverse e sul rapporto rischi/benefici dei vaccini, verificare se ci siano stati condizionamenti nella gestione dell’emergenza sanitaria, introduzione di interessi privati, infiltrazioni malavitose, corruzione nei ranghi pubblici.

Gli scopi della Commissione si innestano non solo su un’esigenza di trasparenza e verità, sul superamento di classificazioni manichee e discriminatorie tra cittadini, sul disvelamento delle reali intenzioni di numerosi provvedimenti governativi, privi di fondamento scientifico ma anche sull’urgenza di riaprire il dibattito politico, nelle sedi istituzionali spento dall’autoritarismo del governo che è riuscito a zittire le aule parlamentari e comprimerle nel ruolo di meri certificatori del proprio operato.

Il lavoro della Commissione esprimerà importanti effetti anche sul piano sociale e culturale: non solo due anni di gestione pandemica e di forzature autoritarie hanno messo in crisi la democrazia italiana, ma hanno anche impoverito le capacità di autonomia e critica dell’opinione pubblica e imposto un clima di decadenza culturale ai cittadini, spaventandoli, minacciandoli e martellandoli con una propaganda senza precedenti , ostacolandoli in ogni modo nella comprensione della complessità della realtà.

venerdì 22 aprile 2022

Giornata della Terra 2022. Un pianeta di pazzi in guerra. E l’ambiente?

I carri armati sono letali anche per l’ecosistema (lasvolta.it)

Alcune osservazioni attorno all'enorme pressione esercitata sull'ambiente dai conflitti bellici.Del diritto internazionale in materia, ce ne facciamo qualcosa o no?



di Martina Luciani

Mentre la parola guerra è sempre più familiare, nella Giornata della Terra, lasciando ad altri le riflessioni tragiche sulle condizioni del pianeta Terra, ho deciso di sottolineare l’imbecillità, la follia e l’incoerenza dei governanti e dei relativi legislatori e plenipotenziari  che producono norme internazionali a tutela dell’ambiente nei conflitti bellici e che poi guerreggiano amenamente producendo il rischio o l’effettiva degradazione, spesso irreparabile, dell’ambiente. Scelta dettata dal fatto che normalmente sfugge del tutto l’enorme pressione esercitata sull’ambiente e sulle ipotesi di sopravvivenza dell’umanità  dalla guerra, dai preparativi di guerra, dall’apparato industriale che sostiene la guerra, dagli esiti che si manifestano a distanza di molto tempo sulla natura oltrechè sulla vita umana.

Mi preme ricordare innanzitutto che lo Statuto di Roma, istitutivo della Corte Penale Internazionale,  nel perseguire i crimini di guerra , all’art.8 prevede la fattispecie dell’attacco deliberatamente lanciato nella consapevolezza che questo avrà come conseguenza […] danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale, che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”.
Probabilmente si tratta della prima norma incriminatoria che considera il danno ambientale in maniera autonoma rispetto la considerazione degli effetti sulle persone.  Un’impostazione dunque ecocentrica, che la Corte ha sviluppato nel documento programmatico intitolato Policy paper on case selection and prioritisation, del 15 settembre 2016,  in cui ha precisato l’impegno a perseguire con particolare attenzione  tutti i crimini previsti nello Statuto di Roma che siano commessi per mezzo,  o che determinino quale conseguenza, la distruzione dell'ambiente, lo sfruttamento illegale di risorse naturali o l'espropriazione illegale di terreni. L'impatto dei reati può essere valutato alla luce, tra l'altro, della maggiore vulnerabilità delle vittime, del terrore instillato successivamente o del danno sociale, economico e ambientale inflitto alle comunità colpite.
Inoltre l’Istituzione, considerando che lo Statuto prevede nel Preambolo il coordinamento delle attività della Corte, in relazione a casi fuori dalla sua competenza, con le giurisdizioni nazionali all’interno di un sistema complementare di giustizia penale, ha inoltre resa esplicita la propria intenzione di cooperare e fornire assistenza agli Stati, su richiesta, rispetto a comportamenti che costituiscono un reato grave ai sensi della legislazione nazionale, come lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, il traffico di armi, tratta di esseri umani, terrorismo, crimini finanziari, accaparramento di terre (land grabbing) o distruzione dell'ambiente.

