lunedì 1 marzo 2021

Canto d'amore per una magnolia abbattuta. Canto d'amore per le Madri e le Figlie.


Era l’alba di una estate di circa 40 anni fa. Ero a casa, appena rientrata dall’ospedale, dove mia madre era stata ricoverata con una corsa notturna in ambulanza. Metastasi ossee diffuse da un cancro al seno la stavano divorando, ormai c’erano poche speranze e ancor meno tentativi da fare.


di Martina Luciani

 

Mio padre era rimasto con lei, in attesa del trasporto ad Aviano, per una cura estrema ( e allora ancora sperimentale, che poi fu quella, e non il cancro, che riuscì a ucciderla, vincendo in breve il suo fortissimo e grande cuore; il che probabilmente fu una forma di pietosa e indolore eutanasia, vista la situazione).
Mi affacciai ad una finestra di casa, guardando verso il giardino dei miei vicini, il giardino di Annalisa, mia amica d’infanzia.
E nello strazio di quei momenti, nel vuoto della mia anima così giovane ancora, i primi raggi di sole cominciarono la loro danza sulle lucide foglie della Magnolia, che già allora chiudeva vigorosa una prospettiva lunga, dalle mie finestre fino al confine del giardino di Annalisa con altri giardini.
E quegli scintilli nella quiete dell’alba, mentre gli esseri umani ancora se ne stavano zitti ma tutto risuonava di cinguetti e gorgheggi, furono una consolazione: avevo poco più di ventanni, ma sentivo allora come oggi la bellezza e l’armonia della natura, insinuate grazie ai giardini nelle ristrettezze e miserie ecologiche della città, come strumenti e occasioni per percepire dimensioni infinitamente più grandi del mio quotidiano camminare sul suolo terrestre.
In quei momenti mia madre moriva, combatteva ancora, ma moriva.
L’Aurora dalle dita rosate era ormai scomparsa dal cielo, il sole sorgeva filtrato e riflesso da grandi, forti foglie, lucide come se fossero state incerate e pazientemente sfregate con un panno di lana. Sentii fluire dalla Magnolia, immobile ma circondata e pervasa dai movimenti dei raggi luminosi, la sensazione che mia madre  sarebbe rimasta dentro di me, perché la Grande Madre si trasmette nelle figlie, e poi ancora nelle figlie e le radici sono così antiche da attraversare tutti i tempi, e per questo non possono estirpate o inaridite. 
Questo era il dono recato a me attraverso una creatura di nome Magnolia. Che è rimasta nel giardino dei vicini per così tanti anni e che fino ad oggi ho continuato a guardare sorridendole, ogni volta che mi affacciavo e la vedevo riflettere la luce del sole oppure quella del plenilunio, proprio come la notte scorsa,con la Luna trionfante in Vergine.

Scrivo  proprio mentre l’orrendo rumore delle seghe elettriche copre il rumore dei grandi rami che si abbattono al suolo.
Il nuovo proprietario della Magnolia non la vuole più, l’abbatte. E’ una facoltà che fa parte dei suoi diritti di proprietà. Non ho nessun argomento per contrastare quanto sta accadendo.

Vado da sempre ripetendo che il paesaggio urbano si determina in maniera fondamentale grazie alla presenza dei grandi alberi, al livello di significati e custodia delle memorie, quindi ben oltre la mera funzione decorativa; che la presenza degli alberi, di ognuno di essi, e di tutti insieme nella reciproca relazione delle infinite diversità del singolo esemplare, ha un ruolo enorme sulla psicologia degli abitanti, perché la vita si svolge tra quinte e prospettive esse stesse viventi, entro le quali l’esperienza umana si collega alla natura e ai ritmi delle stagioni, entro cui le emozioni rimangono conservate e  si rinnovano attraverso la visione e la percezione del contesto e via dicendo… Ecco, in conseguenza di tutto ciò, adesso piango la morte della Magnolia, e di nuovo, mentre la pianta pezzo dopo pezzo scompare e viene meno ciò che per me lei ha rappresentato lungo i decenni, piango la morte di mia madre, la solitudine di una ragazza che doveva comprendere e sopportare l’impotenza della scienza di fronte alla malattia, l’ingiustizia atroce del sentirsi via via privati di un amore così importante come quello della propria mamma, dell’avere una paura fottuta solo ad immaginare di non poter più sentire il tocco caldo e vibrante delle irriproducibili carezze di una madre sulla pelle della propria figlia.
Tutto tra i rami di una Magnolia, che non era nemmeno mia.
Devo farmene una ragione razionale? Ma anche no.
Mi passerà? Certo, pian piano e proprio per mezzo di tutto ciò che grazie alla Magnolia ho metabolizzato e reso per sempre mio.
Tra cui la grande Alleanza, tra la Madre e le figlie. 
Proprio le mie figlie,in questa brutta mattina,addolorate come me ma in aggiunta anche per me, hanno abbandonato i loro impegni e si stanno prendendo cura di me e della mia tristezza, in mille modi. Anche correndo nel giardino dei vicini, a prendere alcuni rami dell’albero tagliato, e poi ad acquistare non so che sostanze per favorire la formazioni di radici dalle talee e tentare per me un amoroso esperimento di rigenerazione.

