venerdì 28 marzo 2025

Prato rasato a zero o prato fiorito? Situazione degli sfalci in quel che resta del Parco Basaglia.

 

Un lembo di prato fiorito a ridosso
delle trincee scavate al parco Basaglia
 

  Le soluzioni basate sulla natura ( Nature - based      solutions)  non attecchiscono al Parco Basaglia,        nemmeno nei prati sopravvissuti agli scavi. 

  di Giancarlo Stasi


Diversi sono gli enti proprietari del complesso del Parco Basaglia e le superfici di proprietà di ogni singolo ente sono poligoni irregolari che talvolta si compenetrano.
Tale situazione patrimoniale, mi riferisco alle aree a verde, non ha mai semplificato le diverse attività di manutenzione ordinaria e straordinaria. Con buona probabilità anche la nascita e lo sviluppo del “Progetto di rigenerazione urbana in chiave storico/culturale del Parco Basaglia a Gorizia” ha avuto - nell’espressione delle esigenze e, passatemi il termine, delle pulsioni di Asugi, Erpac e Comune di Gorizia - notevoli condizionamenti e fraintendimenti istituzionali.
Inoltre, il passaggio delle competenze di realizzazione del progetto stesso alla Direzione centrale patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi ha spostato lontano dal sito interessato ai lavori le necessarie attività di verifica precedenti e contemporanee alle attività previste e svolte. Voglio ricordare che non stiamo parlando di manufatti, che più o meno rispondono a canoni standardizzati, ma di organismi viventi che nel loro progressivo sviluppo si sono adattati alle puntuali condizioni climatiche e pedologiche.

E siamo giunti all’attuale sconquasso.
E’ di questi giorni l’inizio dell’attività manutentiva delle superfici prative, dove queste ancora esistono. E naturalmente anche qui si evidenzia quanto sia incongruente una situazione che se fosse familiare definiremmo da “separati in casa”: sono state falciate le aree prative d’ingresso e quelle poste tra la palazzina Asap e C-Asugi, a sinistra della strada asfaltata di accesso al complesso. Potrebbe sembrare una normale attività se non fosse che è stata interrotta circa cinque metri prima del margine ultimo del prato, posto di fronte alla palazzina Asugi: è una scelta o forse i diversi proprietari del prato non si sono messi d’accordo? Considerando, però, che si fa un gran parlare del parco come scrigno di biodiversità, del declino degli insetti e soprattutto delle api come essenziali impollinatori, delle sue funzionalità terapeutiche e della necessità di limitare i costi di gestione non si capisce perché si prosegua ad adottare delle pratiche manutentive non adeguate alle nuove consapevolezze ecologiche e sicuramente più costose.       


Perché, come fatto già da altre amministrazioni pubbliche, non si adotta lo sfalcio differenziato?
Tecnica in base alla quale i confini degli appezzamenti vengono regolarmente rasati, mantenendo così il decoro che piace tanto, mentre la vegetazione erbacea delle parti più interne e più ampie è lasciata libera di crescere e di fiorire, effettuando su queste superfici solo due o tre tagli annuali.
Valutando correttamente i tempi di sfalcio, le fioriture delle piante annuali e perenni sarebbero a disposizione della fauna impollinatrice e la profusione di fiori e colori andrebbe sicuramente a beneficio di tutte le persone che a vario titolo frequentano questo luogo. Non si dimentichi che un prato naturale svolge una anche una funzione di regolazione termo-climatica, che è cosa di cui abbiamo estremo bisogno, ed è sequestratore di carbonio, altra grande urgenza collettiva.
Nella foto accanto, si nota a sinistra il prato rasato, con un taglio così basso da mettere a rischio il manto erboso.
A destra il prato intonso, nel quale si vedono le tracce dei pneumatici di mezzi pesanti, che miracolosamente sono d'un tratto scomparsi dall’area, insieme ai materiali di cantiere che delimitavano spazi del prato in cui evidentemente si prevedeva di proseguire con la serie di
 INSPIEGABILI trincee.

Non è una novità, per questo blog, la crociata per i prati naturali, se ne era già parlato qui.
Voglio ricordare che in molti paesi europei, a partire dal Regno Unito, si sta sempre più diffondendo sia in ambito privato sia pubblico il movimento No Mow May (https://www.plantlife.org.uk/), che propone di lasciar riposare il tosaerba e di conseguenza anche l’operatore per tutto il mese di maggio  e lasciar spazio a questa meravigliosa schiera di piccoli esseri che nel loro operare compiono azioni indispensabili per la natura e di conseguenza per l’essere umano, che è una piccola e distruttiva parte di questo insieme. In Italia sono censite 944 specie di apoidei e tra gli impollinatori si annoverano anche sirfidi, farfalle, falene, alcuni coleotteri e vespe: una infinita moltitudine di insetti impollinatori che nell’ambiente contribuiscono al mantenimento dell’ecosistema e sono indispensabili, molto più delle api allevate, per assicurare i livelli produttivi della nostra agricoltura.
E dirò di più: insieme alla contrazione delle aree destinate al pascolo, ai cambiamenti climatici e all’inquinamento ambientale anche di origine agricola, la forte presenza di api allevate determina il fatto che gli impollinatori selvatici rischiano grandemente di morire di fame. Conservare prati naturali anche in città, nei parchi pubblici ma anche nei giardini privati (le aiuole destinate alle api in mezzo al traffico sono di fatto pericolose per gli insetti) è un’azione ecologicamente responsabile. Ma qui i responsabili dove sono?

Prato fiorito alla Certosa di Pavia. Cartolina spedita nel 1979

Consiglio, a chi volesse approfondire l’argomento riguardante gli insetti, due gradevolissimi libri scritti dal prof. Dave Goulson, professore di biologia all’Università del Sussex: “Il ritorno della Regina” e “Terra silenziosa”. Interessanti notizie e informazioni sui bombi e su cosa fare per favorirne presenza e sviluppo le trovate sul sito delle fondazione da Goulson creata: https://www.bumblebeeconservation.org/ .


lunedì 17 marzo 2025

De profundis per il Parco Basaglia.



