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sabato 31 luglio 2021

Alpinismo Goriziano, n.2/2021. Cambiamento climatico. Perchè non è che in montagna il riscaldamento globale sia più fresco.


Secondo me è un numero eccezionale quello uscente di Alpinismo Goriziano, il secondo varato nel 2021 dal suo direttore responsabile Marko Mosetti: perché è colmo d’ amore, paura  e punti di domanda, su un tema così difficile come la crisi ecologica del nostro presente, e così tragico, visto che siamo stati ben più che edotti e avvisati da decenni.


di Martina Luciani


Amore per la montagna e per Madre Natura, paura per il destino dell’ambiente, e delle creature che lo popolano, quale descritto a tinte cupissime dal cambiamento climatico in atto, punti di domanda che riguardano approcci complessivi e prese di coscienza individuali, mossi entrambi dall’ansia ( se non angoscia) e dal senso di responsabilità di salvare il salvabile e modificare in senso salvifico  il rapporto uomo – Pianeta una volta per tutte e per  tutte le componenti  di questo che sempre più è un antagonismo invece che un ecosistema.
L’imponenza dei temi trattati nella cospicua sezione della rivista dedicata alla questione del cambiamento climatico, sulle pagine di quella che è una delle più importanti esperienze culturali e direi anche sociali di questa città ( da un numero di anni - 54! - sconvolgente sia rispetto la rapidità fulminea con cui oggi produciamo e consumiamo le parole scritte sia rispetto il costante, altissimo livello qualitativo dei contenuti)  richiederebbe molte e molte righe di testo, e su un blog sarebbe troppo faticoso da leggere.
Quindi estrapolo tracce, raccomandando ai lettori dell’edizione cartacea che esce dalla tipografia lunedì ulteriori amore, paura e punti di domanda come approccio a queste pagine.


Come sempre mi si è è contratto lo stomaco, organo di emozioni, quando la verità mi viene spinta addosso con parole semplici semplici e ineluttabili: lo fa Marko Mosetti, nell’editoriale, che accompagna opportunamente con la visione della Cengia degli Dei innevata sulla parete nord del Jôf Fuart, “ Ho la triste impressione che continuiamo a considerarci il perno attorno al quale la montagna deve continuare a girare ed a contemplarci, soddisfatti, l’ombelico.”
I contributi sul tema della rivista indagano, propongono prospettive di riflessione e descrivono  la potenza della crisi climatica, e non solo tra le montagne: scrivono, nell’ordine in cui li incontriamo, Luca Del Nevo, Alessandro Plozner,  Riccarda De Eccher, Martina Luciani, Ines Millesimi, Silvia Metzeltin, Marina Cabrini, Vittorino Mason.
Flavio Ghio è l’Everest. Ma lui, in un lungo - e peccato che non sia ancor più lungo – articolo ci accompagna senza abbandonarci, dal campo base in poi: “La tecnica – pneuma della vita materiale - ha sopito l’atavico terrore per la natura con un radicale cambiamento di paradigma: non è la specie ad adattarsi alla natura, ma la natura ad adattarsi alla specie.”
Non sempre sul cammino ci sono adeguate attrezzature per la sicurezza di chi procede verso la vetta ( ma che c’è in vetta, è il pensiero latente del lettore, considerato che l’articolo si intitola Zabriskie Point, avete presente la scena finale del film di Antonioni?), e si traballa perchè quel che si vede produce vertigini: “… essere tracotanti verso la natura è diventato un comportamento virtuoso per superare l’angoscia e ci fa sentire bene come il principe di Condé innanzi la giornata di Rocrois.”; oppure “Per i partigiani della crescita, ogni pensiero contrario è come uno psicoreato di orwelliana memoria e va prevenuto.”
Quando ti fermi per tirare il fiato, Ghio incalza:  “Si usa scientemente il vocabolario tecnico per scopi persuasivi: Aristotele dice che la sapienza nasce dalla meraviglia? Allora si cancellino meraviglia e stupore dall’anima umana e nessuna sapienza si metterà di traverso.” 
Arrivati in cima, nessuna nube impedisce di vedere la stupefacente vastità ecologica e culturale del problema climate change in modalità panoramica: “…se un’ipotesi scientifica - e la scienza procede per ipotesi e non per dogmi - è dissonante con il moderno Leviatano della crescita, la sua credibilità è equiparabile all’astrologia, alla mantica, alla lettura dei fondi del caffè.”  
Mi pare di poter dire che Ghio ci raccomanda di svelare l’inganno ogni volta che,  scansate le “parole compromesse” ricorrendo all’intuizione profonda che deriva  dall’amore incondizionato per la Natura (che ormai risuona delle sue note autentiche molto più nei parchi dell’interiorità invece che nei parchi naturalistici), scatta l’applicabilità del monito seicentesco di Thomas Hobbes : “Non dubito che se la proposizione: i tre angoli di un triangolo sono uguali a due angoli di un quadrato, fosse contraria al diritto di dominio di qualche uomo, o agli interessi di quelli che hanno il dominio, essa sarebbe stata, se non disputata, certo soppressa dando alle fiamme tutti i libri di geometria.”

