I lavori di sminamento e gli altri interventi del “Progetto di rigenerazione” assolutamente non corrispondono alle “buone pratiche” agronomico-colturali necessarie per un parco. Quanto ho osservato nell’area degli scavi è negativo per la salute, la prosperità e la vita stessa delle piante.
di Giancarlo Stasi
Di Parco Basaglia in questi anni
molto si è detto e scritto senza lesinare lodi e magnificenze ma le belle parole moltissime volte hanno avuto
scarsissimo riscontro nella realtà.
Molto impegno è stato profuso a descrivere l’avvolgente abbraccio verde
del Parco, per contro l’impegno riservato al mantenimento di questo complesso
arboreo, eredità primo novecentesca, non è stato sicuramente al passo delle
reali esigenze di manutenzione e conservazione, sia dal punto di vista delle
tempistiche sia delle corrette pratiche agronomiche e colturali.
La manutenzione ordinaria, sfalci
ed eliminazione di soggetti ritenuti pericolosi per l’incolumità pubblica, è
stata eseguita, magari in momenti non adeguati e con troppo estesa applicazione
del principio di precauzione, mentre sono mancati gli interventi di
manutenzione straordinaria ed in alcuni casi, quando attuati, hanno provocato
maggiori danni del non intervento. Potature di rimonda, alleggerimento e
riforma delle chiome degli alberi, selezione dei soggetti arborei e arbustivi
nati spontaneamente, trattamenti fitosanitari sono i grandi dimenticati,
smemoratezza che in verità riguarda l’intero patrimonio verde cittadino,
pubblico e pure privato.
Alcuna anni fa, sulla scorta di un
rinato interesse per la figura di Basaglia, si è pensato anche alla
ristrutturazione del parco.
La Treccani on-line ci fornisce
questa definizione: “Il PARCO è un ampio territorio che, per speciali caratteri
naturalistici, è sottoposto a tutela dalle leggi nazionali o regionali per
essere salvaguardato dalle azioni dell’uomo capaci di alterarne i caratteri,
…”.
Nello specifico parliamo di un
parco tutelato in base alla legge sui beni culturali, legge che in primis
tutela l’artefatto e poco considera il carattere naturalistico: da qui discende
a mio avviso il “peccato originale” e le sue conseguenze nefaste.
Ecco quindi apparire il “Progetto
di rigenerazione urbana in chiave storico/culturale del Parco Basaglia a
Gorizia”. Vi pare sia menzionato nel
titolo del progetto il fatto che la vegetazione è un elemento vivo, che nelle
sue componenti arboree è soggetto ad un continuo e lento modificarsi di forme e
strutture? Che la terra, il terreno, sui cui si va ad intervenire è un elemento
fondamentale e ricchissimo di biodiversità importante per consentire ai
vegetali presenti di svilupparsi nel modo più adeguato? Che la presenza di
parti vegetali anche secche o seccaginose sostengono e permettono la vita ad un
ampio numero di organismi (insetti, rettili, mammiferi, uccelli)? NO.
Personalmente sono convinto che sia
fondamentale quanto indicato all’Art. 14 della Carta di Firenze – Carta per la
salvaguardia dei giardini storici (1982): Il giardino storico dovrà essere
conservato in un intorno ambientale appropriato. Ogni modificazione
dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'equilibrio ecologico deve
essere proscritta....

Quanto è stato possibile rilevare
nei giorni scorsi sui lavori di sminamento e predisposizione dei successivi
interventi del primo lotto del “Progetto di rigenerazione” assolutamente non
corrisponde alle “buone pratiche” sia storiche sia agronomico-colturali.
Tralasciando il tema prettamente “storico”, vorrei illustrare perché ritengo
quanto ho osservato nell’area degli scavi al Parco, dal punto di vista
agronomico, negativo per la salute, la prosperità e la vita stessa delle
piante.
Danni diretti agli apparati
radicali: ad un superficiale esame non pare che questi danni provocheranno
nell'immediato problemi alla tenuta statica dei diversi esemplari arborei
interessati da questa prima fase di lavori. Andrebbero comunque approfondite nello
specifico, per ogni esemplare interessato, le condizioni di danneggiamento
dell’apparato radicale così da escludere l’eventualità di schianti nel breve
periodo.
