martedì 28 agosto 2018

Il Battaglione fantasma del Kanin, di nuovo su Alpinismo Goriziano del Cai di Gorizia.

A firma di Cheto Paulet, sul numero 2/2018 di Alpinismo Goriziano ( già on line)  un racconto che ha come protagonista il Battaglione fantasma che sempre si aggira sull'acrocoro del Kanin.


di Martina Luciani

E' un diario assai intrigante, quello di Cheto Paulet, che ci riporta al 1953, quando le tensioni tra Jugoslavia e Italia determinarono lo schieramento delle forze militari di entrambi i Paesi lungo il confine, da Muggia a Tarvisio.
In quella circostanza il narratore, alpino della "Feltre", era distaccato con il suo plotone al Gilberti.
Nel corso di un'operazione di sorveglianza, scendendo dal monte Ursic, a Paulet e al suo compagno toccò l'esperienza, tutt'altro che rara lassù, di sentire, dentro un improvviso e fitto banco di nebbia, il rumore dei passi di persone dietro a loro, accanto a loro fino a dissolversi  più avanti.
Svanita all'improvviso la nebbia, nulla, niente tracce nella neve e nessuno in vista.

Fu, quello, l'incontro personale di Paulet con il Battaglione fantasma del Kanin, che molti hanno descritto, anche con qualche impressionante variante, come Dario Marini sul numero 4 di Alpinismo Goriziano del 2006.
Ho avuto modo di sentire questa curiosa esperienza da altri che l'hanno sperimentata in tempi recentissimi, durante un campo speleo sull'altopiano.

XII Battaglia dell'Isonzo. 24 ottobre 1917, gli schieramenti italiani nella conca di Bovec sono annientati; il maltempo imperversa, si interrompono i collegamenti, le truppe in quota, a difesa del Monte Rombon, sono isolate, ripiegano su Sella Prevala.  Ci arrivano, nella neve alta, il giorno dopo, e tengono la posizione nonostante i ripetuti attacchi delle truppe austriache.  Resistono, in realtà inutilmente (siamo in piena rotta di Caporetto), finchè si trovano completamente tagliati fuori, impossibile scendere a Nevea, ormai presa dagli Austriaci arrivati dal Predil.
Tanta neve, niente munizioni, niente cibo, unica prospettiva di salvezza attraversare in quota per cercare di scendere in Val Resia o verso Chiusaforte. Chi ci riuscirà, sopravvivendo a condizioni estreme, finirà prigioniero degli Austriaci. Ma un reparto scompare. Cheto Paulet, dice che quelli che vagano tra le tra i valloncelli e gli abissi del Kanin sono gli alpini del Dronero, morti nelle bufere di neve e tra i dirupi. E che il passato si è impresso nel calcare, come se fosse stato registrato, riaffiorando a volte: le rocce parlanti, è un'idea ricorrente, nelle storie degli uomini di ogni tempo e luogo.

Rimandando per approfondimenti sul Battaglione fantasma alla lettura di un articolo di Franco Gherlizza, propongo anche il racconto di Fabio Marson, su Bora.la, dove si ricompone almeno in parte il vasto puzzle di misteri che si conservano sul Kanin.
Ed in questa prospettiva (tante leggende non pervadono gli stessi luoghi per caso) vorrei suggerire a Cheto Paulet di considerare (...non so perchè, ma ho idea l'abbia già fatto...) che forse lassù, in quel mondo dove abissi spaventosi (per noi non speleologi) congiungono il cielo e il sole con le profondità ctonie e le oscurità insondabili persino dalle lampade frontali, accadono cose che non sono solo semplici registrazioni, ma manifestazioni del "giro d'aria" di porte che si aprono e chiudono tra il " sopra" e il "sotto", e tra le scansioni ( tutte umane) del tempo che scorre.



1 commento:

Unknown ha detto...

Ho provato una situazione simile nelle gallerie del monte Cengio in novembre del 2012.