lunedì 29 agosto 2022

Quando l'infestazione di zanzara tigre fa rima con incapacità amministrativa dell'istituzione competente.





di Martina Luciani

Il Comune di Gorizia da anni dimostra l'assoluta incapacità a contenere le infestazioni di Aedes albopictus, insetto che assieme alle sue parenti strette Aedes koreicus e Aedes japonicus  è responsabile delle infezioni da virus Chikungunya, Dengue e Zika. Ovviamente i cittadini sforacchiati, pruriginosi e dolenti, protestano (qui un mio post del 2018)e lo fanno tanto più vigorosamente quanto più abbiano cura nella propria sfera privata di evitare le condizioni che causano la proliferazione degli insetti (cura del tutto inutile se attorno a casa propria nessuno agisce e niente accade). Alle proteste - ed ora anche al probabile caso di West Nile Fever, che con la zanzara tigre però nulla ha a che fare, come conferma l'Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie - segue di prassi una bella dose di insetticida, che serve a quasi niente e danneggia l'ambiente, visto che colpisce tutti gli insetti adulti senza distinzione tra cattivi e buoni, brutti e belli, e difficilmente interferisce con le larve, in breve pronte a sostituire le popolazioni soppresse. 


di Martina Luciani

Pensavo che l'ordinanza del sindaco di Bolzano, che impone, fino a tutto ottobre, ai soggetti pubblici e privati determinate azioni in materia di lotta alla zanzara tigre, fosse la più aderente alle effettive problematiche che consentono le infestazioni delle zanzare, anche perchè si inserisce nel programma comunale specifico ( Zanzara tigre, fondamentale la prevenzione - YouTube, dal minuto 3.09) e nel contesto delle attività svolte dalla Provincia autonoma, che ha un gruppo di lavoro espressamente dedicato ed effettua anche i monitoraggi sul territorio per seguire l'andamento delle infestazioni. 

Ma ho scovato un Comune che prevede qualcosa in più rispetto al divieto di mantenere acque stagnanti e all'ordine di effettuare i trattamenti larvicidi anche nelle proprietà private.

Il Comune di Marmirolo, in provincia di Mantova, con l'ordinanza 17 del 27 aprile 2022, ha preso atto, in linea con  tutti i Comuni dotati di capacità di gestione del territorio e di prevenzione dei rischi sanitari, che 
la principale azione per limitare le infestazioni è la rimozione dei focolai larvali con i trattamenti larvicidi; e che le misure straordinarie vanno rivolte non solo alla generalità della popolazione presente sul territorio comunale e agli enti pubblici ma anche “in particolare alle imprese ed ai responsabili di aree particolarmente critiche ai fini della proliferazione del fenomeno, quali cantieri, aree dismesse, piazzali di deposito, parcheggi, altre attività produttive che possono dar luogo anche a piccole raccolte di acqua e conseguenti focolai di sviluppo larvale”.

Quindi, il sindaco di Marmirolo, così come il sindaco di Bolzano, oltre a ordinare i soliti comportamenti diretti a evitare i ristagni d’acqua e i soliti trattamenti negli spazi di proprietà privata e i trattamenti antilarvali, ordina in alternativa di procedere alla chiusura degli stessi tombini, griglie di scarico, pozzetti di raccolta delle acque meteoriche con rete zanzariera, ovviamente integra.
Zanzariere sui tombini e sui pozzetti: una cosa che all’Ufficio ambiente del Comune di Gorizia non si può nemmeno immaginare. Invito pertanto i tecnici comunali a venire a casa mia e vedere come si fa, non è difficile e funziona.

venerdì 5 agosto 2022

Attivato a Gorizia un coordinamento locale del Comitato di Liberazione Nazionale.


Comunicato stampa.
CLN Gorizia,
5 agosto 2022.
Istituito a Gorizia, in collegamento con la rete del CLN estesa in tutta Italia,un coordinamento provinciale  del Comitato di Liberazione Nazionale.  

Ha raggiunto anche Gorizia la  rete, estesa in tutta Italia, dei coordinamenti locali del CLN, Comitato fondato su iniziativa del giurista Ugo Mattei con innumerevoli adesioni fin dall’atto costitutivo, e presentato a Torino, all’inizio di quest’anno, in occasione di una memorabile assemblea pubblica che è stata dedicata ai 12 professori universitari che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà imposto dal regime fascista.

Dopo la nomina del coordinatore per Gorizia durante una pubblica assemblea – il Caucus del 16 luglio scorso, durante il quale il primo dei due incarichi previsti per la nostra Provincia è stato assegnato a Martina Luciani -  si è svolta nei giorni scorsi la riunione d’esordio degli aderenti al CLN.
Ribaditi alcuni concetti fondamentali, costituenti il DNA dello Statuto del Comitato – primo fra tutti il contrasto alle politiche governative antidemocratiche, neoliberiste, guerrafondaie, atlantiste, concentrate a sovvertire lo Stato di diritto, a smantellare lo Stato sociale, a svuotare il Parlamento delle sue prerogative, a indebolire lo spirito e la lettera della Costituzione nata dalla Resistenza – l’assemblea ha discusso la posizione assunta dal CLN in vista delle elezioni del 25 settembre prossimo.