Attualmente, essendo l'area interdetta al
transito del pubblico il rischio derivante da eventuali situazioni critiche
risulta evidentemente basso: e quando il luogo sarà restituito alla pubblica
fruizione, chi si ricorderà dei precedenti interventi invasivi, delle ferite e
criticità procurate al Parco nel suo complesso ed ai singoli individui vegetali
che lo compongono? Chi ne valuterà le possibili conseguenze durante il
trascorrere del tempo? Ovviamente nessuno. Tuttavia è certo che i danni inferti
alle loro strutture radicali predisporranno i soggetti vegetali ad un più o
meno rapido declino vegetativo.
Spiego meglio: le radici assorbenti
acqua e sostanze nutritive hanno necessità di un'adeguata dotazione di
ossigeno. Ecco perché sono presenti negli stati superficiali del terreno,
soprattutto dove per molti anni questo non è stato disturbato. I lavori effettuati
hanno determinato, in alcuni casi, una forte riduzione delle possibilità di
assorbimento idrico e, se il periodo estivo sarà particolarmente caldo e
siccitoso, si verificheranno prima difficoltà nutrizionali e poi sicuramente
estesi disseccamenti delle chiome.
Inoltre la rottura degli apparati
radicali e in particolare di radici di medie e grandi dimensioni, come
verificato, favorisce la colonizzazione di queste strutture legnose da parte di
agenti di marciumi radicali. E' nota la presenza nel complesso di Armillaria
sp., noto come chiodino, fungo che ha un duplice comportamento: è un parassita
ed anche, con parola tecnica, un saprofita, cioè si nutre di materia organica
morta e partecipa quindi agli importantissimi processi di decomposizione.
Comunque sia, il suo attacco è letale: una delle comode vie d’ingresso
dell’Armillaria nell’organismo dell’albero è l’insieme degli estesi danni
provocati agli apparati radicali, e sono predisponenti all’ingresso del fungo
nelle radici anche le situazioni di stress e difficoltà vegetative. A conferma
della presenza di questo fungo, ci sono attualmente sono in attesa di
abbattimento almeno tre grandi alberi, portati a morte dall'Armillaria.
Naturalmente i lunghi tempi di colonizzazione e di degradazione degli apparati
radicali da parte di questi organismi fanno sì che per i tempi dell'uomo non è
mai evidente un rapporto di causa ed effetto e le morie saranno ascritte ai
cambiamenti climatici. Così che la responsabilità originaria non ha mai un nome
e un cognome, e con questa certezza progettisti e pubbliche amministrazioni
procedono imperterriti a rigenerazioni che meglio sarebbe chiamare
“devastazioni”, gli uni in preda del proprio estro creativo che esclude di
solito, e completamente, la previsione delle modalità di gestione agronomica di
quanto hanno disegnato; e le altre con totale garanzia di immunità per il
futuro.
Danni indiretti agli apparati
radicali: il transito con pesanti mezzi meccanici e il deposito delle ingenti
quantità di terreno scavato sulle superfici prative luogo di sviluppo degli
apparati radicali provoca un notevole compattamento del terreno, asfissia e
cambiamento dei parametri fisici e microbiologici dello stesso. L’alterazione
del profilo del terreno con quanto attuato provoca un ulteriore danno chimico e
microbiologico. Lo spostamento di queste masse solide diffonde i patogeni
tellurici presenti.
Danni alla componente erbacea: il
rimescolamento dei diversi strati del suolo determinerà, una volta ripristinate
le superfici, crescite disomogenee del nuovo manto erboso, evitabili solo suppletivi
interventi agronomici.
Chiedere ragione e giustificazione
a ASUGI, ERPAC e Regione Friuli Venezia Giulia dei lavori attuati finora al
Parco Basaglia non solo si può ma si deve.
La mia opinione: la scelta di voler ripristinare l’assetto originario dei tracciati, anche con
lo scopo di assicurarne la massima fruibilità, ha ed avrà un costo altissimo: perché
gli scavi in corso (cui si aggiungerà ciò che è ulteriormente previsto dal
progetto) intervengono su una situazione di fatto profondamente diversa da
quella di partenza. E lo fanno pesantemente, causando
danni irreversibili e, ancor peggio, in evoluzione negativa, al Parco così come
è sopravvissuto e giunto a noi, nonostante tutto quel che gli è toccato subire.
Alla faccia delle raccomandazioni e della saggezza della Carta di Firenze.