I lavori  di sminamento e gli altri interventi del “Progetto di rigenerazione” assolutamente non corrispondono alle “buone pratiche” agronomico-colturali necessarie per un parco. Quanto ho osservato nell’area degli scavi è negativo per la salute, la prosperità e la vita stessa delle piante.


di Giancarlo Stasi

Di Parco Basaglia in questi anni molto si è detto e scritto senza lesinare lodi e magnificenze ma  le belle parole moltissime volte hanno avuto scarsissimo riscontro nella realtà.  Molto impegno è stato profuso a descrivere l’avvolgente abbraccio verde del Parco, per contro l’impegno riservato al mantenimento di questo complesso arboreo, eredità primo novecentesca, non è stato sicuramente al passo delle reali esigenze di manutenzione e conservazione, sia dal punto di vista delle tempistiche sia delle corrette pratiche agronomiche e colturali.

La manutenzione ordinaria, sfalci ed eliminazione di soggetti ritenuti pericolosi per l’incolumità pubblica, è stata eseguita, magari in momenti non adeguati e con troppo estesa applicazione del principio di precauzione, mentre sono mancati gli interventi di manutenzione straordinaria ed in alcuni casi, quando attuati, hanno provocato maggiori danni del non intervento. Potature di rimonda, alleggerimento e riforma delle chiome degli alberi, selezione dei soggetti arborei e arbustivi nati spontaneamente, trattamenti fitosanitari sono i grandi dimenticati, smemoratezza che in verità riguarda l’intero patrimonio verde cittadino, pubblico e pure privato.

Alcuna anni fa, sulla scorta di un rinato interesse per la figura di Basaglia, si è pensato anche alla ristrutturazione del parco.
La Treccani on-line ci fornisce questa definizione: “Il PARCO è un ampio territorio che, per speciali caratteri naturalistici, è sottoposto a tutela dalle leggi nazionali o regionali per essere salvaguardato dalle azioni dell’uomo capaci di alterarne i caratteri, …”.

Nello specifico parliamo di un parco tutelato in base alla legge sui beni culturali, legge che in primis tutela l’artefatto e poco considera il carattere naturalistico: da qui discende a mio avviso il “peccato originale” e le sue conseguenze nefaste.
Ecco quindi apparire il “Progetto di rigenerazione urbana in chiave storico/culturale del Parco Basaglia a Gorizia”.  Vi pare sia menzionato nel titolo del progetto il fatto che la vegetazione è un elemento vivo, che nelle sue componenti arboree è soggetto ad un continuo e lento modificarsi di forme e strutture? Che la terra, il terreno, sui cui si va ad intervenire è un elemento fondamentale e ricchissimo di biodiversità importante per consentire ai vegetali presenti di svilupparsi nel modo più adeguato? Che la presenza di parti vegetali anche secche o seccaginose sostengono e permettono la vita ad un ampio numero di organismi (insetti, rettili, mammiferi, uccelli)? NO.

 Personalmente sono convinto che sia fondamentale quanto indicato all’Art. 14 della Carta di Firenze – Carta per la salvaguardia dei giardini storici (1982): Il giardino storico dovrà essere conservato in un intorno ambientale appropriato. Ogni modificazione dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'equilibrio ecologico deve essere proscritta....













Quanto è stato possibile rilevare nei giorni scorsi sui lavori di sminamento e predisposizione dei successivi interventi del primo lotto del “Progetto di rigenerazione” assolutamente non corrisponde alle “buone pratiche” sia storiche sia agronomico-colturali. Tralasciando il tema prettamente “storico”, vorrei illustrare perché ritengo quanto ho osservato nell’area degli scavi al Parco, dal punto di vista agronomico, negativo per la salute, la prosperità e la vita stessa delle piante.
Danni diretti agli apparati radicali: ad un superficiale esame non pare che questi danni provocheranno nell'immediato problemi alla tenuta statica dei diversi esemplari arborei interessati da questa prima fase di lavori. Andrebbero comunque approfondite nello specifico, per ogni esemplare interessato, le condizioni di danneggiamento dell’apparato radicale così da escludere l’eventualità di schianti nel breve periodo.

 Attualmente, essendo l'area interdetta al transito del pubblico il rischio derivante da eventuali situazioni critiche risulta evidentemente basso: e quando il luogo sarà restituito alla pubblica fruizione, chi si ricorderà dei precedenti interventi invasivi, delle ferite e criticità procurate al Parco nel suo complesso ed ai singoli individui vegetali che lo compongono? Chi ne valuterà le possibili conseguenze durante il trascorrere del tempo? Ovviamente nessuno. Tuttavia è certo che i danni inferti alle loro strutture radicali predisporranno i soggetti vegetali ad un più o meno rapido declino vegetativo.

Spiego meglio: le radici assorbenti acqua e sostanze nutritive hanno necessità di un'adeguata dotazione di ossigeno. Ecco perché sono presenti negli stati superficiali del terreno, soprattutto dove per molti anni questo non è stato disturbato. I lavori effettuati hanno determinato, in alcuni casi, una forte riduzione delle possibilità di assorbimento idrico e, se il periodo estivo sarà particolarmente caldo e siccitoso, si verificheranno prima difficoltà nutrizionali e poi sicuramente estesi disseccamenti delle chiome.

Inoltre la rottura degli apparati radicali e in particolare di radici di medie e grandi dimensioni, come verificato, favorisce la colonizzazione di queste strutture legnose da parte di agenti di marciumi radicali. E' nota la presenza nel complesso di Armillaria sp., noto come chiodino, fungo che ha un duplice comportamento: è un parassita ed anche, con parola tecnica, un saprofita, cioè si nutre di materia organica morta e partecipa quindi agli importantissimi processi di decomposizione. Comunque sia, il suo attacco è letale: una delle comode vie d’ingresso dell’Armillaria nell’organismo dell’albero è l’insieme degli estesi danni provocati agli apparati radicali, e sono predisponenti all’ingresso del fungo nelle radici anche le situazioni di stress e difficoltà vegetative. A conferma della presenza di questo fungo, ci sono attualmente sono in attesa di abbattimento almeno tre grandi alberi, portati a morte dall'Armillaria. Naturalmente i lunghi tempi di colonizzazione e di degradazione degli apparati radicali da parte di questi organismi fanno sì che per i tempi dell'uomo non è mai evidente un rapporto di causa ed effetto e le morie saranno ascritte ai cambiamenti climatici. Così che la responsabilità originaria non ha mai un nome e un cognome, e con questa certezza progettisti e pubbliche amministrazioni procedono imperterriti a rigenerazioni che meglio sarebbe chiamare “devastazioni”, gli uni in preda del proprio estro creativo che esclude di solito, e completamente, la previsione delle modalità di gestione agronomica di quanto hanno disegnato; e le altre con totale garanzia di immunità per il futuro.