Per questo, l’Articolo 8(2)(b)(iv) è considerato il primo crimine di guerra di carattere ecocentrico – specialmente rispetto alle precedenti disposizioni dell’Articolo 35 del Protocollo I delle Convenzioni di Ginevra e dell’Articolo I della Convenzione ENMOD, da cui esso trae origine.
La Corte penale internazionale, nel documento programmatico intitolato Policy paper on case selection and prioritisation, del 15 settembre 2016, ha precisato l’impegno a perseguire con particolare attenzione  i crimini previsti nello Statuto di Roma che siano commessi per mezzo,  o che determinino quale conseguenza, la distruzione dell'ambiente, lo sfruttamento illegale di risorse naturali o l'espropriazione illegale di terreni.
L’Istituzione, considerando che lo Statuto prevede nel Preambolo il coordinamento delle attività della Corte, in relazione a casi fuori dalla sua competenza, con le giurisdizioni nazionali all’interno di un sistema complementare di giustizia penale, ha inoltre resa esplicita la propria intenzione di cooperare e fornire assistenza agli Stati, su richiesta, rispetto a comportamenti che costituiscono un reato grave ai sensi della legislazione nazionale, come lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, il traffico di armi, tratta di esseri umani, terrorismo, crimini finanziari, accaparramento di terre (land grabbing) o distruzione dell'ambiente.

L’altra architrave della protezione ambientale nei conflitti bellici sta nel primo Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra, adottato nel 1977: l’art. 35, tra le regole fondamentali,  stabilisce il divieto di impiegare mezzi e metodi di combattimento in grado di causare, o da cui ci si possa aspettare, danni gravi, estesi e durevoli all’ambiente naturale. 
All’art. 55, esplicitamente dedicato alla Protezione dell’ambiente naturale, si fa riferimento a danni ambientali  che compromettono la salute o la sopravvivenza della popolazione e si vietano attacchi contro l’ambiente naturale a titolo di rappresaglia. Non granchè, in effetti, visto che, oltre a doversi intendere gli effetti in maniera cumulativa,  per estensione del danneggiamento si intendono centinaia di chilometri quadrati, per durevoli si intende che durino diversi decenni e per gravi si guarda ad effetti che determinino pregiudizi importanti per la vita umana, per le risorse economiche e naturali dei territori coinvolti.
 

Contemporanea al primo Protocollo è la Convenzione ENMOD  sulla proibizione dell’impiego di tecniche di modifica ambientale per scopi militari ( con minor numero di ratifiche rispetto al primo Protocollo), dalle cui intese interpretative si ricava una previsione maggiormente restrittive del danno ambientale.: e cioè il danno durevole va osservato nell’arco di pochi mesi, e i tre requisiti  - grave, esteso e durevole – vanno osservati in maniera non cumulativa.  Nelle intese interpretative relative alla Convenzione si esclude purtroppo che l’attribuzione di significato ai tre termini vincoli le parti e possa considerarsi estesa nella formulazione di altri trattati internazionali. Aggiungo anche che a Rio de Janeiro, nel 1992, si è ritenuto di inserire nella Dichiarazione su ambiente e sviluppo sostenibile il principio 24:  La guerra esercita un'azione intrinsecamente distruttiva sullo sviluppo sostenibile. Gli Stati rispetteranno il diritto internazionale relativo alla protezione dell'ambiente in tempi di conflitto armato e coopereranno al suo progressivo sviluppo secondo necessità. Chiarendo, al principio 25, che pace e protezione dell’ambiente sono interdipendenti e indivisibili.

