martedì 17 marzo 2020

Concorsi letterari. Sapete che faccio, il mio racconto "selezionato" lo pubblico qua.

Si intitola La Cappellaia il racconto inedito che ho inviato ad un molto pubblicizzato concorso per narrativa friulano-giuliana. Ma qualcosa non mi torna, non ho capito chi componga la giuria, quali i criteri adottati, come - in brevissimo tempo dalla scadenza per l'invio - sia già stata compiuta la selezione dei lavori ( soli 6 giorni), chi siano gli altri autori scelti per la pubblicazione. Insomma, grazie per l'onore di esser stata selezionata, ma preferisco non partecipare all'antologia e, sperando che qualcuno si diletti di racconti, il mio lo pubblico qua. Ricordando con tenerezza la vecchia signora che fu, al tempo in cui si svolge la storia, una delle giovani che lavoravano nel laboratorio della Cappellaia.



LA CAPPELLAIA

di Martina Luciani



“Andreina! Andreina!” gridò  la Signora Cappellaia, dal salottino dove teneva i registri e riceveva le clienti, con la solita voce fastidiosa che  usava esclusivamente con le sue dipendenti. Andreina si alzò dalla sua sedia, la prima attorno al grande tavolo a “U”, la sedia dell’apprendista ultima arrivata.   
Non sollevò nemmeno lo sguardo verso le sue quattordici compagne di lavoro, le umiliazioni di quelle prime giornate di apprendistato nel grande laboratorio di modisteria le producevano un costante bruciore agli occhi, quello che annuncia  lacrime irrefrenabili.   

Purtroppo di quel lavoro, ottenuto grazie ai buoni uffici di una parente, aveva bisogno, disperatamente bisogno. Ma la delusione era tal quale una sofferenza fisica, tanto più che il primo giorno si era presentata entusiasta invece che intimorita, si era immaginata che lavorare a far cappellini  fosse un modo per entrare in un mondo migliore di quello  sofferente cui lei apparteneva, un mondo dove la bellezza degli oggetti  compensasse  la bruttezza degli eventi degli anni precedenti, dove se una come lei poteva, con le sue mani, assemblare colori armoniosi  e forme aggraziate voleva dire che la vita poteva  riservare anche a lei cole, armonia e grazia.

Il laboratorio aveva una sua celebrità, in tutta Trieste, e nonostante la fine della grande guerra fosse appena dietro le spalle e il futuro apparisse incerto e persino poco rassicurante, lavorava moltissimo. A togliere il gusto, quasi l’obbligo, dell’eleganza femminile non era bastata la dissoluzione dell’Impero asburgico, le lacerazioni nel tessuto multilingue e pluriculturale su cui era disegnata la mappa urbana,  le inquietanti evoluzioni politiche, la contrazione economica post bellica e l’evidente dilagante povertà della comunità cittadina, la scomparsa di un ceto benestante di lingua tedesca che aveva, volente o nolente, abbandonato i ranghi dell’amministrazione pubblica sostituito da funzionari giunti dal Regno d’Italia.
I negozi di tessuti, nonostante la difficoltà degli approviggionamenti, avevano riaperto, le nuove sartorie avevano sostituito quelle vecchie, e altrattanto valeva per le modisterie. La Signora, con notevole spirito commerciale, da un giorno all’altro, si era audacemente buttata nell’ impresa non da poco di fondare un laboratorio di modisteria tutto suo. E aveva fatto bene, il mestiere  lo conosceva  a fondo perché per anni aveva lavorato in un blasonato laboratorio della città, chiuso in fretta e furia dai proprietari,  che se ne erano tornati alla natia Vienna, chiudendo baracca e burattini in soli quindici giorni dopo  l’arrivo nel porto della nave che trasportava nella capitale imperiale  le salme dell’arciduca Francesco Ferdinando e della moglie, assassinati a Sarajevo.    
In quegli anni di lavoro da dipendente si era costruita una personale reputazione, erano lodatissime dalla danarosa clientela la sua perizia e la sua creatività.
Sostenuta da una certa avvenenza e da un che di provocatorio nei modi che l’abbigliamento monacale da lavoro non riusciva a celare, aveva anche strizzato l’occhio, e non solo, a diversi dei mariti che accompagnavano le consorti troppo eccitate e occupate a scegliere e provare cappellini per accorgersi che i coniugi erano distratti dallo sguardo sfrontato e dal misurato ma inequivocabile ancheggiare della giovane che le assisteva negli acquisti.
Quindi, al momento di realizzare il progetto del suo laboratorio e per ottenere gli opportuni appoggi finanziari e burocratici, aveva sollecitato e riscosso la complicità di segreti amanti che, per sua fortuna, dopo la guerra erano velocemente saliti ai vertici della nuova classe politica locale e che efficacemente l’aiutarono: un po’ per qualche rimasuglio di tenerezza e vecchi audaci ricordi, un po’ per saldare il conto di qualche notte appassionata e non aver più nulla a che fare con lei.
Il laboratorio occupava, comprendendo anche le stanze private della Signora, un intero piano del grande palazzo all’angolo della piazza, proprio accanto alla rumorosa stazione dei tram, dove Andreina scese in una già calda mattina d’estate, arrivando giù in città dalle alture del Carso, da casa sua a Opcina, anzi Opicina in buon italiano.