Danni indiretti agli apparati radicali: il transito con pesanti mezzi meccanici e il deposito delle ingenti quantità di terreno scavato sulle superfici prative luogo di sviluppo degli apparati radicali provoca un notevole compattamento del terreno, asfissia e cambiamento dei parametri fisici e microbiologici dello stesso. L’alterazione del profilo del terreno con quanto attuato provoca un ulteriore danno chimico e microbiologico. Lo spostamento di queste masse solide diffonde i patogeni tellurici presenti.

Danni alla componente erbacea: il rimescolamento dei diversi strati del suolo determinerà, una volta ripristinate le superfici, crescite disomogenee del nuovo manto erboso, evitabili solo suppletivi interventi agronomici.

 Chiedere ragione e giustificazione a ASUGI, ERPAC e Regione Friuli Venezia Giulia dei lavori attuati finora al Parco Basaglia non solo si può ma si deve.
La mia opinione: la scelta di voler ripristinare l’assetto originario dei tracciati, anche con lo scopo di assicurarne la massima fruibilità, ha ed avrà un costo altissimo: perché gli scavi in corso (cui si aggiungerà ciò che è ulteriormente previsto dal progetto) intervengono su una situazione di fatto profondamente diversa da quella di partenza.  E lo fanno pesantemente, causando danni irreversibili e, ancor peggio, in evoluzione negativa, al Parco così come è sopravvissuto e giunto a noi, nonostante tutto quel che gli è toccato subire. Alla faccia delle raccomandazioni e della saggezza della Carta di Firenze.




sabato 30 novembre 2024

Discriminazione tra donne e uomini: nuova sentenza della Corte Costituzionale.

 

Illegittime le disposizioni  che producono un trattamento deteriore per le donne che partecipino al concorso a ispettore della Polizia penitenziaria.

di Martina Luciani


La discriminazione di genere serpeggia nell’ordinamento italiano con lo stesso furtivo procedere con cui interseca nodi principali e secondari della società.
L’ultima sorpresa la troviamo nella sentenza del 30 ottobre 2024 della CorteCostituzionale  che ha fatto emergere una disuguaglianza tra donna e uomo così clamorosa, seppur defilata nelle pieghe della folle architettura della legislazione nazionale, che ci si chiede perché non sia stata additata e affrontata prima.
In particolare avrebbe dovuto farlo l’amministrazione pubblica coinvolta, responsabile dell’applicazione delle norme discriminatorie,  che invece di resistere in giudizio doveva dire: accidenti, è vero, queste disposizioni sono una porcheria, fermi tutti adesso le mettiamo a posto.
Sto parlando delle norme che producono un trattamento deteriore per le donne che partecipino al concorso a ispettore della Polizia penitenziaria, discriminazione  in  contrasto  con la Costituzione italiana,   le  direttive  europee  e le pronunce della Corte di giustizia UE in materia. ben nascosta ma con effetti significativi.

 Andiamo per ordine, anzi no, cominciamo dalla fine: la Corte Costituzionale, investita della questione, ha sancito l’illegittimità costituzionale della norma su cui si fonda la discriminazione, contenuta nel d.lgs. n.95 del 2017 che ha effettuato una revisione dei ruoli delle forze di Polizia, cassando le parti dell’articolato che distingueva secondo  la  differenza  di sesso i posti da mettere a concorso nella qualifica iniziale degli ispettori del Corpo di Polizia penitenziaria.
Nella specificità della questione, per non farla troppo lunga ricordo soltanto che la vicenda parte da un concorso, indetto dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, a maggio del 2020,  per la qualifica  di  ispettore del Corpo di Polizia penitenziaria: un totale di 691 posti, e di questi  606 posti per il ruolo maschile e  85  posti per il ruolo femminile.
Più che una questione, è una questionaccia, visto che è dal 1990, con la legge  n.  395  (Ordinamento  del  Corpo  di  polizia  penitenziaria) che  è stabilito il principio di eguaglianza tra uomo e donna, riguardo all’espletamento dei servizi di istituto, e tra il personale maschile e quello femminile del Corpo di Polizia penitenziaria vi è piena parità di attribuzioni, di funzioni, di trattamento economico e di progressione di carriera. Con l’unica deroga costituita dalla previsione che il personale del Corpo di Polizia penitenziaria da adibire ai servizi di istituto «deve essere dello stesso sesso dei detenuti o internati ivi ristretti» (art. 6, comma 2). Questo a me sta bene, è comprensibile  che nella vita quotidiana in carcere le detenute abbiano a che fare con personale femminile.  
Eppure nella complessiva dotazione organica del ruolo degli ispettori,  i  sostituti  commissari  sono 590  uomini  e  50  le  donne;  per  gli  ispettori  superiori,  per  gli  ispettori capo, per gli ispettori e per i vice ispettori, la dotazione organica è di 2640 uomini e 375 donne.

 Ma questo squilibrio non ha ragione alcuna di esistere, perché il lavoro svolto nel ruolo di ispettore non presuppone come connotazione qualificante il  diretto  e  continuativo  contatto  con  i  detenuti .
Scrive la Corte, per questa specifica categoria di personale, che l’evoluzione normativa ha accresciuto l’importanza dei compiti di coordinamento e direttivi, destinati a proiettarsi anche nell’ambito della formazione e dell’istruzione, e ha delineato per gli ispettori un’essenziale funzione di raccordo tra il ruolo degli agenti e degli assistenti e dei sovrintendenti, da un lato, e il ruolo dei funzionari, dall’altro.
Esiste certamente un divario tra presenza maschile e femminile nel quadro generale degli organici, ma si spiega con il diverso ruolo degli agenti e degli assistenti, in costante contatto con i detenuti delle sezioni.
Quindi, alla luce  dei  compiti  di  direzione  e  di  coordinamento,  che  contraddistinguono  le  mansioni  assegnate agli ispettori, la più esigua rappresentanza femminile non rinviene alcuna ragionevole giustificazione in un requisito  essenziale  e  determinante  ai  fini  dello  svolgimento  dell’attività  lavorativa,  nei  termini  rigorosi enucleati dall’art. 14, paragrafo 2, della direttiva 2006/54/CE.
E cioè: l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, principio presente peraltro anche in altre norme del diritto eurocomunitario, e citate anche nell’ordinanza con cui il Consiglio di Stato ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale.