La situazione introdotta dalle scelte del presidente della Repubblica e dal presidente del Consiglio dei ministri, anticipando le elezioni al 25 settembre, ha imposto una insormontabile discriminazione i tra partiti già rappresentati, cui non è richiesta alcuna raccolta firme, e i movimenti extraparlamentari, inclusi quelli formatisi come reazione alle imposizioni dell’emergenza sanitaria, per i quali sarà difficilissimo partecipare alle elezioni.
Purtroppo, nonostante gli appelli all’unità delle liste elettorali collocate nella vasta area del dissenso e della protesta contro l’abuso dei poteri pubblici e contro l’aggressione ai diritti fondamentali e beni comuni , si è prodotta una inutile e dannosa frammentazione della rappresentanze, in significativa dissonanza con la capacità di coesione trasversale dimostrata dalle folle nelle piazze italiane.  
Il Comitato, in coerenza con  il principio statutario “Scopo principale del CLN è garantire l’unitarietà politica della risposta resistenziale allo stravolgimento della Costituzione in atto”
ha adottato per ora la linea dell’astensionismo dal voto: e ciò sulla base della premessa che entrare in cabina elettorale anche solo per annullare la scheda o votare scheda bianca costituirebbe nei fatti la legittimazione di una tornata elettorale truffa, allestita con modalità illegittime e con obiettivi palesemente antidemocratici e scopi ancor più palesemente autoritari.
Anche a Gorizia, quindi il CLN, in posizione di neutralità, non assumerà un ruolo attivo nella raccolta delle firme, lasciando a tutti i propri componenti la libertà di agire a titolo esclusivamente personale, rinunciando tuttavia ai ruoli di garanzia e servizio che eventualmente ricoprissero.
Chi volesse aderire al CLN nazionale e al CLN Gorizia può seguire i contenuti e gli aggiornamenti del nuovo sito nazionale:
Cos’è il CLN – CLN – Comitato di Liberazione Nazionale (clnoggi.it)
Partecipa al CLN – CLN – Comitato di Liberazione Nazionale (clnoggi.it)
Comunicati Politici – CLN – Comitato di Liberazione Nazionale (clnoggi.it);
oltre alle informazioni e le indicazioni operative fornite attraverso i canali Telegram nazionale e locale:
https://t.me/clnoggi
https://t.me/+RYf__v-jJp84YzQ0
 

Il coordinatore provinciale
Martina Luciani


mercoledì 15 giugno 2022

Aphrodisias, Asia proconsolare: visioni eccentriche.


Appunti di un viaggio in Turchia, alla ricerca di un nesso tra le infinite varianti dei miti, con la chimera di percepire le tracce dell’originaria civiltà matriarcale. Per me è stato un viaggio con Leucò, perché i Dialoghi  di Pavese di nuovo si sono rivelati un libro totemico, che mi consente la confortante sensazione di appartenere individualmente a tutti i tempi della storia e di poter attingere a depositi di memorie infiniti anche senza una banca dati telematica.

Da “ In viaggio con Leucò”(2019) 
di Martina Luciani
 

 

Aphrodisias nel folclore dei turisti è la città della Caria dedicata alla dea dell’amore.
Definizione che è la semplificazione estrema del fatto che Afrodite,  elaborazione ellenica di arcaiche divinità femminili,  rappresenta la qualità energetica motore di armonia e bellezza nel mondo. 
Questa qualità permea di sé il sito archeologico e un tempo si esprimeva in diversi talenti dei suoi remoti abitanti, inclusa la vocazione, massimamente espressa in epoca romana,  alla diplomatica accettazione e utile gestione del  rassicurante abbraccio del potere imperiale. 
Finiscono in secondo piano, nell’approccio del moderno forestiero con lo stupendo sito archeologico, le ragioni dello stretto e privilegiato  rapporto tra la città asiatica e la capitale in Italia.
Roma   aveva scelto la dea Afrodite,  chiamandola Venere, per  descrivere le proprie origini divine.

La storia è nota: Afrodite, avvolta nel manto rosso delle principesse frigie (mentre attorno ronzavano le api: dettaglio rilevante, spesso le dee Madri medio orientali erano accompagnate dalle api), sedusse Anchise, mandriano e re dei Dardani, in una capanna sul monte Ida, nelle vicinanze di Troia. Tralascio i dettagli sulla sfuriata di Zeus quando ne fu informato.
Fatto sta che, in seguito a quella notte d’amore, Afrodite partorì Enea, colui che salvatosi dal massacro di Troia fuggì con i familiari e le immagini sacre, approdando infine sulle coste italiche.
In questo modo Roma aveva marchiato con una sorta copyright  olimpico tutta la propria storia politica e militare, e le sue pretese al  dominio sopra il mondo conosciuto.
Quando poi  Roma si mette in viaggio verso Oriente e arriva in una città interamente dedicata ad Afrodite, che fa? Se ne impossessa, seppur con belle maniere, poi mette all’opera artisti e architetti e la colma di prestigiosi riferimenti ad imperatori e condottieri: è come brevettare un eccezionale marchio religioso, anzi  è fondare una prodigiosa zona DOC, nella quale  l’albero genealogico imperiale affonda le radici, lo spazio fisico della celebrazione di fronte all’universo dei nobili legami familiari, l’ulteriore giustificazione della sottomissione della provincia d’Asia minore ai Romani.   