Le seghe elettriche hanno terminato la loro opera, la tenerezza delle mie ragazze mi avvolge e attutisce e disinfiamma e placa. 
Continuerò dire e ridire: amateli, gli alberi che sovrastano le nostre vite, perché hanno visto, hanno ascoltato e spesso hanno sussurrato, anche se raramente sono stati ascoltati; talvolta, come è successo a me, hanno aiutato a sopportare indicibili smarrimenti, insinuando un’emozione, magari non perfettamente decifrata nell’immediato, ma rimasta, conservata, evoluta negli anni, confermata dalle esperienze e diventata strumento di consapevolezza, pilastro della coscienza del sé e del vivere e morire in questo giro di giostra.

 

giovedì 11 febbraio 2021

Coreografie al mercato coperto: la danza delle ragnatele

Sto facendo la spesa al mercato coperto di via Boccaccio.E capita che guardo in sù.


di Martina Luciani


Sto facendo la spesa al mercato coperto di via Boccaccio.
Sto in fila, distanziata, immersa nei miei pensieri e nella mascherina, ho già intravvisto sul bancone le rosse Moro dell’Etna e pregusto la dolcezza della spremuta che farò per le mie affaticate studentesse.
Una vicina di casa mi saluta, Marco mi chiede come va e intanto guardo le sue splendide primule e mi dico che piove troppo per tornare alla macchina anche con un plateau di fiori che poi non potrei nell’immediato rinvasare. Prossima volta.

In quello, una goccia si spiaccica sul mio cuoio cappelluto, e intraprende il classico odioso meccanismo di infiltrazione dei capelli sul cocuzzolo della mia testa: una piccolissima invasione che però è sempre così fastidiosa quando non te la aspetti.
Faccio un istintivo spostamento laterale di posizione e tiro su gli occhi.
Così tra il lontano soffitto della volta dove rumoreggia la pioggia, la serie di laterali controsoffittature di materiale trasparente incrostato di sporcizia e frammenti caduti dall’alto, i teli ombreggianti intrecciati in ogni direzione, si appalesa una armoniosa danza di enormi e spesse ragnatele, suscitata dall’aria soffiata dai tuboni aerei sospesi.
Quasi un elemento naturalistico, come le ragnatele tra i rami di un cespuglio in un raggio di sole del mattino e in un lieve soffio di vento: che è una bellezza.
Ma qui dentro di sicuro no. E cercando di cogliere per questa coreografia un’emozione che non sia gotica, o se preferite dark, o se preferite schifata, osservando ipnotizzata la danza grigioscura dei veli sopra di me, ostinandomi a non pensare a cosa venga disperso nell’aria che sto respirando, colgo anche i riccioli di vernice con cui la ruggine sta pazientemente ma inesorabilmente decorando i lati delle strutture metalliche nell’angolo del soffitto dove la pioggia penetra, completando così l' estetica delle sovrastanti rifiniture di strati di polvere atavica.
Già che ci sono ed ho tempo, seguo anche il percorso probabile della goccia che ha risvegliato la mia attenzione verso l’empireo del mercato: dalla volta in discesa al mensolone trasparente su cui si archivia diligentemente la sporcizia, con una fase di raccoglimento ( fisico, non spirituale) in una pozzangherina dove si solubilizzano i vari elementi costituenti il deposito che mai mano umana ha inteso spazzar via, per poi - in una sorta di distillazione della quintessenza dell’incuria e della negligenza ( risultato mai studiato dagli alchimisti antichi) - infiltrarsi in una commessura e piombare giù in rigorosa osservanza alla legge della gravità del pianeta.

Ecco (pronunciato con due C, e non con una sola, come ho sentito una decina di volte nell’ultimo consiglio comunale, caspita o parlate in dialetto o parlate in italiano e usate le doppie) voglio dire questo.
Tra questa indecorosa situazione igienico – estetica- organizzativa del nostro mercato (che io amo con tutta me stessa, sia chiaro) e l’improbabile esercitazione metafisica dell’ultimo progetto faraonico di ristrutturazione, è possibile o no una fase intermedia (che in media stat virtus) di normale manutenzione, a fini igienici e conservativi (oltre che di basilare decenza per le relazioni che nella struttura in questione si svolgono ogni santo giorno)?
PULIRE periodicamente, effettuare MANUTENZIONI ORDINARIE, tenere da conto (traduzione diretta dal dialetto goriziano) è roba da diligenza media, non servono archistar, urbanisti new age, docenti importati dalle principali università americane di sociologia ed economia, ingegneri costruttori di ponti sopra i mari, statisti di fama internazionale o amministratori in pieno trip (uso questo termine in sostituzione della parola visione, che mi hanno fatto notare essere ormai abusata).
Serve l’idea – arcaica, banale, internazionale -  che il "tegnir de conto" si fa a casa propria ma lo si fa anche nei luoghi  "casa comune", affidata alle competenze della pubblica amministrazione che ne deve aver cura in nome nostro, dei cittadini; che il "tegnir de conto" rende storica e bella e confortante la vecchiaia delle cose e preserva i manufatti da quella condizione estrema della senescenza  che è soltanto brutta, triste e irrecuperabile.
Perché, cavolo, deve essere così faticoso ottenere in questa città il minimo sindacale in ogni cosa?

venerdì 29 gennaio 2021

Azienda Gorizia. In base alle performance degli amministratori, c'è solo una cosa da fare: licenziare tutti.