 Arriviamo alla norma viziata: ed è l’art. 44, i commi da 7 a 11, del d.lgs. n.95 del 2017, declinato in una serie di tabelle allegate che come già accennato distinguono secondo il  genere,  in  dotazione  organica,  i  posti  da  mettere  a  concorso  nella  qualifica  di ispettore  del  Corpo  di  Polizia  penitenziaria. Il  sistema  censurato in concreto ha escluso  da  una  collocazione  utile  in graduatoria  anche  donne  che  avessero conseguito  una  votazione  più  elevata,  solo  perché  gli  uomini  sono rappresentati in misura più consistente nella dotazione organica e nei posti messi a concorso.
La Corte afferma tra l'altro che la  sperequazione  censurata  non  persegue un  obiettivo  legittimo,  legato  all’esigenza  di preservare  la  funzionalità  e  l’efficienza  del  Corpo  di  Polizia  penitenziaria,  e  confligge  con  il  canone  di proporzionalità, proprio per l’ampiezza del divario che genera.
Inoltre, le discriminazioni nell’accesso a un ruolo, che prelude al conseguimento degli incarichi più prestigiosi,  vìolano  il  diritto  delle  donne  di  svolgere,  a  parità  di  requisiti  di  idoneità,  un’attività  conforme alle loro possibilità e alle loro scelte e impediscono loro di concorrere così al progresso della società.
E con riferimento al caso specifico oltretutto gli effetti distorsivi generati si ripercuotono sull’efficienza stessa dell’amministrazione.

Conclusione: per l'ennesima volta bisogna rivolgersi alla Magistratura per far valere i diritti alla parità di genere , un vizio intrinseco di un Paese che ha seminato discriminazioni in ogni dove, e le custodisce a testimonianza dell'evidente, pervicace riluttanza a scendere dallo scranno di genere dominante. Adesso scrivo una convinzione peronale. Il rischio della completa parità  per il genere dei patriarchi è enorme, :  perchè  quando davvero la discussione sarà tra donne e uomini alla pari, potrebbe andar a finire che si dimostri che in verità sarebbe meglio riconoscere che un genere dominante esiste, ed è quello femminile, e che il pacifico, armonioso, ecologico modello del matriarcato è il solo a garantire la sopravvivenza dell'umanità. 

Intanto prendiamo atto che le disposizioni denunciate e cassate sono state cancellate dal ordinamento e si praticherà la banale regola che se ci dovessero sussistere differenze  tra uomini e donne, nell’accesso alla qualifica di ispettore del Corpo di polizia penitenziaria, queste dipenderanno esclusivamente dal punteggio  che  ciascun  candidato  di  volta  in  volta  ha raggiunto. Amen.


domenica 20 ottobre 2024

Gorizia odia i suoi grandi alberi. Incuria ed efferatezza sono le regole della gestione del verde urbano.



Perché un cantiere cittadino a Gorizia è più importante di un eroico e bellissimo pioppo? Perché chi ha redatto la gara di appalto non ha sancito che debba essere realizzata un’area di rispetto della pianta, adeguata alle sue dimensioni? Perché chi dirige i lavori non coglie l’efferato trattamento che riceve l’albero all’inizio di via Manzoni?

di Martina Luciani



Perché non c’è un controllo e un’azione che garantiscano la tutela di un bene pubblico, del verde urbano di proprietà comune? Perché non cacciamo l’assessore competente, che già ne ha permesse e combinate a decine, una peggio dell’altra ad offendere, deturpare, distruggere il verde pubblico? Perché, questa è la risposta che vale per tutte le domande, i primi ai quali non gliene frega niente sono i cittadini della disgraziata ex città giardino: quella di cui, molto tempo fa, Biagio Marin decantava il verde, le estati trascorse all'ombra delle grandi chiome, dicendo che gli uomini a Gorizia si sono dati spazio e alberi, fiori e canti d'uccelli, come se tutti fossero poeti o signori. 

Il mio primo allarme è del 20 ottobre 2023, su FB ((2) Martina Luciani | Facebook)
Scrivevo: Ma il pioppo cipressino, bello bello, anche a lui lo vogliamo ferire e torturare come tanti alberi cittadini, così che deperisca e muoia un po' alla volta, magari sulla testa di qualcuno? INDECENTE cantiere a ridosso della pianta, radici strappate e messe a nudo. Ci si prenda la responsabilità e lo si seghi via subito,  invece di fingere di tenerlo in vita, povero cristo di un pioppo! Città che si merita piantagioni di broccoli e cipolle, altro che grandi alberi. Incapaci, inetti, deficienti, tronfi, malfidenti, stupidi all' ennesima potenza e ipocriti: una bella masnada, da decenni, a governare in Comune.

Ottobre 2023
 A ottobre 2023, insomma si poteva ammirare l'iniziale, ipocrita e inadeguato, allestimento di una protezione, così la forma del nascente cantiere è a posto, chi deve controllare assente e si compiace. E le prime tracce dell'infierire sulle radici. 

 A luglio 2024 la situazione era già evoluta secondo i meccanismi tipici di questa gretta e incivile città.
La fasulla recinzione era già sparita, macerie e robacce di cantiere cominciavano ad accumularsi ai piedi del pioppo, insieme alle prime radici estirpate.
Nel frattempo, il pioppo continuava a resistere a tempeste e ingiurie climatiche, con volontà ferrea di resistere e sopravvivere, continuando a donare servizi eco sistemici e bellezza ( quelli che nessuno vede e comprende).

A settembre 2024, il ciarpame era aumentato, nel mucchio si vedevano materiali di ogni genere e rami e ulteriori radici, evidentemente estirpate nel corso degli scavi.



Ie
ri, 19 ottobre 2024: mucchi di terra addossati al tronco, blocchi di cemento, ancora radici E attorno, terra compressa e ben battuta dai mezzi pesanti di cantiere. Esattamente e doviziosamente tutto ciò che non si deve fare nella gestione delle piante coinvolte in un cantiere in città. 


luglio 2024
In un anno di tormenti, quali possibilità di capacità vegetative, di stabilità, di banale voglia di vivere sono rimaste al pioppo cipressino d
i via Manzoni?
Ma soprattutto, perché l’amministrazione non l’ha fatto abbattere fin dall’inizio del cantiere? Unica risposta possibile: per non attirarsi critiche. 
Bene, adesso quell’albero ha smesso di essere compatibile con gli umani che lo circondano.
Con quel che ha passato, come non immaginare che il suo sistema immunitario sia collassato? 
Quindi? O lo si abbatte o prima o poi, sfinito e malato, si schianterà.
I responsabili una giustificazione la troveranno, non ho dubbi, e i cittadini se la berranno senza obiettare. 
Quanto scrivo serve a ben poco, lo so bene, ma forse qualcuno, il giorno in cui il pioppo verrà giù, per una tempesta cui non sarà più in grado di resistere o perchè abbattuto dalle seghe a motore, ricorderà l'inizio della storia. Che vale, con poche varianti, per decine e decine e decine dei nostri grandi alberi cittadini, già eliminati o prossimi a morire.