Saldamente affratellate nel mito, Roma e Aphrodisias  costruirono tra loro, certamente anche grazie alla diplomazia locale,  un legame duraturo e particolare,  nel quale alla seconda erano assicurati una serie di privilegi politici, fiscali, amministrativi.
Non mi pare insensato considerare questo fatto, oltre che come abile strategia romana nelle province, anche  come  prezzo simbolico  dell’aver messo a disposizione dei potenti stranieri la propria divinità tutelare ed il luogo in cui, fin da epoche remote, essa veniva evocata.  Lo spazio fisico, cioè, dove più e meglio che altrove veniva percepita la forza  della dea primordiale, nel tempo evolutasi con le forme più delicate dell’ellenica Afrodite.  

La città corrispose con generosità agli onori istituzionali elargiti da Roma, associando  senza remore imperatori e relative consorti al culto di Afrodite e producendo, grazie alle mani d’oro dei suoi artisti e artigiani (che spesso vantavano l’appellativo Afrodisieus, incidendolo in aggiunta a nome e patronimico sulle loro opere)  le meraviglie architettoniche e statuarie che hanno meritato il vincolo Unesco di “patrimonio dell’umanità”.
 
Sosto a lungo nei luoghi di questa città, circondata da un luminoso orizzonte di campagne e alture già imbiancate dalla prima nevicata d’ottobre.
La suggestione qui fluisce come un facile incantesimo.
Se ascolti, se guardi di sguincio, riesci a sentire, riesci a vedere:
il vocio di 30 mila spettatori  che attendono l’inizio dello spettacolo nel il teatro scavato in una collina, l’andare e venire di  gente che passeggia o mercanteggia nell’agorà con il sottofondo musicale delle acque gorgoglianti appositamente incanalate per coinvolgere nella percezione estetica degli occhi anche quella delle orecchie, lo scorcio di gruppo di notabili accalorate a discutere di questioni cittadine nell’Odeon, laggiù due amici escono parlottando dalle Terme e si avviano verso lo Stadium da cui risalgono le accalamazioni degli spettatori, i partecipanti ad una celebrazione del culto imperiale nel Sebasteion se ne vanno ammirati, stupefatti dal tripudio architettonico e statuario che testimonia l’intreccio tra il potere divino e quello umano e imperiale, altri personaggi che al Sebasteion invece si recano per ragion ben diverse dal culto, visto che negli spazi appositamente attrezzati si svolgevano  attività commerciali di particolare pregio e cospicue trattative bancarie ( del resto ci vogliono capitali ingentissimi per erigere e poi gestire queste enormi strutture cittadine, ed una volta ottenuti bisogna anche opportunamente farli fruttare).


Meno facile è mettersi in relazione con il Tetrapylon. 
Cammino lungo il tracciato che dall’Odeon porta al Museo,  un po’ l’ubriacatura archeomitologica si è placata, tanto che riesco persino ad osservare alcune piante che non conosco sul bordo della stradina.
D’un tratto mi ritrovo in un ampio prato, in mezzo c’è una aerea ed insieme potente costruzione, piena di cielo, luce e marmo plasmato come fosse zucchero filato, una sorta di grandioso passaggio che immetteva i pellegrini al santuario di Afrodite. 
Giro dentro e fuori tra i quattro gruppi di quattro colonne ognuno, ma non riesco mai a ritenere di averlo visto davvero, il Tetrapylon, e potrei continuare per ore, come se gli spazi scanditi dalle colonne e inondati di grazia fossero un misterioso labirinto che si riproduce all’infinito e in cui è stupendo perdersi. Non sai se questo luogo ti fa respirare profondamente come mai hai saputo fare o se sei invece sopravvivi sorridente in una lunga apnea, abbacinata dalla meraviglia, in una antica dimensione di arte, grazia e confortante percezione del divino.

Penso che non può bastare un intento fortemente celebrativo, per riuscire a progettare e creare simile bellezza,  che comunque deve assolvere anche a necessità di tipo logistico e amministrativo, c’è attorno una città piena di gente che ci vive e che ci lavora ( oggi la bruttezza è il pane della nostra quotidianità produttiva e sociale e io ne sono intrisa, che voglia o non voglia).
 Bisogna essere in grado di attivare grandiosi talenti e grandiose competenze. Ma il flusso che produce la creazione origina da imprinting culturali che non si imparano nei laboratori degli scultori.
Qui ad Aphrodisias è facile immaginare che essi promanino dal genius loci, la dimenticata Grande Madre che poi si fa riconoscere in svariati culti femminili fino ad assumere la fisionomia Afrodite, potentemente evocatrice nel cielo, nella terra e nelle acque  dell’armonia cosmica che regola tanto la semplicità perfetta del volo delle api o del balzo del delfino nel mare quanto la sapienza creatrice umana.