E’ interessante almeno quanto sconfortante leggere nella Gazzetta Ufficiale del 25 maggio 1986 la traduzione ufficiale delle dichiarazioni interpretative depositate dal nostro governo al momento della ratifica del primo Protocollo addizionale (quasi dieci anni, ci son voluti, per questa ratifica). L’Italia considera le norme del primo Protocollo, incluse dunque anche quelle relative all’ambiente naturale, con riferimento alle sole armi convenzionali, escludendo perciò dal divieto di arrecare danni all’ambiente le armi nucleari, chimiche e batteriologiche.
Ci si chiede come oggi, dopo la modifica dell’art.9 e dell’art. 41 della Costituzione italiana ( molta enfasi e poca sostanza, a parere di chi scrive, ma si sa qualcosa è meglio di niente) si possa discutere sull’applicazione dell’art.35 e 55 del primo Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra: ora che abbiamo dato il massimo rango possibile nel nostro ordinamento ai principi di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, con l’aggiunta della precisazione “anche nell’interesse delle future generazioni”, come si configura il ruolo italiano nella discussione internazionale sulla tutela dell’ambiente nei conflitti armati nel caso di sistematiche violazioni delle norme del primo Protocollo, e in particolare degli articoli 35 e 55?  

Ringrazio mia figlia Lodovica Gaia Stasi dalla cui tesi di laurea in Criminologia su “I reati contro l’ambiente come categoria della criminalità non convenzionale” ho attinto, dalle pagine sulla corte penale internazionale e le prospettive di penalizzazione degli ecocrimini e dell’ecocidio, i riferimenti dei trattati internazionali citati.
Infine dedico queste sommarie note a Vega Abrahamsberg, studentessa di Scienze internazionali e diplomatiche, che ha in progetto di scrivere la sua tesi di laurea su conflitti armati e salvaguardia dell’ambiente: un compito non facile che le auguro di affrontare con determinazione e con quella sensibilità al tema ambientale che già so esser profondamente sua.

 

mercoledì 20 aprile 2022

Il kolossal del cinema muto italiano a Gorizia, con colonna sonora dal vivo: L' Inferno (1911). Lo presenta Examina al Kinemax

 

Mute Sinfonie, progetto dell’Associazione goriziana Examina, offre al pubblico, venerdì 22 aprile alle 20.30,  al Kinemax, con ingresso libero, il film muto del 1911 "L'Inferno". 


     

Presentato nel 1911, dopo tre anni di riprese sotto la regia
di Francesco Bertolini e Adolfo Padovan, con la collaborazione di Giuseppe De Liguoro, l'opera è considerata uno dei capolavori del genere in costume, primo kolossal italiano e prima opera cinematografica europea di grande impegno letterario e artistico.

La colonna sonora, proposta per questa importante occasione da Examina ed eseguita dal vivo, è incentrata sulla contaminazione tra musica antica e musica elettronica.
A rendere concreta questa commistione durante lo scorrere delle immagini sullo schermo sarà la Compagnia dell'Ariodante, composta da Fabio Accurso al liuto, Flavio Cecere, voce ed effetti, Marco Ferrari ai fiati, Nicola Tirelli alle testiere e sintetizzatore e Fabio Tricomi alla viella e percussioni.

Il film,  è composto da 54 scene e narra con fedeltà, ispirandosi alle celebri illustrazioni di Gustave Dorè, la prima cantica della Divina Commedia: Dante, accompagnato da Virgilio,  incontra tutti i personaggi del poema, da Minosse a Paolo e Francesca, da Farinata degli Uberti a Pier della Vigna, solo per citarne alcuni. Nella Caina i due protagonisti ascoltano la storia del Conte Ugolino e poi vedono Lucifero con tre teste che sbrana un uomo che si dimena prima di riuscire "a riveder le stelle".

Ogni scena usa effetti speciali in funzione realistica: come la sovraimpressione per la scena dei lussuriosi trascinati dalla bufera, l’esposizione multipla per petto squarciato di Maometto o la testa staccata di Bertran de Born), la sotituzione tramite montaggio per realizzare la trasformazione dei ladri in serpenti. Lucifero appare enorme grazie all'impressione separata della pellicola e in una seconda inquadratura ravvicinata, come un intuitivo primo piano, mostra in bocca un uomo che muove le gambe, anche qui grazie alla doppia esposizione.
L'Inferno,presentato per la prima volta a Napoli, Milano e Roma, sullo sfondo della ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, con il patrocinio della Società Dante Alighieri, ebbe un grandissimo risalto, grazie ai suoi meriti artistici, al fatto che è un opera molto lunga per le capacità tecniche dell’epoca (66 minuti e oltre 1000 metri di pellicola) e che richiese un impegno economico tale da considerarlo ancora oggi uno dei film più costosi della cimenatografia italiana). Se ne parlò diffusamente e a lungo sui quotidiani nazionali, in un crescendo di recensioni, interviste, commenti entusiasti. Un successo che rimbalzò all’estero, in Europa e Oltreoceano.  
L'evento proposto da Examina, nell'ambito del secondo ciclo del format originale Mute Sinfonie,è finanziato dalla Regione e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia,e si avvale della preziosa collaborazione del Palazzo del Cinema e del Premio Sergio Amidei.