Andreina aveva respirato profondamente prima di varcare il signorile portone d’ingresso, arricciando un po’ il naso perché era ancora forte il puzzo del fumo causato dal terribile incendio del Narodni Dom, e dell’intero edificio che, in una via lì accanto, ospitava la Casa nazionale degli sloveni della città.
Salita in fretta al primo piano, aveva suonato con cortesia e decisione al campanello, ed era entrata con il suo bel sorriso, pieno di gioia appena appena velata dalla timidezza, salutando con un buongiorno che assolutamente non tradiva l’uso familiare del dialetto sloveno. Come prudentemente suo padre, dal letto dove era bloccato dalla malattia, le aveva raccomandato la stessa mattina, prima che lei corresse via da casa verso la sua nuova vita.
Da quel giorno, quello era stato il suo ultimo sorriso.

La Signora Cappellaia era piccola di statura, grassoccia, agghindata da troppi merletti  sui quali scintillava un triplice filo di perle, i capelli ancora biondi riuniti in una complicata treccia, invece che avvolta attorno al capo, come ancora qualcuna usava, giovanilmente appoggiata sul petto insieme a pizzi e perle. Poteva sembrare – oh per un attimo soltanto -  una vecchia zia, amabile e noiosa.   
Ma dopo le prime poche parole pronunciate dalla Cappellaia, in un italiano che tentava con l’affettazione di celare la cadenza dialettale di cui risuonavano i vicoli malfamati della Citta Vecchia, Andreina  si sentì l’essere più spregevole ed incapace dell’universo mondo, così infimo che nemmeno la dedizione totale al lavoro e la conquista della più grande perizia avrebbero potuto consentirle una condizione di maggior dignità.
Al primo incontro, e poi ogni volta che un’occasione offriva il destro per i rimbrotti, la Signora fu esplicita: il fatto che Andreina fosse stata accettata come apprendista dipendeva solo dall’adempimento  di un vecchio obbligo di gratitudine, al quale non c’era stato modo di sottrarsi, della Cappellaia verso l’anziana prozia di Andreina. Non fu spiegato che la vecchietta in questione  aveva relazioni personali che le garantivano in città una certa influenza, grazie ad un forte legame di vecchia data con l’aristocratica romana moglie dell’avvocato capo del Fascio locale. Un personaggio emergente,
avviato con successi crescenti ai vertici della politica nazionale, di cui tutti conoscevano la spregiudicatezza e del quale, proprio in quei giorni, si sapeva perfettamente quanto avesse avuto a che fare con l’incendio del Narodni Dom. Insomma, un diniego alla richiesta di assumere Andreina avrebbe potuto innescare un qualche imbarazzo, inopportuno per gli affari e per il quieto vivere.   

Non c’era nulla di quanto Andreina avesse fatto in quelle terribili prime giornate che non fosse stato stigmatizzato con disprezzo dalla Cappellaia, che appariva magicamente alle sue spalle proprio nell’attimo in cui un pezzo di feltro scivolava dal tavolo a terra, un rotolo di nastro si ingrovigliava, un ago le scivolava tra le dita per infilarsi a terra in una fessura del pavimento di legno, la forma di legno su cui modellare una calotta si ribaltava con un tonfo.
Andreina  incassava come colpi sulla schiena i rimbrotti, mormorava delle scuse, il dispiacere la ingobbiva al suo posto di lavoro e diventava ancora più maldestra.
Se sui volti delle sue compagne ci fossero, in quei momenti, espressioni di ironia o di solidarietà, questo Andreina non lo sapeva: la vergogna e l’imbarazzo di essere continuamente ripresa e trattata da inetta arrossavano le sue guance, la facevano tenere gli occhi bassi, ancor più bassi sul lavoro tra le mani tremanti.
Al termine della giornata, ogni sera, fuggiva a prendere il tram, senza scambiare una parola con le altre ragazze, sgattaiolando tra i gruppetti che cicalecciavano nello spogliatoio dove riponevano i camici neri e le sopra maniche e si preparavano per uscire.