Settembre 2024



Ottobre 2024




lunedì 19 agosto 2024

Barbarico intervento sui cipressi del Cimitero centrale di Gorizia: uno scempio dannoso, controproducente e stupido.

Una brutale e insensata chirurgia, del tutto inconcepibile rispetto qualsiasi regola di corretta pratica di cura delle piante arboree.

di Giancarlo Stasi

Il cipresso comune, cioè Cupressus sempervirens var. sempervirens, è sempre associato, a cominciare dalla mitologia greca, al culto dei morti. Non c’è quindi ambito in cui si vogliono ricordare i morti in cui non siano presenti i cipressi: cimiteri in primis ma da noi anche una strada, la Strada Regionale 55 dell’Isonzo, già Statale, detta anche Via Sacra del Vallone, ai bordi della quale erano stati messi a dimora molti esemplari di questa specie in ricordo del sangue versato da tanti giovani soldati, italiani ed austriaci, su questi nostri territori.

Il cipresso è una pianta austera e frugale, che non necessita in genere di particolari cure (ovviamente ha bisogno di ricevere acqua nei primi anni d’impianto) né tantomeno di potature, che possono essere vie di accesso per i funghi agenti di carie del legno, soprattutto di funghi agenti di cancro, in particolare il cancro del cipresso (Seiridium cardinale).


Appare pertanto inconcepibile, sia da un punto di vista estetico sia da quello tecnico, quanto attuato  - e probabilmente da completare – su una trentina degli esemplari del filare di cipressi in fondo al Cimitero centrale di Gorizia. Le annose piante sono state spogliate, per circa 1,5/2 m., dei rami basali, in una maniera che potrei definire barbara, ma resterebbe  comunque un termine riduttivo dello scempio perpetrato.
A ben guardare, pare che prima si sia intervenuti con una piccola ruspa strappando letteralmente le branche, refilando successivamente in maniera approssimativa le lacerazioni dei rami con una motosega. Le piante in molti casi hanno emesso resina sia dai tagli sia dai fusti, segnale di grave sofferenza.
Quanto attuato è del tutto inconcepibile rispetto qualsiasi regola di corretta pratica di cura delle piante arboree. Aggiungerei: è un’operazione dannosa, controproducente e concettualmente stupida.

Mi spiego. Dannosa: si sono predisposti i cipressi  ad un declino vegetativo che li porterà ad un precoce disseccamento (danno anche erariale oltre che ambientale). Controproducente: sono state inferte una quantità incredibile di ferite, porta di ingresso per i funghi che attaccano il cipresso, cancro del cipresso soprattutto. Concettualmente stupido: esteticamente le piante sono più brutte, non hanno più il loro naturale portamento e manifesteranno fino alla loro morte le orrende cicatrizzazioni di questa brutale e insensata chirurgia.

 



Le domande che naturalmente non troveranno risposta sono: chi ha deciso tali azioni? chi le ha commissionate? chi le ha attuate? chi non ha effettuato i controlli sulle modalità di esecuzione?


Se si fosse voluto impiegare proficuamente le risorse pubbliche, per migliorare sia l’estetica del luogo sia la sanità del complesso arboreo, il lavoro da attuare consisteva nella bonifica fitosanitaria dal cancro del cipresso, molto diffuso e molto virulento. Va sottolineato che lasciare in loco alberi malati significa aumentare a dismisura la quantità di spore che si diffondono nell’aria e sulle piante ancora sane. Quindi quel che andava fatto era non già il barbarico intervento visibile a tutti, ma il taglio ed asporto delle parti disseccate delle piante, procedendo eventualmente all’abbattimento degli esemplari più colpiti e alla sostituzione con dei cloni di cipresso selezionati per la loro resistenza al cancro. Bastava prendere esempio da quanto attuato dal Comune di Šempeter-Vrtojba nel cimitero poco oltre il Parco Basaglia.
Invece il Comune di Gorizia persevera nella sua pessima e irresponsabile gestione/distruzione del verde urbano/patrimonio collettivo.

Uno dei cipressi del Cimitero centrale di Gorizia, colpito dal cancro, ormai ad uno stadio avanzatissimo e irrecuperabile. 



venerdì 6 ottobre 2023

Il Tribunale civile di Udine chiamato a decidere sull’illegittimità costituzionale della norma elettorale del FVG che non prevede il diritto e la libertà ad esprimere la doppia preferenza di genere.

 

Presentato oggi in conferenza stampa il ricorso di cittadini e associazioni nazionali e locali. Prima udienza il 27 novembre prossimo.

di Lodovica Gaia Stasi


E’ un paradosso che una Regione a Statuto speciale come il Friuli Venezia Giulia nella propria legge elettorale non preveda la doppia preferenza di genere: è una sorta di specialità in negativo, visto che solo altre due Regioni italiane – Sicilia e Valle d’Aosta, entrambe a statuto speciale - vantano lo stesso primato, mentre tutte le Regioni a Statuto ordinario hanno adattato il proprio ordinamento.

Il Friuli Venezia Giulia, oltretutto, ha uno speciale bisogno di riequilibrare, nell’ambito delle cariche elettive regionali, la presenza femminile che si colloca non solo sotto la media delle assemblee elettive della Repubblica ma persino sotto la media delle regioni italiane.

Si è discusso di questa situazione nel corso della conferenza stampa, svoltasi oggi a Udine, indetta per illustrare il ricorso presentato al Tribunale civile del capoluogo friulano per l’accertamento della illegittimità della legge elettorale regionale per la parte in cui non è contemplatala la facoltà di esprimere due preferenze a favore di candidati di genere diverso. La prima udienza è attesa il 27 novembre prossimo.

