lunedì 27 agosto 2018

Gesù non aveva le scarpe.

Questo non è un post. E' un racconto. Dalle memorie di una meravigliosa signora che non c'è più. 



di Martina Luciani


Tereza, o meglio Rezi, avrà avuto allora si e no otto anni: già dolore e guerra avevano spezzato tanti incantesimi del suo cuore, e tuttavia lei continuava generosamente ad inondare il mondo con il gioioso candore e l’incontenibile entusiasmo con i quali si manifestava l’eccezionale qualità della sua energia vitale.
E che solo le impietose sorti della sua lunghissima vita riuscirono, seppure solo in piccolissima parte, ad affievolire, come quando il fuoco vigoroso senza ossigeno si immalinconisce in una fiammella pensierosa. Oscurandosi di blu e viola.
Nello stesso modo, innumerevoli decenni dopo, gli occhi di Tereza a volte si oscuravano di rimpianto per la perduta emozione infantile del  vivere ogni attimo in prossimità di qualcosa di meraviglioso e perfetto che sta per accadere. Per esserci donato: e così sempre quel suo rimpianto aveva un che di tenerezza, un sorriso di gratitudine per tutti i ricordi tanto belli e cari che nessuno poteva portarle via.
Ma alle volte diventava rabbia tagliente, soprattutto quando lei doveva fare i conti non solo con le asprezze del proprio destino ma anche con la slealtà e  l’ingiustizia subite da altri: che le vittime fossero i vicini di casa o i contadini di una risaia cinese, per lei era uguale.  
 
I maledetti ce la rubano, la bellezza della vita -   diceva  agitando le grandi e forti mani e diventando roca da tant’era emozionata - ce la strappano via, proprio a noi che non chiederemmo null’altro se non cantare come quel merlo là fuori, sull’albero, le lodi al Creato e  al suo Creatore.
Si sentiva costretta a dubitare che il mitico mondo della sua infanzia fosse il delirio di una vecchia zitella: e questo produceva smarrimento, agitazione, reale sofferenza fisica.
Quando la ricordo infuriarsi così, magari dopo aver sentito le solite nefandezze alla radio, che lei con brevi tocchi ai pomelli della sintonia pilotava tra un notiziario e l’altro, aveva già ottant’anni suonati ed una forza inusitata per la sua veneranda età. Ma senza quella forza non avrebbe potuto attraversare il Novecento con tanta lucidità e allegria, con un cognome sloveno e importante, tre o quattro lingue parlate perfettamente, profuganze e miseria, un cognato siciliano, un fratello partigiano, una sorellastra in Francia, un fratello a Torino e un altro sindaco del paese natale,  parenti sparsi in mezza Europa.  

L’inizio della guerra – che poi chiamarono Prima e Grande –minacciava grandemente il suo paese natio, in una conca aperta e soleggiata lungo la valle dell’Isonzo sorvegliata da un candido e vasto massiccio calcareo, il Kanin: parlando con me, di solito diceva Plezzo, in italiano, ma a volte Bovec in sloveno, Plez in friulano e anche Flitsh in tedesco, sempre quello è.

Salvare almeno la vita e quel che si poteva stipare in una valigia: molti, moltissimi se ne erano fuggiti per tempo, finendo nei campi profughi organizzati dall’amministrazione austroungarica. Altri avevano resistito finchè le bombe degli uni e degli altri ( ma che importanza aveva mai di chi fossero le granate che riducevano in sassi la tua casa? ) resero insostenibile il ritmo della lugubre orchestra che mai zittiva, mentre  il fronte sanguinoso avanzava ed arretrava con crudele capriccio, incurante di dividere in due la piazza, il cimitero, le case stesse del paese.

Io non so perché il padre di Rezi, Leopold, non avesse abbandonato il paese con i figli; la mamma era morta nel 1913, forse a lui che tanto l’aveva amata premeva ormai solo mettere tutti i bambini al sicuro, a casa di conoscenti che abitavano lontano, in una zona lontana dalla guerra. Rezi ricordava solo che, per inappellabile decisione paterna, venne organizzata la partenza, con i suoi tre fratelli e con sua sorella.
Qualcuno del paese era stato incaricato di badare a loro nel viaggio ma, nella concitazione e nel succedersi di mille inconvenienti, tra colonne militari e ondate di profughi in movimento, Rezi perse di vista i fratelli e si ritrovò sola, affidata al buon cuore di chi le disse “vieni con noi”.