 

domenica 3 aprile 2022

Il 6 aprile, ricorrenza dell'invasione nazifascista della Jugoslavia, si proporrà l'istituzione della Giornata della vergogna. A Gorizia, in piazza Transalpina.

E' giusto,corretto e addirittura indispensabile istituire il 6 aprile come "Giornata della Vergogna": una proposta per conoscere, ricordare, maturare consapevolezze e opporsi al revisionismo storico delle vicende dei confini orientali e al travisamento delle responsabilità del fascismo.

 

 Da qualche anno il revisionismo storico, riguardo le vicende accadute sul territorio del confine orientale del nostro paese durante la seconda guerra mondiale, ha accresciuto il consenso occultando, o peggio negando, pezzi di storia pregressi assolutamente necessari per comprendere e avere il quadro generale di tutta la vicenda. Troppe volte sentiamo parlare di foibe, di pulizia etnica, alcuni si awenturano persino a parlare di genocidio.
Con la giornata del 6 aprile si vuole porre fine a questo obnubilamento della realtà dei fatti.

Il 6 aprile 2022 cade l'81° anniversario
dell'invasione della Jugoslavia.

Il 6 aprile 1941 la Luftwaffe bombarda Belgrado, gli eserciti italiano e tedesco penetrano nel Paese, lo occupano e lo smembrano. Si compie il sogno imperialista fascista nei Balcani.

L'invasione avviene senza dichiarazione di guerra. La Jugoslavia è divisa in pezzi. L'Italia annette Lubiana, le province di Spalato, del Cattaro, il protettorato del Montenegro, alla Croazia dell'ustaša Ante Pavelić viene assegnato un re italiano. Con l'Albania, già conquistata, l'Adriatico diventa un "Mare nostrum". L'aggressione provoca oltre un milione di morti ed enormi distruzioni, ma i partigiani, opponendosi ai progetti disgregatori, riuniscono nell'esercito popolare di liberazione tutte le nazionalità della Jugoslavia. Per gli sloveni, che formano l'Osvobodilna fronta, si tratta di resistere all'annientamento come popolo, cosa che era nei progetti nazisti e, ancor prima, in quelli fascisti.

Alla fine di febbraio del 1942 il generale Mario Roatta emana la circolare 3C che prevede: fucilazione di ostaggi, uccisione in massa dei civili sospetti partigiani, incendio di villaggi (con i lanciafiamme dei reparti chimici), deportazione di intere popolazioni, campi di concentramento per civili, uomini, donne, vecchi, bambini, gestiti con direttive da morte per fame.

Gonars e Visco nella pianura friulana, Arbe, Melada, Mamula e Prevlaka, Zlarin e Antivari nelle isole dalmate, Treviso, Padova, Renicci di Anchiari, Fraschette di Alatri, Cairo Montenotte, Colfiorito sono i principali nomi del sistema concentrazionario fascista, che provoca migliaia di morti. A Gonars in Friuli almeno 500, di cui 71 bambini di meno di un anno.

La politica aggressiva italiana dopo l'8 settembre 1943 viene proseguita dalle formazioni repubblichine collaborazioniste dei nazisti, come la X Mas (che viene accolta ogni anno in gennaio nella sede comunale di Gorizia).

