lunedì 7 maggio 2018

E' un Canto Sconfinato: debutto in concerto del coro multietnico a Pordenone, l'11 maggio '18.

Il concerto è il frutto del progetto Canto Sconfinato, concepito per far incontrare patrimoni culturali diversi e grazie alle musiche degli uni e degli altri far fluire, insieme alle note e alle voci, il cambiamento e la crescita culturale.



Da  Schiarazzule Marazzule alla Tammurriata Nera, da Clandestino di Manu Chao ad Hallelujah di Leonard Cohen, da Maremma amara all’afghana Götür Beni Gittiğin Yere Sam fino a Jemba: sono alcuni dei brani che i quaranta componenti del  coro multietnico di Pordenone presenteranno alla città, con  musica dal vivo, al chiostro della Biblioteca civica la sera di venerdì  11 maggio alle 20.30. L’evento, ad ingresso libero, sarà uno di quelli da ricordare: la restituzione alla città del progetto  Canto sconfinato da parte del coro composto per una metà da nuovi cittadini e rifugiati, per l’altra da vecchi cittadini, volontari ma anche semplici appassionati di canto, musica e relazioni umane (foto di Stefano Raspa).

È un invito all’incontro quello proposto dal coro, eterogeneo nella composizione etnica con friulani, veneti, pakistani, afghani, argentini, ghanesi, gambiani, nepalesi, ma omogeneo nel desiderio di utilizzare la musica come occasione di conoscenza reciproca e di scambio tra le persone e le loro storie di vita. Un gruppo entusiasta di offrire alla città un concerto-performance che sia testimonianza di integrazione e convivenza tra migranti e indigeni più o meno autoctoni.

Diretto da Giuseppina ‘Beppa’ Casarin del Coro Voci dal Mondo di Mestre, il coro multietnico di Pordenone è partito a settembre 2017 da un’idea di Carlo Mayer subito sposata dall’Associazione immigrati, e vede la partecipazione ed il coinvolgimento della Croce rossa italiana e delle Cooperative sociali impegnate nell’accoglienza in città, Itaca, Noncello, Nuovi vicini, Fai e Acli.

“Siamo partiti circa in una sessantina, arriviamo al concerto in una quarantina – fanno sapere da Canto sconfinato - un risultato eccezionale, rifugiati e nuovi cittadini sono circa la metà. Il metodo di lavoro prevede che i singoli coristi propongano canzoni alle quali sono affezionati per qualche motivo e insieme si scelgano e si imparino”. Per cantare tutti insieme si ispirano alla pratica del canto spontaneo propria di tutte le culture, un’esperienza più che favorevole per realizzare un “canto sconfinato”. In caso di maltempo il concerto si svolgerà all’Auditorium della Regione in via Roma.

Canto sconfinato. La scheda del progetto
Canto sconfinato vuole attivare un percorso di conoscenza con i nuovi cittadini immigrati e i profughi ospiti nella città di Pordenone. La musica e il canto diventano oggetto di mediazione per reinterpretare la convivenza come arricchimento del tessuto sociale e reciproca conoscenza, all’interno di un percorso di integrazione che veda protagonisti sia i vecchi sia i nuovi cittadini.

Tra gli obiettivi anche quello di dare (nuova) dignità a canti e musiche che non hanno né riconoscimento né cittadinanza, patrimoni destinati forse ad essere perduti e che spesso rimangono esclusivamente nella memoria delle persone che li portano con sé insieme alla loro storia di vita.

Un percorso che porta, altresì, alla scoperta di una presenza culturale altra, quella dei migranti che sono anche artisti oltre che portatori di culture e di saperi. Canto sconfinato diventa così un incontro con le diversità, con canti e musiche che hanno il potere di evocare luoghi lontani ma, allo stesso tempo, capaci di risvegliare modi espressivi e di comunicazione per noi europei nuovi, patrimoni culturali diversi che si innestano nella cultura occidentale, muovendo la creatività, aprendo al cambiamento e alla crescita culturale.




venerdì 4 maggio 2018

Rifiuti, End of waste vero o fittizio? Stop alle scelte e decisioni degli enti locali, servono norme nazionali per sviluppare una autentica economia circolare ed escludere pratiche sulla carta virtuose, in realtà dannose per l’ambiente e la salute umana.