“Andreina!” il richiamo fu ripetuto con minacciosa asprezza. Si alzò di scatto dalla sedia e girando attorno al grande tavolo si diresse verso lo stanzino attiguo. Era la metà del pomeriggio, l’ora del bicchier d’acqua per la Signora Cappellaia, incombenza che per consuetudine toccava alla nuova apprendista.
Nei giorni precedenti, da quando aveva cominciato a lavorare,  l’incarico di portare da bere alla Cappellaia l’aveva sostenuto qualcun’altra delle lavoranti, perché Andreina era stata mandata a fare delle consegne, sostituendo il fattorino che - così i mormorii spaventati delle compagne - era stato conciato male durante i tafferugli avvenuti a contorno dell'incendio del Narodni Dom.
Ma stavolta, ormai rientrato al suo posto il fattorino con un po’ di lividi sul volto, era arrivato per forza il suo turno, glielo aveva gracidato la Cappellaia stessa al termine dei consueti rimproveri del primo mattino.

Nello stanzino, sopra un tavolo, c’era la bottiglia d’acqua di Vichy, preparata come al solito dalla cameriera personale della Cappellaia. Accanto un vassoio, con una tovaglietta di pizzo d’Idria, e un grande bicchiere di cristallo.
Andreina versò l’acqua nel bicchiere, le bollicine produssero nel silenzio un rumore che le sembrò quello di una cascata. Sospirò. Certamente sarebbe accaduto qualcosa di terribile nel tragitto verso il salottino della Signora. Sollevò cautamente il vassoio, controllando l’oscillazione dell’acqua rientrò in laboratorio.
Si trovò di fronte Leonora, la più esperta delle lavoranti, alta, bella, il volto incorniciato da una gran massa di capelli chiari a stento trattenuti da un fermaglio. Leonora la guardava con il viso serio, eppure gli occhi azzurri le brillavano divertiti.
Prese con delicatezza il vassoio dalle mani di Andreina e nel voltarsi verso il tavolo le ammiccò, come a voler dire “…stai a vedere”.
Tutte le altre quattrodici ragazze si erano silenziosamente alzate ed erano in piedi alle spalle delle loro sedie.Leonora si avvicinò all’estremità destra del tavolo e porse il vassoio alla prima compagna. E questa, accennando una specie di comica riverenza, intinse il dito nel bicchiere, tutto quanto, con attenzione a non far schizzare fuori l’acqua. Poi fu la volta della ragazza seguente, e di quella più oltre.
Leonora avanzava reggendo il vassoio con solennità, come se stesse compiendo un rito, mentre le ragazze una dopo l’altra intingevano l’indice, svelte e caute complici ben affiatate. Nemmeno una goccia venne versata.
Milioni di piccolisimi peli dei feltri maneggiati per ore e ore dalle ventotto mani operose finirono nell’acqua di Vichy, invisibili oltre le sfaccettature del cristallo ed appena percettibili, anche a chi non fosse presbite come la Cappellaia, sulla superficie del liquido.
Terminato il giro, Leonora si avvicinò ad Andreina.
“Tocca a te” sussurrò, e pareva si stesse raggiungendo l’apice di una cerimonia di iniziazione, tanto era misterioso il tono della sua voce.
“Se ne accorgerà”, rispose quasi senza voce Andreina, terrorizzata.
“Mai successo. Lo facciamo ogni giorno, da tanto tempo. Muoviti, su’”.  
E con sicurezza aggiunse:”Si sveglierà cappello, un giorno, la Signora”.
Andreina intinse lentamente il dito nell’acqua fresca, badando a non gocciolare prese il vassoio e si diresse verso il salottino.

Entrò, la Cappellaia, immersa nei suoi merletti nonostante il caldo estivo, stava alla scrivania, leggendo delle carte. Non guardò nemmeno Andreina, allungò la mano verso il vassoio che la ragazza le porgeva, prese il bicchiere e lo vuotò in poche sorsate.
Andreina la fissava quasi in trance, persino ritardò una frazione di secondo ad allungarsi per recuperare con il vassoio il bicchiere che la Cappellaia, sempre senza voltarsi e continuando a leggere, stava restituendo. Lo colse al volo con un breve slancio, evitando per un nulla che finisse a terra.
“Sei incredibilmente stupida e maldestra” chiocciò l’altra, fissandola con derisione da sopra gli occhialetti.
“Certo Signora”, rispose con deferenza Andreina, e quasi rideva.
“Un giorno ti sveglierai cappello”, le promise mentalmente, guardandola bene in faccia.
Si voltò, inciampò sull’orlo di un tappeto, bloccò il bicchiere sul vassoio con il palmo della mano e uscì urtando con fracasso lo stipite della porta.
Ma che importava, già la vita si era fatta meno dura, la stanza delle lavoranti non pareva più un luogo sconociuto e ostile, l’ora di andar via meno lontana.
Le compagne, tutte ritornate al lavoro, erano più vicine mentre Andreina si risiedeva al suo posto, cogliendo quattordici sorrisi, luccicanti di simpatia e malizia, sopra quattrodici cappelli quasi terminati.




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