AFRODITE. LA SINTESI PERFETTA

Ed eccola, nel Museo di Aphrodisias, la statua che proviene dal tempio alla dea, eretto nel primo secolo a.C. sul sito già anticamente - ma proprio tanto anticamente - dedicato al culto.
Sia la postura, non dissimile dall’Artemide efesina, sia alcuni particolari che echeggiano i culti arcaici e permangono accanto alle movenze stilistiche elleniche, rappresentano la continuità con il remoto passato anatolico: nessuno può dire se si tratti di un caso o di una voluta trasparenza che lascia scorgere epoche matriarcali, certo è che essa è replicata nelle copie della statua ad opera della schiera di scultori afrodisiensi,  accomunati da un eccezionale talento ( dote venusina evidentemente, quella di cavar bellezza dalla pietra informe)  e molto ricercati nelle città dell’impero romano.
 


Quando me la vedo davanti resto esterrefatta.  La rappresentazione del volto richiama l’appellativo di Myrtoessa,spesso attribuitole:  la fronte incorniciata da una corona di foglie di mirto, pianta tanto benaugurante fertilità e felicità  quanto funebre e collegata al mondo ctonio. La dualità simbolica  non è contraddittoria, anzi corrisponde alla doppia valenza delle potenti dee arcaiche, signore della vita e della morte, della luce e dell’oscurità.

Le tracce botaniche di questo ennesimo viaggio a ritroso in una spiritualità retrostante quella ellenica,  da quest’ultima  “civilizzata” in senso razionale e maschile ma mai definitivamente cancellata,  restano nei nomi di donne amazzoni , guerriere e profetesse,  Myrtò, Myrine, Myrsine, Myrtila…

L’ineffabile Afrodite di Aphrodisias (non saprei come descriverne altrimenti l’espressione) porta un copricapo, decorato con una stella a sei punte: una tiara, in cui si vuol riconoscere la cosiddetta corona muralis latina,cioè la rappresentazione della mura della città che la dea proteggeva. 
Ma è davvero una corona muralis? Le arcaiche Cibele e le altre manifestazioni della Grande Madre, indietro fino agli Ittiti,  venivano raffigurate con una simile alta corona cilindrica, il polos, che vediamo resistere attraverso i secoli, anche in  epoca ellenistica ( deliberato indizio o inconsapevole usanza? ) a rappresentare sul capo di Afrodite, ma anche di Artemide, la continuità con le origini.
L’idea che si tratti di una acconciatura arcaica – quindi un richiamo di memorie e non il mero simbolo di funzioni tutelari tutela sulla città - è sostenuta dal fatto che il culto della dea precede di gran lunga la città che pure porta il suo nome: gli studi hanno infatti confermato la posteriorità dello sviluppo vero e proprio di Aphrodisias rispetto l’esistenza del luogo sacro. Insomma prima la Dea, e poi la sua città.
Sul petto della statua, una falce di luna rivolta all’ingiù, sormontata da un germoglio riccioluto di felce. Siccome non capisco, scatto una foto, la invio immediatamente a Marco, il mio compagno di liceo diventato formalmente un naturopata ma alchimista fin nel midollo.
Confidando nella tecnologia delle comunicazioni internazionali via etere, rifletto su alcune osservazioni della nostra guida.  Che aveva riferito ridacchiando, a mo’ di gossip storico, una certa fama di Aphrodisias come città licenziosa e dai costumi piuttosto facili.  Ma che ci aveva anche detto che in molti villaggi della Caria ancora si rintraccia il permanere, quale eco di scomparse civiltà matriarcali, di ruoli femminili preminenti, e non solo nella gestione dei legami  parentali, anche nell’organizzazione delle imprese familiari e delle attività di piccolo commercio locale.
Marco, che non ha idea dove io mi trovi, dall’Italia mi risponde subito, a proposito della luna sul decolletè di Afrodite.
E’ un simbolo che equivale ad un trattato. Il gradiente al contrario è chiamato nel linguaggio esoterico “luna indecente”, simbolo sessuale che associato alla felce, il cui archetipo è saturnino, ci porta dritti dritti al fenomeno della prostituzione sacra, e quindi all’esistenza di un’organizzazione del culto della dea intrecciata con il fenomeno religioso e sociale della ierodulia, residuo fossile del Regno della Grande Madre e dei rituali per attivare il potere fecondante  universale delle forze sessuali.  
A Babilonia, la frase con cui la prostituta sacra veniva scelta per il compimento dell’atto sessuale era: invoco per te la dea Mylitta. Il suono di questo nome ricorda Melitta e Melissa, parola che significa ape: Melisse erano le ninfe che scoprirono il miele e da cui le api presero il nome,  Melissa era la principessa cretese sacerdotessa della Magna Mater, Melissai erano le sacerdotesse di Persefone/Core e Demetra, iniziate ai riti misterici ad Eleusi. Infine Cybele – l’antesignana frigia di Afrodite - era associata nel culto all’ape regina.
Ho visto scolpiti in bassorilievo su certe stele anche dei pesci, mi parevano coppie di delfini.  Creature dell’acqua mediterranea, dalla cui spuma è sorta Afrodite. La siriaca Atargatis, spesso raffigurata con la coda di sirena, è una dea pesce, che viaggiando al seguito dei mercanti fu ellenizzata e assimilata ad Afrodite. Quest’ultima, come il suo doppio latino, nella mitologia è associata anche alle creature marine. Le Metamorfosi, ad esempio, riferiscono che per sfuggire al mostro Tifone, Afrodite trasformò se stessa e il piccolo Eros che stringeva tra le braccia in due pesci, tuffandosi poi nell’Eufrate.