 

La (improvvida) delibera della Giunta comunale di Gorizia con gli aumenti delle indennità di funzione per gli amministratori viene alla luce mentre ai cittadini esausti arrivano le quarte rate della Tari e il Corso si trasforma in un improbabile senso unico con direzione obbligata verso il Nulla.


di Martina Luciani


Le contraddizioni che imperversano attorno a me si risolvono alla fine in una colossale presa per i fondelli dei cittadini, me inclusa e pure in prima fila.
L’ultima è la (improvvida) delibera della Giunta comunale di Gorizia con gli aumenti delle indennità di funzione per gli amministratori che non sono lavoratori dipendenti e che non sono collocati in aspettativa, che viene alla luce mentre ai cittadini arrivano le quarte rate della Tari e il Corso si trasforma in un improbabile  senso unico.
Si tratta di un adempimento, significativo nella conta degli euro, previsto da una delibera della Giunta regionale del 2011. Quindi inutile discutere sulla legittimità. Si può fare, e se anche ci fosse al governo della città la Banda Bassotti non si potrebbe eccepire sulla correttezza formale di questa iniziativa. Ma c’è anche la sostanza delle cose, giusto? Ripigliamoci la sostanza, santoiddio, sennò tutto fluirà via in un batter d’occhio, e soprattutto quel che non ci piace sarà solo una goccia nell’enorme quantità di liquido in cui ci ritroviamo a sguazzare.
E la sostanza, ad esempio, è che anche il piano del traffico è un obbligo per gli amministratori (tra l’altro imposto da una legge dello Stato, non da una delibera di Giunta regionale), ma nessuno si scompone se Gorizia ne è priva. Niente ansia e nessuna sensazione di grave negligenza, tantomeno quando si dispone un senso unico in Corso fatto così male che più male non si può. 
Allora, in questo disgraziato periodo di totale destabilizzazione, il mancato adempimento della disposizione che prevede l’aumento delle indennità, poteva essere una apprezzabile e significativa negligenza, un gesto di solidarietà politica e umana.

Adesso arzigogolo verso una conclusione che scriverò in neretto.  
Abbiamo mutuato e abusiamo di concetti aziendalistici come capitale umano e risorse umane, li utilizziamo nel linguaggio quotidiano come se ognuno di noi fosse solo e soltanto parte di una organizzazione del lavoro, dalla nascita alla morte; protestiamo per aver aziendalizzato settori fondamentali della società e poi non ci rendiamo conto che abbiamo aziendalizzato i nostri principali strumenti di giudizio. E questo la dice lunga sull’imprinting che abbiamo subito, spesso subdolamente,  e che si manifesta non solo con l’adeguamento della propria forma di vita alla forma stessa dell'impresa ma soprattutto con l’atrofizzazione della coscienza, delle capacità di consapevolezza e di autonomo convincimento: con l’esserci trasformati in creta molle, acritica e indifesa nelle mani dei potenti sempre più disinvolti a consolidare i loro privilegi , delle multinazionali, dei burattinai dell’alta finanza e dei meccanismi del consumo e del profitto, cioè delle divinità che dominano incontrastate la contemporanea e amorale versione dell’Olimpo.  
Ma se è questo lo stato della nostra evoluzione sociale e culturale, andiamo fino in fondo e applichiamo alle esperienze di cittadinanza e di democrazia i criteri della gestione del personale, inquadrando le questioni collettive e individuali nella dimensione aziendalistica. Una utile schifezza.
L’agone politico  riceverà beneficio, e stimolo ad evolvere con nostro collettivo vantaggio, se l’osservassimo e interagissimo utilizzando i filtri dei processi di gestione strategica delle risorse umane.
Uno per uno, i nostri dipendenti ( questo sono i pubblici amministratori eletti) verrebbero descritti e periodicamente valutati per la posizione di lavoro,il profilo professionale ed attitudinale, le competenze e la formazione,i dati storici sulla prestazioni,la carriera fatta e programmata, la retribuzione che gli è assegnata; e questo nella prospettiva delineata di volta in volta dal nostro piano strategico, cioè da quella dichiarazione d'intenti che enuncia cosa vorremo essere e cosa vorremo attuare nel futuro.

Ma soprattutto, il datore di lavoro, cioè noi tutti, non concederebbe nessun aumento delle indennità e direbbe: Cari, per quello che avete fatto finora nell’azienda Comune di Gorizia, per i miseri risultati conferiti alla collettività/compagine sociale di questa città, per l’incompetenza, la negligenza e la superficialità dimostrate, non solo non vi aumentiamo l’indennità, MA SIETE ANCHE LICENZIATI."