Andava quel gruppo che l’aveva accolta in un villaggio in Carniola, lontano tanto da Plezzo quanto dal paese dove erano diretti i suoi fratelli: le spiegarono che a Stična c’era un piccolo campo per accogliere i poveracci che non sapevano dove mettersi in salvo, e che là qualcuno l’avrebbe aiutata. Così seguì la marea, mentre al gruppo man mano si accodavano altri profughi, e il loro cammino risuonava di parole desolate in sloveno, in italiano, in friulano, in dialetti dal timbro tedesco….
Giunsero a Stična.  
Fino a quel momento Resi non si era mai persa d’animo. Ma lì, in quella terribile confusione, per la prima volta da quando era cominciato il suo solitario viaggio pianse: esiliata dal suo mondo, dai suoi affetti, circondata da sconosciuti, strappata dalla sua vita di bimba nata in una famiglia affettuosa e facoltosa, affamata, impaurita, improvvisamente privata di tutto. Persino delle scarpe.
Perché Resi era rimasta proprio senza scarpe. Rotte, perdute, chissà.
Il fatto, in realtà, non le procurava particolare turbamento: senza scarpe si era ritrovata spesso. Fino a qualche mese prima, appena le riusciva, scappava da casa, e vagabondava per boschi e vallette piene di profumi e creature amiche, togliendosi le scarpe per guadare un rivo e dimenticandosele dove capitava, per accorgersi  solo al ritorno di esser scalza. La sua anima libera e misteriosa era fatta così: con i piedi nudi.
Nello smistamento dei profughi, Resi ebbe fortuna: qualcuno, impietosito alla vista di questa bimbetta tutta sola, invece di mandarla nelle baracche dei profughi, se la portò con sé, promettendole di mettersi in contatto con il padre lontano e farla venire a prendere appena possibile. In poche ore, Resi trovò rifugio, accolta dalla famiglia speciale: una mamma e otto figlie.
Una tribù femminile governata da un gran cuore materno che, come unica formalità, aveva suggellato l’arrivo di Resi dichiarando “ che bello avere nove figlie”. Quando poi si seppe che Resi era orfana di madre e che lungo la via dell’esilio  era stata divisa dai fratelli ed aveva proseguito per giorni e giorni tutta sola, i sentimenti per lei si fecero così forti e manifesti che Rezi, per tutta la vita considerò quella la sua seconda famiglia, chiamò vice-mamma quel tesoro di donna e sorelline le fanciulle che le si erano strette attorno con tenerissimo affetto.
Ritmi ed abitudini della convivenza erano ovviamente complessi e vari, in andirivieni continuo con il sottofondo trillante di inesausto cicaleccio: così  nei primi giorni di convivenza nessuno aveva fatto caso al fatto che Resi zampettasse scalza.

Si avvicinava il giorno del Corpus Domini ed il villaggio – dominato e protetto dalla grande mole del monastero dei Circestensi, dove si era rifugiato persino l’arcivescovo di Gorizia, monsignor Sedej – si apprestava, nonostante la guerra, a celebrare la festa, con tutta la solennità possibile.
Ogni casa era animata da preparativi del più vario genere, e dai boschi attorno erano giunti grandi rami verdi, che erano stati infissi ai lati della strada principale, così da affiancare la processione con ombrosi filari. Al mattino presto ci sarebbe stato un piccolo mercato, come da molto tempo non si vedeva più, con i prodotti delle fattorie, delle malghe, di qualche artigiano, e molte famiglie dai paesi vicini ne avrebbero approfittato sperando in qualche buon affare: scorte per le dispense impoverite, forse un oggetto utile, forse un oggetto inutile ma così importante per dimenticare, un attimo almeno, di vivere in prossimità dell’apocalisse.
In un prato dietro la scuola era stata costruita una bella pedana di legno e la sera una microscopica orchestra avrebbe consentito a coppie sicuramente male assortite la breve smemoratezza dei passi di danza, sospinti dalla forza delle fisarmoniche e trattenuti dalla grazia dei violini.