Insomma, la trama è fittissima, si stende su territori  in gran parte inesplorati  e compone un disegno che rende risibile e anche un po’ meschina la nomea di Aphrodisias città licenziosa.
Possiamo invece, e piuttosto, visitarla considerandola l’approdo, accuratamente mimetizzato, di un percorso che parte dalle oscure profondità di precedenti culti anatolici, sumerici, fenici, egizi, ittiti della Grande Madre,  cardine dell’assetto sociale e religioso matriarcale. Una via che  conduce per passaggi sempre più ostruiti  al sacro recinto di Afrodite ( sacer significa separato, e ciò che viene tenuto lontano è il profano), al tempio dove le ierodule celebravano rituali sessuali di origine antichissima, frettolosamente etichettati dai censori dell’ordine patriarcale come orgiastici.
 Di fatto questa condanna, comminata già in epoca ellenica con tutte le possibili reazioni scandalizzate, era semplicemente uno dei modi per svilire la Dea Madre e per troncare con un passato remoto in cui  il rituale sessuale era strumento di percezione della Natura, di evocazione e appropriazione delle sue energie primordiali, di  mezzo per rafforzare l’unità e la solidarietà dei viventi e per attirare fertilità  e protezione sulle comunità degli umani. 

Pavese in uno dei Dialoghi fa dire a Iasone, che parla con la ierodula Melita scesa dal tempio di Afrodite a Corinto nella dimora del vecchio re, condottiero della spedizione degli Argonauti per la conquista del vello d’oro: “Piccola Melita tu sei del tempio. E non sapete che nel tempio – il vostro – l’uomo sale per essere dio almeno un giorno, almeno un’ora, per giacere con voi come foste la dea?” 
La piccola sacra prostituta non è dunque una reietta professionista del sesso a pagamento. E’al servizio diretto di Afrodite, che durante la visita di Aphrodisias raccomando di percepire come una delle molteplici forme della Dea-madre anatolica, egea e mediterranea primordiale.  
Il nome della ierodula, infine, riecheggia il nome Mylitta, che è quello con cui gli  antichi Assiri chiamavano Afrodite: “…anche tu sei la dea”, le dice Iasone, e a Occidente c’è un’isola che porta il suo stesso nome, Melita dove si trova un gran santuario della dea. Quell’isola oggi si chiama Malta ed è scrigno prezioso di reperti archeologici che ci riconducono alla preistoria femminile del divino.



 

domenica 29 maggio 2022

Gli altri quesiti del Referendum Giustizia del 12 giugno prossimo: 2, 3, 4 e 5. Seconda parte.

Un contributo minimo per la lettura dei quesiti referendari. Per ulteriori informazioni "politiche/filosofiche/etiche" sul senso e sulle conseguenze del voto referendario, interessante interrogare i candidati alle amministrative di Gorizia.

di Martina Luciani

Dopo aver cercato su queste pagine di illustrare il senso del  primo quesito referendario che chiede l’abrogazione di una delle leggi più sgradevoli per i politici italiani – il decreto Severino, scheda di colore rosso – parliamo degli altri temi oggetto di referendum.  A differenza del primo decisamente poco comprensibili, tranne forse quello sulla custodia cautelare, lontani da una immediata lettura e analisi ( ben più facile sarebbe stato rispondere su eutanasia e cannabis libera! ma non ci è stato concesso).
Tre di questi (quelli inerenti a consigli giudiziari, elezione del Csm e separazione delle funzioni) potrebbero essere annullati se prima della data delle elezioni venisse definitivamente approvata dal Parlamento la riforma Cartabia, che interviene sulle stesse questioni.