Nessun generale o fascista italiano ha mai pagato per i crimini di guerra commessi in Jugoslavia. Nessun gerarca fascista è stato condannato, nemmeno processato.
La Repubblica, seppur nata dalla Resistenza, ha impedito l'applicazione delle clausole del trattato di pace, non consegnando i criminali di guerra richiesti dai paesi aggrediti. Questa operazione è stata avallata nel dopoguerra dagli alleati occidentali, per i quali l'Italia, diventata parte della NATO, doveva avere un esercito "purificato" dai crimini di guerra senza passare attraverso un tribunale internazionale di giustizia.

Attraverso questa breve sintesi è possibile comprendere meglio cos'è accaduto in quei quattro anni tra l'Italia e l'ex Jugoslavia: è giusto, corretto e addirittura indispensabile istituire il 6 aprile come "Giornata della Vergogna".

A ferro e fuoco. L'occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943 (occupazioneitalianajugoslavia41-43.it)

 

martedì 18 gennaio 2022

La questione della legittimità costituzionale dell'obbligo di vaccino per il Covid-19 finirà nuovamente al Palazzo della Consulta?



Sta rimbalzando tra i diversi canali di informazione , seppur non con il dovuto risalto, l’ordinanza del 17 gennaio 2022 del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia, ovvero il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia, in pratica l'equivalente del Consiglio di Stato, tanto per intenderci.


di Martina Luciani

Con tale ordinanza il Collegio, manifestando dubbi sulla legittimità costituzionale delle disposizioni in materia di obbligo vaccinale, pone ai vertici tecnico amministrativi della Sanità italiana una serie di specifici quesiti, rivolti ad un collegio composto dal  segretario generale del Ministero della Sanità,  dal direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria dello stesso dicastero,  e dal presidente del Consiglio superiore di sanità.

A chi si chiedesse se incaricare un collegio con questo tipo di composizione equivalga a dare mandato a Dracula di governare un’associazione di volontari donatori di sangue, riservo una chiosa al termine. ***

Tralasciando il contesto in cui è stata emessa l’ordinanza,  che potete leggere qui, è interessante valutare la struttura logica e di merito del provvedimento.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano riprende la decisione dei colleghi del Consiglio di Stato  n. 7045/2021, che avevano ritenuto legittimo l'obbligo vaccinale contro il virus Sars-CoV-2 per il personale sanitario, escludendo  tra l’altro, che i vaccini non abbiano efficacia nell’evitare la malattia, del tutto o comunque nelle forme più gravi e ANCHE il contagio.
Tuttavia , riflettono i giudici siciliani, la stessa decisione n. 7045/2021 sottolinea che l’autorizzazione è condizionata all’acquisizione di più completi dati acquisiti successivamente all’autorizzazione stessa e che il rigore scientifico e l’attendibilità delle sperimentazioni che hanno preceduto l’autorizzazione devono trovare conferma mediante i cc.dd. «comprehensive data post-authorisation».

Quindi bisogna considerare  quanto di diverso e nuovo è accaduto: e cioè  “ la situazione sanitaria appare in costante divenire e già in parte diversa rispetto quella oggetto di valutazione della citata decisione della III sezione",  la "diffusione di nuove varianti quale la Omicron, rispetto alle quali i vaccini non sono ancora “aggiornati”, di guisa che sulla relativa ed attuale efficacia protettiva la comunità scientifica non pare aver raggiunto una conclusione unanime" , il profilarsi di "una reiterazione di somministrazioni in tempi ravvicinati (sei mesi o addirittura quattro), sulla cui opportunità non si ravvisa, parimenti, una posizione unanime". Quindi, affermano i giudici siciliani, "l’attuale obbligo vaccinale pone un (nuovo) problema di proporzionalità, dato che si profila una imposizione di ripetute somministrazioni nell’anno per periodi di tempo indeterminati.”