L’iniziativa, come ha spiegato Annunziata Puglia, ex magistrata e rappresentante di Rete per la Parità, è stata avviata da 9 cittadini e sette associazioni con lo scopo di fare ciò che la politica non ha voluto fare e che costituisce una violazione dei diritti dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, e non solo delle donne; e determina anche una discriminazione grave rispetto a tutto il corpo elettorale italiano ( a parte quello siciliano e quello valdostano). Appare

Andreina Baruffini Gardini, avvocata, esponente di Se non ora quando?, ha spiegato che i ricorrenti hanno scelto di evitare il ricorso in via amministrativa che avrebbe comportato l’impugnazione dei risultati delle ultime elezioni regionali. Si è preferito rivolgersi al tribunale ordinario, che più agevolmente potrà pronunciarsi e valutare se l’art.25 della legge elettorale del Friuli Venezia Giulia costituisca una censura alla libertà dell’elettore nella scelta di due candidati di sesso diverso. Il tribunale potrà  rimettere la questione alla Corte Costituzionale o decidere direttamente sulla questione: e cioè, la legge elettorale del Friuli Venezia Giulia è in netta contraddizione con l’articolo 3 e 51 della Costituzione e con lo Statuto speciale del FVG (ricordiamo che è una legge costituzionale) in cui è sancito, all’art.12, che è compito del legislatore regionale conseguire l’equilibrio della rappresentanza dei sessi, promuovendo condizioni di parità per l’accesso alle consultazioni elettorali.

Ester Soramel, avvocata, esponente del Comitato Pari Rappresentanza 50e50, ha sottolineato che il ricorso è stato presentato da associazioni e cittadini di diverse posizioni politiche, a dimostrazione che i diritti civili sono universali. La doppia preferenza di genere non è lo strumento definitivo per eliminare la disparità di genere all’interno degli organismi elettivi ma uno degli strumenti di cui si dispone. Solo dopo l’applicazione uniforme della doppia preferenza su tutto il territorio nazionale sarà possibile verificare se sia veramente efficace rispetto i suoi obiettivi e quali correttivi eventualmente vadano apportati.

Relativamente all’obiezione che per introdurre la doppia parità di genere sia necessario riscrivere interamente la legge elettorale, Soramel ha precisato che basta modificare l’art. 25, introducendo la possibilità della doppia preferenza di genere, in maniera del tutto indipendente da una futura riforma della legge elettorale, e garantendo all’elettorato della nostra Regione un diritto fondamentale che attiene alla sfera delle libertà, visto che il cittadino ha la possibilità di esercitarlo o meno con il proprio voto.

Roberta Nunin, Presidente della Commissione delle Pari opportunità di Udine, ha evidenziato quanta risonanza avrà la decisione del Tribunale di Udine, ed eventualmente quella della Corte Costituzionale, avrà a livello nazionale e anche europeo. 

Il ricorso è stato presentato grazie all’impegno profuso dal gruppo di lavoro cui hanno partecipato la prof.ssa Marilisa D’Amico, Prorettrice dell’Università degli Studi di Milano, l’ avv. Massimo Clara del Foro di Milano, unitamente alla prof.ssa Benedetta Liberali e al dott. Stefano Bissato, entrambi dell’Università degli Studi  di Milano e all’avvocata Andreina Baruffini Gardini del Foro di Udine.

Le Associazioni firmatarie sono DonneinQuota, Rete per la Parità, Comitato Pari Rappresentanza 50e50, SeNonOraQuando? Udine odv, Zerosutre APS,Vita Activa Nuova APS, Le Donne Resistenti.

mercoledì 4 ottobre 2023

Doppia preferenza di genere, assente in FVG. A Udine un ricorso al Tribunale civile: è illegittima la legge elettorale del FVG?

 


Il 4 agosto 2023  è stato presentato un ricorso al Tribunale civile di Udine per laccertamento dell'illegittimità della legge elettorale regionale per la parte in cui non è contemplata la facoltà di esprimere due preferenze a favore di candidati di genere diverso e cioè la doppia preferenza di genere.

Ne dà notizia un comunicato stampa firmato dalle Associazioni DonneinQuota, Rete per la Parità, Comitato Pari Rappresentanza 50e50, SeNonOraQuando?, Udine odv, Zerosutre APS, Vita Activa Nuova APS e Le Donne Resistenti.
Il ricorso è stato sottoscritto da nove elettori ed elettrici residenti nel territorio di Udine e dalle sette associazioni impegnate nella promozione delle pari opportunità tra donne e uomini e nellaccesso alle cariche elettive ed è supportato da una più ampia base di cittadini ed associazioni che per diversi motivi non hanno potuto sottoscriverlo. Il  ricorso rappresenta il seguito della mobilitazione che nello scorso autunno era stata attuata in Friuli - Venezia Giulia da 27 associazioni che, il 14 novembre 2022 avevano  chiesto al Presidente Massimiliano Fedriga  di attivarsi affinché la modifica della legge elettorale regionale venisse approvata in  tempo utile per le elezioni regionali del 2023, così da consentire anche  nel Friuli Venezia Giulia la possibilità di esprimere la preferenza per due candidati di genere diverso anziché soltanto per uno.
Il Friuli-Venezia Giulia è, infatti, fra le ultime tre  Regioni (insieme alla Sicilia, e alla Val dAosta), che ancora non contemplano la doppia preferenza di genere nelle rispettive leggi elettorali regionali.

Lappello delle associazioni è rimasto del tutto inascoltato, così come inascoltata è rimasta anche la raccomandazione che il Ministro per gli  Affari Regionali e le Autonomie Calderoli aveva formulato in una lettera, inviata allo stesso Fedriga nella sua veste di Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella quale, con un riferimento esplicito alla doppia preferenza di genere, introdotta con l’articolo 4 della legge n.165 del 2004 - Disposizioni di attuazione dell'articolo 122, primo comma, della Costituzione, evidenziava che risultano in alcuni casi, ancora vigenti le leggi elettorali che prevedono una sola preferenze di genere (…) e che siffatta eterogeneità nelle consultazioni elettorali regionali  può ledere leffettività del principio costituzionale di accesso alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, e lo sollecitava a promuovere opportune iniziative per una compiuta attuazione nella legislazione elettorale regionale della normativa statale di principio volta a garantire la parità di accesso alle cariche elettive.