  


Può capitare che le autorizzazioni per esercitare impianti di recupero rilasciate da Province e Regioni, diventino un veicolo per smaltire  veri e propri rifiuti, ai quali viene impropriamente conferita la qualifica di “cessazione di rifiuto” (end-of-waste).
Il Consiglio di Stato ha detto STOP: è illegittimo il sistema "caso per caso". Il potere di definire, in assenza di normativa UE, cosa è da intendersi o meno come rifiuto, spetta solo allo Stato, in base all’art. 117 della Costituzione italiana che attribuisce alla potestà del legislatore nazionale la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema.          


di Stefano Cosolo

Secondo il Codice dell’Ambiente, un rifiuto cessa di essere tale (End of Waste) quando è stato sottoposto ad un'operazione di recupero con successo il cui prodotto sia una sostanza o  un oggetto  comunemente utilizzato per scopi specifici, esista un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto, la sostanza o l'oggetto soddisfi i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetti la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti,  l'utilizzo della sostanza o dell'oggetto non porti a impatti complessivi negativi sull'ambiente o sulla salute umana.
Queste condizioni generali necessitano di ulteriori specificazioni che sono rimandate a criteri comunitari. In mancanza di questi è possibile per gli Stati membri decidere, per tipologie omogenee di rifiuti e relative regolamentazioni, quando un determinato rifiuto cessi di essere tale. I criteri includono, se necessario, valori limite per le sostanze inquinanti e tengono conto di tutti i possibili effetti negativi sull'ambiente della sostanza o dell'oggetto.
Nell’assenza di una normativa adeguata, può capitare che le autorizzazioni per esercitare impianti di recupero rilasciate da province e regioni, diventino, in  realtà, un veicolo per smaltire  veri e propri rifiuti, ai quali viene impropriamente conferita la qualifica di “cessazione di rifiuto” (end-of-waste),  contribuendo così ad inquinare l’ambiente. Se poi si considerano i casi in cui non esiste nemmeno un mercato per questi oggetti o sostanze, ciò che avviene è un vero e proprio smaltimento abusivo di rifiuti e non utilizzo di end of waste.
Avviare un’economia circolare è oggi, più che mai, urgente e indispensabile per ridurre l’inquinamento ambientale, lo spreco delle risorse del pianeta e, anche, per creare nuove prospettive economiche con relativi effetti sociali positivi.
Affinchè ciò avvenga efficacemente e con la minimizzazione dell’effetto sull’ambiente è necessaria una normativa europea e nazionale che, nella decretazione della cessazione della qualifica di rifiuto, elimini l’arbitrio “creativo” delle amministrazioni locali facilitato anche dalla continua innovazione tecnologica nel settore del recupero dei rifiuti, sia  chiara, territorialmente omogenea e facilmente applicabile (e verificabile) su tutto il territorio nazionale.
In questo senso, allora, è intervenuta la recente sentenza del Consiglio di Staton. 1129/2018 che ha dichiarato illegittimo il sistema “caso per caso” finora vigente per tutti i rifiuti non regolati espressamente dalle normative nazionali o europee, chiarendo che solo lo Stato il potere di individuare i casi in cui un rifiuto cessa di essere tale ed escludendo la competenza regionale in materia.
Una sentenza che è stata vivacemente criticata, a partire dal fatto che essa bloccherebbe lo sviluppo dell’economia circolare in Italia nello specifico settore del recupero dei rifiuti e renderebbe le discariche unica destinazione di enormi quantità di materiale.
Naturalmente le critiche, nel merito condivisibili, evitano di considerare i meccanismi speculativi che si insinuano troppo facilmente nelle diverse articolazioni green economy, ne stravolgono i contenuti e gli scopi così che l’unica utilità recuperata dai rifiuti è il vantaggio esclusivo di rilevanti interessi economici.
L’urgenza di un intervento legislativo in materia è stata evidenziata dall’Unione delle Imprese dell’Economia Circolare, con un comunicato stampa del 12 marzo 2018, preannunciando il rischio di blocco dell’operatività degli impianti di recupero: siccome il potere regolamentare, sino ad oggi, non è stato esercitato dallo Stato né dall’Unione Europea, se si escludono i regolamenti comunitari emanati per vetro, metalli e rame e il decreto nazionale sul Css-combustibile (combustibili solidi secondari), l’attività delle imprese di riciclo non ha più una copertura normativa adeguata, considerato che il decreto 5 febbraio 1998, che tra l’altro si occupa solamente di alcune tipologie di rifiuti,  è da ritenersi superato.
Dello stesso avviso anche la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome che,nella riunione del 19 aprile, ha approvato un ordine del giorno con cui  chiede esplicitamente una proposta di modifica del Decreto Legislativo 152/2006 che ha poi consegnato al Governo durante la Conferenza Stato-Regioni.