Il secondo quesito ( scheda di colore arancione)  è diretto a porre «limiti agli abusi della custodia cautelare».
La custodia cautelare è un istituto di grande impatto: si calcola che il 30% della popolazione carceraria non sta scontando una pena ma è detenuta in attesa di giudizio. La custodia cautelare in carcere attualmente può essere disposta solo in caso di “gravi indizi di colpevolezza” e può essere motivata dal pericolo che la persona indagata ripeta il reato di cui è accusato, dal pericolo di fuga o da quello che vengano alterate le prove a suo carico.  Se vincesse il sì al referendum non varrà più la motivazione del la possibile reiterazione del reato. L'obiettivo dei promotori è ridurre il rischio che vengano detenute persone che poi, al termine del processo o dei processi, risultino innocenti.
L’abrogazione produrrebbe effetti anche sulla custodia agli arresti domiciliari, quella in luogo di cura, sul divieto di espatrio, sull'obbligo di dimora in una località o al contrario sul divieto di dimorarvi, sull'obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria, sull'allontanamento dalla casa familiare,  sulla sospensione da un pubblico ufficio o servizio, sulla sospensione della potestà genitoriale, sul divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali.



 Il terzo quesito (scheda di colore giallo) si propone la «separazione delle carriere dei magistrati».
 Attualmente, e con regole procedurali piuttosto complesse e restrittive, un magistrato può passare fino a 4 volte tra la funzione requirenti, cioè quelle relative alla pubblica accusa e alle indagini,  a quella giudicante. Se al referendum vincessero i no,  il neo-magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera, senza potersi misurare nella pratica effettiva della professione ( tanto più considerando che un pubblico ministero e un giudice svolgono funzioni distanti tra loro per le quali sono rischieste attitudini differenti). 
Per i promotori, l’attuale meccanismo produce effetti negativi  sull’indipendenza dei magistrati  a causa della “contiguità” determinata dal mutamento di funzioni e determina  conflitti di interesse che darebbero luogo vere e proprie persecuzioni contro cittadini innocenti.
Ma è utile considerare, per avere concretezza della situazione,  che dal 2006 - anno dell’entrata in vigore  della legge Castelli-Mastella, con cui è stato ridotto a quattro il numero massimo di passaggi - al 2021, il numero di passaggi dalla funzione giudicante alla funzione requirente ha coinvolto solo  2 magistrati su mille, quello inverso solo 3 su mille (su una media di magistrati in servizio di 8600 circa).  
Numeri che danno conto dello scarsissimo peso del quesito referendario, che personalmente mi infastidisce  tanto quanto l’attuale attenzione del Parlamento per la separazione delle funzioni.
Sul tema specifico - tanto riguardo la riforma della giustizia quasi conclusa, quanto riguardo il quesito referendario abrogativo, sia per la giurisdizione penale sia per quella civile - la preoccupazione è che la separazione delle carriere permetta poi di trasformare il ruolo stesso del magistrato requirente, attribuendogli  minore indipendenza e autonomia dal potere esecutivo: indipendenza e autonomia sanciti per l’intera magistratura dall’art.104 della Costituzione. ll ruolo del pubblico ministero, in quanto interprete dei valori della collettività e della dignità umana, non è tecnicamente accusatorio o, come intedono i promotori del referendum,  persecutorio,  ma sostanzialmente difensivo di una comunità democratica e pluralistica. “Il pubblico ministero è organo pubblico che agisce a tutela di interessi collettivi” ha scritto la Corte Costituzionale nella sentenza n. 26 del 6 febbraio 2007. Basta considerare che «agisce esclusivamente nell'intento di garantire l'osservanza della legge», tanto che deve svolgere anche gli accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Insomma, se riteniamo che servano maggiori garanzie sull’operare dei magistrati inquirenti,  in sostanza principale problema delle indagini troppo spesso scarsamente attente ai diritti degli indagati, non è sicuramente con la separazione delle carriere che otterremo questo risultato.

 


Il quarto  quesito ( scheda di colore grigio)  intende favorire una «equa valutazione dei magistrati».
Le norme per cui si chiede l’abrogazione riguardano la composizione e le funzioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari relativamente alla formulazione di pareri finalizzati alla valutazione di professionalità dei magistrati .
E cioè, attraverso l’abrogazione, la vigilanza sulla condotta dei magistrati in servizio e la formulazione delle pagelle relative all’avanzamento in carriera dei magistrati non sarebbe più, come ora, riservata ai componenti togati, ma verrebbe estesa  ai membri laici – avvocati e professori universitari -  che la Costituzione stessa prevede facciano parte  dei due organismi. L’abrogazione delle norme sottoposte a referendum consentirebbe anche ai membri esterni di valutare l’operato dei magistrati, migliorando, secondo i promotori del referendum,  l’oggettività del giudizio sulla base del quale il CSM dovrà poi procedere alla valutazione di professionalità. Secondo i sostenitori del no, avvocati e accademici dovrebbero restare estranei a questo particolare meccanismo.