Il Consiglio  riprende i ragionamenti della Corte Costituzionale in materia di vaccinazioni obbligatorie, a partire dalla lettura dell’ art. 32 Cost. che postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l'interesse della collettività.
La Corte ha già messo in fila i requisiti in presenza dei quali un obbligo vaccinale imposto con legge dello Stato è coerente con la Costituzione: 
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il trattamento  deve essere diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giustificando nel nome dell’interesse collettivo la compressione del diritto all’autodeterminazione dell’uomo connessa al diritto alla salute come diritto fondamentale, fermo restando che il sacrificio della salute del singolo non può essere subordinato alla tutela della salute degli altri;
_non deve produrre conseguenze sullo stato di salute dell’obbligato nei limiti degli eventi  “che appaiano normali e, pertanto, tollerabili”;
_nell'ipotesi di danno ulteriore,deve essere  prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato, parallela  alla tutela risarcitoria (sentenze n. 258 del 1994 e n. 307 del 1990), assicurando, a carico della collettività, e quindi dello Stato, il rimedio del danno patito.

Inoltre, le concrete forme di attuazione della legge impositiva di un trattamento sanitario o di esecuzione materiale del detto trattamento devono essere “accompagnate dalle cautele o condotte secondo le modalità che lo stato delle conoscenze scientifiche e l'arte prescrivono in relazione alla sua natura. E fra queste va ricompresa la comunicazione alla persona che vi è assoggettata, o alle persone che sono tenute a prendere decisioni per essa e/o ad assisterla, di adeguate notizie circa i rischi di lesione, nonché delle particolari precauzioni, che, sempre allo stato delle conoscenze scientifiche, siano rispettivamente verificabili e adottabili”.
La discrezionalità del legislatore nella scelta delle modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive (raccomandando qualcosa o stabilendo un obbligo e le relative sanzioni), deve essere esercitata alla luce delle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte (sentenza n. 268 del 2017) e delle acquisizioni, sempre in evoluzione, della ricerca medica, che debbono guidare il legislatore nell'esercizio delle sue scelte in materia (così, la giurisprudenza costante della Corte sin dalla fondamentale sentenza n. 282 del 2002).

Il Consiglio fa riferimento anche al Consiglio d’Europa  ed alla Risoluzione 2361 (2021) ( nota per lo più soltanto per l’esortazione agli Stati - 7.3.2 - a garantire che nessuno venga discriminato per non essere stato vaccinato, a causa di possibili rischi per la salute o per non volersi vaccinare).
E di quella Risoluzione richiama, tra l’altro, le questioni  attinenti
_all’indipendenza e all’esser svincolati da pressioni politiche degli organismi di regolamentazione incaricati della valutazione e dell’autorizzazione dei vaccini contro Covid-19;
_al monitoraggio dei vaccini e della loro sicurezza dopo la prima fase della vaccinazione di popolazione generale, anche riguardo agli effetti a lungo termine;
_ai possibili fenomeni di insider trading dei dirigenti farmaceutici o aziende farmaceutiche che cercano di arricchirsi indebitamente a spese pubbliche;
_alla trasparenza  sulla sicurezza e sui possibili effetti collaterali del vaccino ma anche  sul contenuto dei contratti con i produttori di vaccini, ai fini del controllo parlamentare e dello scrutinio pubblico; 
_alla necessità  di sostenere il campo emergente della ricerca che studia le variazioni interindividuali nelle reazioni ai vaccini in base delle differenze nell’immunità naturale, nei microbiomi e nell’immunogenetica.
 