Nonostante le sollecitazioni delle Associazioni e del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie e il parere favorevole, per ben tre volte espresso dalla Commissione Pari Opportunità regionale, la maggioranza del Consiglio Regionale nel novembre 2022 bocciava nuovamente la proposta di legge di iniziativa dei consiglieri Russo e Honsell per lintroduzione del meccanismo della doppia preferenza di genere.
La proposta di legge prevedeva una semplice modifica dellarticolo 25, commi 4 e 5, della legge regionale numero 17 del 2007 con lintroduzione della facoltà per lelettore di esprimere uno o due voti di preferenza a favore di candidati alla carica di Consiglieri regionali, con lindicazione, nel caso di doppia preferenza, di candidati di genere diverso.

Dopo la bocciatura  da parte della maggioranza, la terza nel corso della medesima legislatura  dopo che analoga bocciatura  era intervenuta nel corso della precedente legislatura, connotata da una maggioranza di diverso colore politico, le ultime elezioni regionali si sono svolte senza la doppia preferenza di genere.
Di conseguenza le associazioni che avevano sottoscritto la lettera appello indirizzata al presidente  Fedriga hanno ritenuto fosse un passo obbligato impugnare davanti al giudice ordinario la legge elettorale regionale per accertarne la illegittimità. A loro avviso la mancata previsione della doppia preferenza di genere nella elezione dei componenti il Consiglio regionale costituisce un’ingiustificata ed illegittima violazione di norme sia costituzionali (articolo 51 comma 1 della Costituzione) che ordinarie (articolo 4 della legge n.165 del 2004 come modificato dalla legge n. 20 del 2016)
Le associazioni firmatarie hanno sottolineato nel ricorso che la doppia preferenza di genere rappresenta l’ampliamento del diritto di voto, raddoppiando il numero di preferenze che possono essere espresse, oltre che uno strumento utile e necessario per favorire un riequilibrare della presenza delle donne nellambito del Consiglio Regionale dove, a fronte di un totale di 48 componenti, le Consigliere donne sono solo 9, cioè il 18 %.

Nel comunicato stampa si dà rilievo anche al fatto che liniziativa giudiziale "si è realizzata grazie alla generosa disponibilità offerta dalla Professoressa Marilisa DAmico, Prorettrice dellUniversità degli Studi di Milano e dallAvvocato Massimo Clara del Foro di Milano che, unitamente al loro staff (Prof.ssa Benedetta Liberali e Dottor Stefano Bissato entrambi dellUniversità degli Studi  di Milano), “pro bono”, e cioè gratuitamente , hanno curato la redazione del ricorso, fornendo anche il patrocinio professionale, unitamente allavvocata Andreina Baruffini Gardini del Foro di Udine.

sabato 24 giugno 2023

La scatola del tè: invito ad assaggiare un ottimo libro giallo. Con il suo autore, Giuliano Pellizzari, domattina, a Gorizia, nei Musei provinciali di Borgo Castello.










Domani, alle 11, nella sala conferenze dei Musei Provinciali in Borgo Castello, appuntamento di Crocevie - La sottile linea d'ombra: il giallo di Giacomo Pellizzari e la grande musica classica con il trio Battini-Pitis- Rühr.


di Martina Luciani

Leandro Arcani è un andragogo e socio linguista. Il suo vicino di casa, a Strassoldo, l’ottantenne Attilio, lo chiama a bell’apposta Oleandro, e lui ricambia la provocazione appellandolo Attila.  
Marianna Griotti è una scienziata. Scienziata ecologista. Anticonsumistica.  Marianna è amica di Leandro da moltissimi anni: non c’è una relazione tra loro, ma un affetto grande e una reciproca fiducia totale. Lui adora di lei energia, vitalità, effervescenza. E come un cavaliere d'altri tempi l’affiancherà nelle dinamiche, spesso ansiogene, del romanzo di Giuliano Pellizzari.   Un libro che quando lo cominci, non lo molli più, tra un'inquietudine e l'altra, tra un trabocchetto e una mistificazione, nel fluire di un'ottima, mai banale, scrittura in italiano, punteggiata, come un prato colorato di fiori, da espressioni friulane, slovene, tedesche. Un giallo cui dedicare sicuramente una seconda lettura, e così cogliere le plurime prospettive narrative che si intersecano nella struttura principale.
Poi ci sono Corba, Lupineri, il questore Mocilnik e tanti altri che non sto a dirvi, che si muovono interagendo in un pentagramma tra Udine, Strassoldo, Palmanova, Valbruna e Villacco.  Fuori dal pentagramma c’è Costracco, il borgo dove vive l’ispettore Corba, e più lontano ancora c’è una baita sperduta tra le pinete del Tarvisiano; al centro del pentagramma c’è un docente universitario morto sulla pista da pattinaggio in centro a Udine. Antipatico, presupponente: ma è solo questo, Elpidio Lavari?    


Ne parleremo domani  mattina, 25 giugno, nella sala conferenze dei Musei Provinciali in Borgo Castello, esplorando il romanzo giallo La scatola del tè, edito da Corvino, con il suo autore, Giuliano Pellizzari.  
Incaricata di tessere un dialogo che lasci molte tracce e non sveli nulla di essenziale sono io, Martina Luciani, una che ama recensire i gialli, in particolare quando hanno la vocazione manifesta ad essere buona letteratura.  Poi, a stringere tutti quanti nel cerchio magico della grande musica, ci sarà il Trio composto dai giovani musicisti Sofia Battini, Eleonora Pitis e Matteo Rühr, con tre raffinatissime proposte per questa matinée: Telemann, Ibert e Doppler. 

L’appuntamento fa parte del programma Una sottile linea d’ombra - Crocevie, realizzato dall’associazione Examina con il supporto di Regione Friuli Venezia Giulia, Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, Comune di Gorizia ed Erpac FVG.


lunedì 19 dicembre 2022

Dal dentro al fuori. A Gorizia, si ragiona di carcere, di misure alternative alla detenzione, di lavoro come percorso di re-inserimento.

Quanto ne sappiamo noi tutti delle misure alternative alla detenzione? Assai poco. È stato quindi un incontro utile e importante, intitolato “Dal dentro al fuori: l'esecuzione penale oltre le mura”, quello organizzato da Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia FVG e ospitato nella sede di Agorè in Corso Verdi a Gorizia.

di Lodovica Gaia Stasi

L’incontro ha avuto come protagonista la dott.ssa Fausta Favotti, Funzionario di Servizio Sociale dell'Ufficio Distrettuale Esecuzione Penale Esterna (UDEPE), di Trieste e Gorizia, che ha esposto con semplicità e grande competenza la tematica delle misure alternative alla detenzione e della messa alla prova, dirette a realizzare la funzione rieducativa della pena, in ottemperanza all’articolo 27 della Costituzione.