Di pagine da leggere, in questo numero di Alpinismo Goriziano, ce ne sono molte altre, e spesso la questione del cambiamento climatico ricompare, come tema sviluppato da diversi registi partecipanti al Trento film festival 2021, su cui come di consueto ci aggiorna Marko Mosetti fornendoci occasione di consolazione quando scive:” Il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici sono stati temi presenti in molte delle opere selezionate per questa 69esima edizione del TFF. E non poteva che essere così stante la giusta ambizione della manifestazione trentina ad essere punto di riferimento, orientamento e guida per il mondo della montagna.”

La crisi ecologica è lo sfondo dell’attività del Gruppo ambiente regionale del CAI, costituitosi nel 2020, con lo scopo di raccogliere in modo documentato, anche con contributi esterni, notizie di effettive minacce all’integrità dei delicati territori della montagna.  A questo proposito, ricordo e sottolineo in aggiunta a quanto nell’articolo dedicato, che la sezione di Gorizia ha creato una sezione del sito -  https://www.caigorizia.it/attivita/tutela-ambiente-montano  - e un indirizzo di posta elettronica – ambiente@caigorizia.it – dove segnalare situazioni di pericolo per lo stato dell’ambiente.

Scoprite da soli il resto di questo grande numero, con gli articoli di Giorgio Peratoner ( la sezione di Gorizia del CAI ha un nuovo stemma! ) Dario Marini, Peter Podgornik ( tradotto dallo sloveno da Sergio Scaini)Giuliana Vidman, Cheto Paulet, Elio Candussi, Rudi Vittori, Claudia Villani ( attenzione, raccoglitori di piante, alla somiglianza tra Genziana e Veratro, la radice della seconda è letale in dosi piccolissime); e infine la corposa sezione delle recensioni delle ultime uscite in libreria.
Alpinismo Goriziano sarà disponibile in un numero ridotto di copie cartacee nella sede sezionale del CAI Gorizia; e quindi sul sito della sezione, giustamente sotto la voce Cultura, dove peraltro sono custodite le copie digitalizzate della rivista a partire dal 1999.




sabato 21 luglio 2018

Gorizia, 1858 - 2018, 19 luglio: ricordando Julius Kugy, con la sezione goriziana del CAI.

In occasione del 160° anniversario della nascita di Julius Kugy, il 19 luglio la sezione del Cai di Gorizia ha organizzato una commemorazione nel parco Coronini, dinnanzi alla targa che sulla parete di una casa ricorda il poeta delle Giulie, il cantore di una civiltà alpina e di un mondo culturale compositi e plurilingui. Per l'occasione,  Carlo Tavagnutti e Carlo Sclauzero hanno realizzato la bellissima cartolina nell'immagine.

L'introduzione dell'incontro. 






di Marko Mosetti


"Sono nato il 19 luglio 1858 nella Villa Grafenberg del Conte Coronini a Gorizia, quando a Trieste infieriva un'epidemia di colera. Chi sa se la mia predilezione per l'Isonzo, per le Alpi Giulie dalle quali discende, per le acque giuliane che convoglia al mare, in genere per le villeggiature estive, non derivi da ciò? Il battesimo lo ricevetti a Trieste."
Così Julius Kugy in  La mia vita. Nel lavoro, per la musica, sui monti.
Dopo la laurea in giurisprudenza a Vienna si dedicò a proseguire l'attività commerciale del padre a Trieste. Fin da giovanissimo si appassionò di botanica. Fu proprio questa passione a portarlo a contatto con il mondo alpino, con le Alpi Giulie, allora poco o affatto esplorate e conosciute.
"Infiniti aneliti verso le vette mi vennero dal romanticismo di Baumbach (l'autore del poema Zlatorog) che mi infuse nell'anima aperta tutto il romanticismo del suo ricco cuore di poeta e gli aurei tesori della sua poesia": scrive in Dalla vita di un alpinista.
E ancora " Credo davvero di potermi considerare in senso lato un alunno di Baumbach. Basti pensare all'importanza che dovette avere per il mio giovane cuore lo Zlatorog, dove fin dall'inizio il venerando duomo del Triglav sorge come un immenso altare di ogni pia nostalgia e devozione montana."

Come era allora uso comune, si accompagnò nelle sue salite ed esplorazioni con le guide valligiane sia slovene che friulane, senza distinzione di nazionalità. Parlando correntemente il tedesco, lo sloveno e l'italiano, anche grazie al padre carinziano e alla madre, figlia del poeta sloveno Johann Vessel, può certamente essere ascritto come l'archetipo del moderno uomo europeo che, pur fedele alla Patria, è altresì dimentico di confini, divisioni, nazionalismi.
D'altra parte come in maniera illuminata ebbe a scrivere Celso Macor "le nostre montagne erano naturalmente così, per legge di natura, per tradizione, nel sentimento delle genti che le abitano. Le Alpi Giulie non avevano confini, erano di tutti i popoli, erano entrate nella simbologia della gente alpina, erano unione e amore, erano poesia e incontro".