L'ordinanza arriva quindi al punto della legittimità costituzionale dell’obbligo alla vaccinazione: il Consiglio ne riconosce la sussistenza in capo al ricorrente, ma vuole verificare se esso soddisfi le condizioni dettate dalla Corte in tema di compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria dei cittadini in ambito vaccinale, ossia non nocività dell’inoculazione per il singolo paziente e beneficio per la salute pubblica.
Ritiene pertanto di dover accertare una serie di rilevanti dettagli della storia di questa pandemia e campagna vaccinale. Elenca:
_le modalità di valutazione di rischi e benefici operata, a livello generale, nel piano vaccinale e, a livello individuale, da parte del medico vaccinatore, anche sulla basa dell'anamnesi pre-vaccinale;
_ se vengano consigliati all’utenza test pre-vaccinali, anche di carattere genetico (considerato che il corredo genetico individuale può influire sulla risposta immunitaria indotta dalla somministrazione del vaccino);
_chiarimenti sugli studi ed evidenze scientifiche (anche eventualmente emerse nel corso della campagna vaccinale) sulla base dei quali venga disposta la vaccinazione a soggetti già contagiati dal virus; le modalità di raccolta del consenso informato;
_l’articolazione del sistema di monitoraggio, che dovrebbe consentire alle istituzioni sanitarie nazionali, in casi di pericolo per la salute pubblica a causa di effetti avversi, la sospensione dell'applicazione dell’obbligo vaccinale;
_chiarimenti sui dati relativi ai rischi ed eventi avversi raccolti nel corso dell’attuale campagna di somministrazione e sulla elaborazione statistica degli stessi (in particolare, quali criteri siano stati fissati, e ad opera di quali soggetti/istituzioni, per raccogliere i dati su efficacia dei vaccini ed eventi avversi; chiarimenti circa i criteri di raccolta ed elaborazione dei dati e la dimensione territoriale, se nazionale o sovranazionale;
_chi sono i soggetti ai quali confluiscano i dati e modalità di studio), e sui dati relativi alla efficacia dei vaccini in relazione alle nuove varianti del virus;
_l’ articolazione della sorveglianza post-vaccinale e sulle reazioni avverse ai vaccini, avuto riguardo alle due forme di sorveglianza attiva (con somministrazione di appositi questionari per valutare il risultato della vaccinazione) e passiva (segnalazioni spontanee, ossia effettuate autonomamente dal medico che sospetti reazioni avverse).

Il Consiglio stabilisce di conseguenza che si svolga una istruttoria, affidata ad un collegio composto dal Segretario generale del Ministero della Salute, dal Presidente del Consiglio superiore della sanità operante presso il Ministero della salute e dal Direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria. Questi dovranno, entro il prossimo 28 febbraio, presentare una dettagliata relazione sui quesiti posti dal massimo organo di giustizia amministrativa siciliana.
Al Collegio tecnico-amministrativo  in aggiunta vengono rivolte le seguenti domande:
_ai medici di base sono  state fornite direttive prescrivendo loro di contattare i propri assistiti ai quali, eventualmente, suggerire test pre-vaccinali?
_Sono i medici di base che comunicano tutti gli eventi avversi (letali e non) e patologie dai quali risultino colpiti i soggetti vaccinati?
_Entro quale range temporale di osservazione?
_Quali effetti avversi sono
oggetto di comunicazione, quelli rilevati discrezionalmente dal medico o una serie di eventi avversi espressamente elencati in direttive eventualmente trasmesse ai sanitari?  

Il Consiglio necessita di chiarimenti ulteriori:

_sul perdurante obbligo di sottoscrizione del consenso informato anche in situazione di obbligatorietà vaccinale;
_la trasmissione dei dati attualmente raccolti dall’amministrazione in ordine all’efficacia dei vaccini, con specifico riferimento al numero dei vaccinati che risultino essere stati egualmente contagiati dal virus (ceppo originario e/o varianti), sia il totale sia i numeri parziali di vaccinati con una due e tre dosi; i dati sul numero di ricovero e decessi dei vaccinati contagiati;
_i dati di cui sopra comparati con quelli dei non vaccinati. Con riserva di porre ulteriori domande nel corso dell’udienza del 16 marzo.

Conclusa la fase istruttoria, spetterà al medesimo Organo di giustizia valutare se l'obbligo vaccinale, in base al vigente quadro normativo, è conforme o meno alla Costituzione. E, in caso negativo, rimettere la questione al Giudice delle leggi.


***A proposito della composizione del Collegio incaricato dell'istruttoria dal
Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, lungi dal sollevari dubbi sull’imparzialità del collegio stesso, vale la pena sottolineare i doveri dei funzionari pubblici, sanciti in Costituzione italiana, in specifiche leggi e, non ultimo, nel Codice di comportamento. Tra questi, spiccano indipendenza, trasparenza, imparzialità e fedeltà alla Repubblica. Dirigenti, funzionari e dipendenti sono inoltre direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione del diritto.
I titolari di incarichi politici,  sono usi aggirare serenamente gli speciali doveri previsti per la pubblica amministrazione, spesso senza nemmeno pagarne il prezzo, perlomeno sul piano della responsabilità politica.