L’esecuzione penale esterna al carcere si articola in uffici distrettuali e interdistrettuali rientrati nel Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia: sono uffici paralleli ed esterno al carcere, che fungono da ponte tra le attività intramurarie realizzate dal detenuto e la realtà esterna.
Le misure alternative alla detenzione sono la semilibertà, la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova ai servizi sociali.  Infine, vi è  la messa alla prova. La sospensione del processo con messa alla prova è una modalità alternativa di definizione del processo, attivabile sin dalla fase delle indagini preliminari, mediante la quale è possibile giungere ad una pronuncia di proscioglimento per estinzione del reato, laddove il periodo di prova cui acceda l'indagato / imputato, ammesso dal giudice in presenza di determinati presupposti normativi, si concluda con esito positivo.
Gli uffici locali di esecuzione penale esterna svolgono, tra le altre attività, le indagini socio familiari e l’osservazione del comportamento del detenuto; propongono all’autorità giudiziaria il programma predisposto per i detenuti che chiedono di essere ammessi a misure alternative al carcere e svolgono i controlli nella fase dell’esecuzione della misura disposta dal Tribunale di sorveglianza in presenza dei requisiti previsti dalla legge.
Attraverso il dibattito con il pubblico è stato messo in risalto come le misure alternative abbiano “aperto un varco nel muro del carcere”, rendendo possibile un paradigma di giustizia in cui la persona condannata interagisce con la comunità e il territorio,  può ricostruire i rapporti spezzati con la commissione del crimine, elaborare pienamente le proprie responsabilità  e lungo un percorso rieducativo avviarsi al re-inserimento sociale.
Gli interlocutori dell’UEPE, con i quali vengono attivati gli specifici percorsi per i condannati cui sono state riconosciute le misure alternative,  sono i soggetti del Terzo Settore, associazioni e volontariato in primis, e le pubbliche amministrazioni locali. 

L’osservazione sul tema della detenzione in carcere e delle misure alternative proseguirà il 20 dicembre, alle 18.00, nuovamente su iniziativa di CRVG Friuli Venezia Giulia: sempre nella sede dell’associazione goriziana Agorè si parlerà del ruolo del lavoro nel percorso di re-inserimento sociale del detenuto. Interverranno il dott. Alberto Quagliotto e la dottoressa Margherita Venturoli, rispettivamente direttore e educatrice della Casa Circondariale di Gorizia.

Si segnala inoltre che nella galleria di Agorè, fino al 21 dicembre 2022, dalle 16.00 alle 19.00, è possibile visitare la mostra “pArte da dentro”, che espone i quadri realizzati nell’ambito dei laboratori permanenti di pittura e bricolage, dai detenuti in regime di Alta sicurezza presso la Casa Circondariale di Tolmezzo.

 

lunedì 29 agosto 2022

Quando l'infestazione di zanzara tigre fa rima con incapacità amministrativa dell'istituzione competente.





di Martina Luciani

Il Comune di Gorizia da anni dimostra l'assoluta incapacità a contenere le infestazioni di Aedes albopictus, insetto che assieme alle sue parenti strette Aedes koreicus e Aedes japonicus  è responsabile delle infezioni da virus Chikungunya, Dengue e Zika. Ovviamente i cittadini sforacchiati, pruriginosi e dolenti, protestano (qui un mio post del 2018)e lo fanno tanto più vigorosamente quanto più abbiano cura nella propria sfera privata di evitare le condizioni che causano la proliferazione degli insetti (cura del tutto inutile se attorno a casa propria nessuno agisce e niente accade). Alle proteste - ed ora anche al probabile caso di West Nile Fever, che con la zanzara tigre però nulla ha a che fare, come conferma l'Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie - segue di prassi una bella dose di insetticida, che serve a quasi niente e danneggia l'ambiente, visto che colpisce tutti gli insetti adulti senza distinzione tra cattivi e buoni, brutti e belli, e difficilmente interferisce con le larve, in breve pronte a sostituire le popolazioni soppresse. 


di Martina Luciani

Pensavo che l'ordinanza del sindaco di Bolzano, che impone, fino a tutto ottobre, ai soggetti pubblici e privati determinate azioni in materia di lotta alla zanzara tigre, fosse la più aderente alle effettive problematiche che consentono le infestazioni delle zanzare, anche perchè si inserisce nel programma comunale specifico ( Zanzara tigre, fondamentale la prevenzione - YouTube, dal minuto 3.09) e nel contesto delle attività svolte dalla Provincia autonoma, che ha un gruppo di lavoro espressamente dedicato ed effettua anche i monitoraggi sul territorio per seguire l'andamento delle infestazioni. 

Ma ho scovato un Comune che prevede qualcosa in più rispetto al divieto di mantenere acque stagnanti e all'ordine di effettuare i trattamenti larvicidi anche nelle proprietà private.

Il Comune di Marmirolo, in provincia di Mantova, con l'ordinanza 17 del 27 aprile 2022, ha preso atto, in linea con  tutti i Comuni dotati di capacità di gestione del territorio e di prevenzione dei rischi sanitari, che 
la principale azione per limitare le infestazioni è la rimozione dei focolai larvali con i trattamenti larvicidi; e che le misure straordinarie vanno rivolte non solo alla generalità della popolazione presente sul territorio comunale e agli enti pubblici ma anche “in particolare alle imprese ed ai responsabili di aree particolarmente critiche ai fini della proliferazione del fenomeno, quali cantieri, aree dismesse, piazzali di deposito, parcheggi, altre attività produttive che possono dar luogo anche a piccole raccolte di acqua e conseguenti focolai di sviluppo larvale”.

Quindi, il sindaco di Marmirolo, così come il sindaco di Bolzano, oltre a ordinare i soliti comportamenti diretti a evitare i ristagni d’acqua e i soliti trattamenti negli spazi di proprietà privata e i trattamenti antilarvali, ordina in alternativa di procedere alla chiusura degli stessi tombini, griglie di scarico, pozzetti di raccolta delle acque meteoriche con rete zanzariera, ovviamente integra.
Zanzariere sui tombini e sui pozzetti: una cosa che all’Ufficio ambiente del Comune di Gorizia non si può nemmeno immaginare. Invito pertanto i tecnici comunali a venire a casa mia e vedere come si fa, non è difficile e funziona.