 Il quesito 5 (scheda di colore verde)è presentato come «riforma del CSM»
La disposizione  per cui si chiede l’abrogazione - art. 25 c. 3 l. 195/1958 – fa parte della disciplina del procedimento per l’elezione dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura e regola in particolare le modalità di presentazione delle candidature. La norma vigente richiede che l’aspirante candidato raccolga le adesioni di almeno 25 magistrati “presentatori”: abrogandola il singolo potrebbe presentare la sua candidatura senza bisogno dell’appoggio di altri magistrati, contando solo sulle proprie qualità professionali. Dopo le elezioni, all’interno dell’Istituzione , che è organo di governo autonomo della magistratura italiana ordinaria, non si  produrrebbero all’interno dell’istituzione le cosiddette “correnti” che influenzano le decisioni del CSM.

A chi volesse ulteriori approfondimenti consiglio il corposo dossier di Micromega e l'approfondimento di Giustizia Insieme.

 


sabato 28 maggio 2022

I Referendum giustizia di giugno, in concomitanza con le elezioni del nuovo sindaco. Tacciono i candidati sindaci in corsa a Gorizia. Prima parte.

 

L’esprimersi sui quesiti referendari ci direbbe molto sulla visione della funzione pubblica, sui principi e sull’etica con cui candidato sindaco e compagni di cordata si propongono di governare il Comune della nostra città.

di Martina Luciani

Il 12 giugno prossimo si vota oltre che per le amministrartive anche per il cosiddetto Referendum Giustizia: tra i più difficili da comprendere, per quanto sono tecnici i quesiti, complesse le motivazioni, stupefacente l’alleanza dei promotori ( Radicali con Matteo Salvini e Lega) e assai poco rassicuranti  alcune conseguenze pratiche della vittoria dei si.
Che la campagna elettorale a Gorizia abbia calato il silenzio su un tema così importante come quello della coincidenza con il voto amministrativo del voto referendario è emblematico: decidete voi di cosa.
 
I temi coinvolti nel referendum abrogativo, se oggetto di dichiarazioni   da parte dei candidati sindaci goriziani (indipendentemente dal fatto che sostengano il si o il no referendario) ci permetterebbero di comprendere la loro visione generale del diritto, dell’apparato della giustizia, della pubblica amministrazione: e di conseguenza ci fornirebbero elementi sulla provenienza politica e culturale, cioè su quella personalissima cassetta degli attrezzi con cui presumibilmente elaboreranno i contenuti e gestiranno il previsto e l’imprevedibile del mandato che gli elettori decidessero di riconoscere loro. Ad esempio cosa ne pensano dell’art.54 della Costituzione che impone ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche di adempierle con disciplina ed onore e che sta sullo sfondo di un intero decreto del 2012, concepito dal legislatore quale presidio contro corruzione e malaffare pubblico,  del quale i promotori del referendum chiedono l’intera abrogazione.

Andiamo per ordine.
Uno dei 5 quesiti referendari riguarda l’abrogazione delle norme amministrative  relative all’incandidabilità a cariche parlamentari, al Parlamento europeo, ai consigli regionali, provinciali e comunali. Si tratta di previsioni contenute nel  Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, che, insieme ad altri, era attuativo della legge 190/2012, nota come legge anticorruzione, più precisamente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione". Il titolo del quesito è Abolizione del decreto Severino.
La legge 190 e i decreti attuativi, incluso dunque il 235 oggetto di referendum, seguivano le iniziative promosse già negli anni 90, da diversi organismi internazionali, dirette a sostenere nuovi approcci nelle politiche nazionali di contrasto alla corruzione: insomma, era più che consolidata la consapevolezza  su quanto siano devastanti  e pericolosi, anche sul piano economico e socio-politico, i fenomeni corruttivi delle pubbliche amministrazioni e i legami di queste con la criminalità e con gli interessi economici.

 

Il legislatore contro la corruzione del sistema pubblico.

Attraverso importanti convenzioni  internazionali, cui anche l’Italia partecipa, era stata proclamata ben prima del 2012  la necessità dell’approccio multidisciplinare alla corruzione, non bastando a contenerla e sradicarla il solo  diritto penale se a questo non si affianchino strategie preventive anticorruzione e antimafie, non si istituiscano meccanismi  per garantire l’efficienza e la trasparenza della pubblica amministrazione e quindi il controllo dei cittadini sui pubblici poteri, non si eliminino le circostanze utili a corrompere l’esercizio della funzione pubblica ( ad esempio e banalmente le situazioni di  oscurità, incertezza e lentezza nelle dinamiche tra utenti e potere amministrativo). 

In quegli anni , inoltre, sull’Italia gravava la vergognosa fama di Paese
corrotto e defilato rispetto gli standard della legalità europea, con conseguenze negative sulla credibilità delle istituzioni pubbliche, non solo dentro lo Stato ma anche nei confronti degli interlocutori internazionali, mentre si moltiplicavano le indagini penali riguardanti reati a matrice corruttiva nei piani alti delle pubbliche amministrazioni.  