Venne il Corpus Domini. La dolce mamma delle nove figlie, con quella femminile intraprendenza che fa creare con quasi  nulla le cose più graziose, diede la sveglia alla sua tribù donando ad ognuna delle ragazze un cestino di vimini adorno di fiori di stoffa. Resi fremeva dalla contentezza, era pronta a scappare da casa, con il suo meraviglioso cestino, e correre verso il mercato, verso il luogo di raduno della processione, e intrufolarsi tra la gente, vedere tutto, ascoltare tutto, impazzire di curiosità per tutto.
Stava già per infilare la porta, incurante del fatto che le sue otto sorelle adottive, ancora prese dai preparativi, tardavano: un’esclamazione accorata la fermò proprio sulla soglia.

La mamma se n’era finalmente accorta: pulito il vestitino, ravviati i capelli e legati con un nastro azzurro, splendente di colori il cestino – insomma una bambina ordinata e carina e non la solita folata di vento turbinosa – ma completamente nudi i piedi.
“Rezi mia, perché non hai messo le scarpe?”
“Non le ho – farfugliò Resi, cercando di sgattaiolar via dalla ferma presa con cui la mamma la tratteneva per entrambe le braccia.
“Cosa? Da quando? Signore santo, non è possibile…non puoi andare alla processione così…”.
“Ma anche Gesù andava a piedi scalzi…!”

Fu una giornata stupenda, Rezi quasi dimenticò la lontananza dei suoi fratelli, di suo padre, ed anche se nessuno se ne accorse la sua mamma morta le era vicina, ed entrambe si sentivano l’una per altra piene d’amore.
Fece la processione del Corpus Domini senza scarpe come Gesù.
Stranamente, ma non poi così tanto, non ci furono sassi appuntiti sul suo cammino, né chiodi arrugginiti, anzi, lì dove poggiavano i piccoli piedi scalzi, la strada, per il breve attimo del contatto, si faceva morbida e vellutata. E tutti i Gesù dipinti o scolpiti, nelle chiese, nelle case, nel monastero, nelle cappellette dei crocevia, nel paese, nella regione, in mezzo mondo, quel giorno sorridevano con tenerezza e per un po’ riuscirono a non pensare con sofferenza alla guerra, al dolore, alla follia degli uomini, ai campi di grano isteriliti, alle vette dei monti rosse di sangue.
L’indomani della festa, la dolce mamma di nove figlie riuscì a scovare, e nessuno seppe come, un robusto paio di sandali per Resi, appena più grandi di quel che serviva. Ma i bimbi crescono in fretta, si sa.

Alcuni giorni dopo, Rezi seppe che avevano rintracciato suo padre: la vice mamma le spiegò che si erano accordati affinchè lei restasse con loro, al sicuro, ed a scanso di altri guai non si cercasse di riunirla ai fratelli, finchè papà suo fosse venuto a prenderla…potevano volerci dei mesi…noi però siamo felici di tenerti qui a casa, anche per sempre. Lo disse in un modo così dolce, forte e delicato assieme, che Rezi si sentì assolutamente tranquilla e si dispose a vivere quell’esperienza come un’occasione fortunata. L’unica pena fu la nostalgia: ma subito si aprivano le braccia di quella donna benedetta, e stretta al suo cuore Rezi sentiva fluire sul suo dolore un balsamo miracoloso.

Finita l’estate, da un autocarro della Crocerossa, saltò fuori uno strano paio di calzature. Erano di cuoio, foderate di pelliccia, con una dura e sonante suola di legno: tra lo scarpone e lo zoccolo, monumentali ed indistruttibili, ma simpatiche, con il pelo che bordava l’imboccatura, deliziosamente calde e sorprendentemente morbide e comode.
La cosa più incredibile che Resi avesse mai viste. Ebbe quelle scarpe per sé.
Quando il gelo rese i luoghi ed il tempo immobili, e nel silenzio si sentivano rumoreggiare cannoni lontani, la gente del paese sbirciava dalle finestre un folletto irrefrenabile che, sulle sue suole lisce di legno, sfrecciava lungo i sentieri neri di ghiaccio tra le case, lungo i confini dei campi e dei frutteti, sulla discesa del colle del monastero, sfidando gravità ed equilibrio, evitando cumuli di neve, carriole abbandonate, tribù di galline affamate e vecchiette imbacuccate con la leggerezza e l‘abilità di un pipistrello.
Resi pattinò a quel modo finchè ci fu anche un solo metro di ghiaccio disponibile.
Quell’inverno di guerra fu tanto lungo;  vien da pensare che la primavera tardò forse perché almeno lei potesse sentirsi lieve e felice, tra l’odio e le lacrime che incupivano il mondo.

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