Essenzialmente questo hanno disposto la legge 190 e i decreti attuativi: un sistema di prevenzione ( tra cui anche l’ Autorità nazionale anticorruzione) e un meccanismo per modificare mentalità e strategie che producono legami e infiltrazioni nella pubblica amministrazione oltre che per rendere meno pervasiva, tra i titolari di cariche elettive e di governo,  la scarsa cultura della legalità e l’ ancora più scarso senso dell’etica pubblica.  L’obiettivo è la lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione e persegue gli evidenti scopi di impedire le infiltrazioni della criminalità stessa nel mondo dei poteri legislativo ed esecutivo e di garantire ai cittadini che coloro che rivestono cariche elettive, sia a livello centrale che ai diversi livelli locali, siano persone scevre da gravi pregiudizi penali e prive di legami con gli ambienti della criminalità. A me pare doveroso che si proponga ad un incarico elettivo abbia le idee ben chiare sugli scopi del Decreto Severino, sulla sua coerenza con la legge contro la corruzione e l'illegalità nella pubblica amministrazione e sul fatto che  anche le norme sull'incandidabilità sono una pratica attuazione dei principi dell'art.54 della Costituzione.

A cosa serve il decreto Severino.

Le norme del decreto legislativo 235 sottoposte a referendum abrogativo richiamano quale presupposto per escludere la candidabilità  una serie di condanne definitive , ad esempio per scambio elettorale politico mafioso o per altri delitti per i quali vi sia stata contestazione dell'aggravante di mafia, per peculato,    malversazione a danno dello Stato, concussione, le varie declinazioni della corruzione “pubblica”, abuso di potere eccetera.
Incandidabili anche coloro nei cui confronti il tribunale ha applicato, con provvedimento definitivo, una misura di prevenzione, in quanto indiziati di appartenere a una associazione di tipo mafioso. Nel caso di procedimento penale iniziato dopo l’elezione e la nomina, e in attesa della sentenza definitiva, è prevista la sospensione automatica dalla carica: la Corte Costituzionale, l’anno scorso ha dichiarato legittima questa norma considerando che “la disposizione censurata, con la previsione di determinati requisiti di onorabilità degli eletti, mira a garantire l’integrità del processo democratico nonché la trasparenza e la tutela dell’immagine dell’amministrazione”.
Sempre l’anno scorso , la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto che le misure del decreto 235 oggetto ora di referendum abrogativo non sono arbitrarie, sproporzionate o prive di garanzie procedurali  nel quadro della CEDU e che  lo scopo perseguito dalle limitazioni è legittimo in quanto garantiscono un corretto funzionamento della gestione della res publica, regolano l’accesso alla vita pubblica ai massimi livelli e preservano il libero processo decisionale degli organi elettivi.

I proponenti del referendum ritengono le norme del decreto Severino strumenti inefficaci quando non dannosi per i soggetti coinvolti. “Nella stragrande maggioranza  dei casi - si legge sul sito dei promotori del referendum (https://www.referendumgiustiziagiusta.it/abrogazione-del-testo-unico-in-materia-di-incandidabilita-e-di-divieto-di-ricoprire-cariche-elettive-e-di-governo/)  in cui la legge è stata applicata contro sindaci e amministratori locali, il pubblico ufficiale è stato sospeso, costretto alle dimissioni, o comunque danneggiato, e poi è stato assolto perché risultato innocente. La legge Severino ha esposto amministratori della cosa pubblica a indebite intrusioni nella vita privata. Che cosa succede se vince il SI? Con il sì viene abrogato il decreto e si cancella così l’automatismo: si restituisce ai giudici la facoltà di decidere, di volta in volta, se, in caso di condanna, occorra applicare o meno anche l’interdizione dai pubblici uffici.” ( dal sito https://www.referendumgiustiziagiusta.it/abrogazione-del-testo-unico-in-materia-di-incandidabilita-e-di-divieto-di-ricoprire-cariche-elettive-e-di-governo/).
Per contro, l’ex presidente di Anac e procuratore della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone ha recentemente sostenuto sulle pagine di La Repubblica:  “È passata l'idea che il decreto Severino mandi a casa solo i sindaci condannati in primo grado per abuso d'ufficio, magari poi assolti in Appello. E quindi il referendum è stato pubblicizzato come lo strumento per evitare danni agli amministratori condannati per fatti di lieve entità. Invece, se il decreto viene cancellato, ci saranno conseguenze gravissime per chi ha subito condanne come quelle di mafia". Ancora: "Rivedremmo soggetti condannati per mafia e per corruzione che potranno svolgere funzioni pubbliche, come il presidente di una Regione. Una decadenza da senatore come quella di Silvio Berlusconi non sarà più possibile. Non solo. C'è di più: “Tutti i condannati definitivi per i quali non è stata prevista anche l'interdizione dai pubblici uffici potranno candidarsi ed essere eletti, anche per reati gravi, come l'evasione fiscale".
(https://www.repubblica.it/politica/2022/02/17/news/raffaele_cantone_legge_severino_referendum_giustizia-338038959/)