lunedì 4 luglio 2016

L'ultimo massacro a Dacca, la delocalizzazione delle imprese, il caos delle informazioni sui social e la difficoltà a gestirle oltre l'emozione.



Cominciamo a mettere le cose in ordine, che qua rimbalzano informazioni frullate tra di loro e vien fuori un'onda di dati incoerenti. Partiamo da due presupposti: l’emozione terribile per l’assassinio degli italiani a Dacca, inclusa, nelle ultime ore,  la questione dell’attribuzione della responsabilità del massacro che ha implicazioni enormi;  e la gestione delle relative informazioni sui social.
A latere ci mettiamo un controllo delle etichette sulle Tshirt nei nostri cassetti.


 di Martina Luciani


Dopo la strage di Dacca, sui social sono apparse informazioni e dichiarazioni del più vario genere. Uno di questi filoni segue l’interrogativo: cosa ci fanno le imprese italiane in Bangladesh.
Eh, abbiamo voluto la globalizzazione, accettiamone le conseguenze; oppure governiamola in modo severo e senza compromessi . Come ad esempio tenta di fare la Clean Clothes Campaign. Se non scegliamo la seconda opzione, inutile meravigliarsi e indignarsi di fronte all’abuso sistematico di mano d’opera che rende molto, moltobconveniente la delocalizzazione e lo sfruttamento della mano d’opera straniera nei paesi d’origine.
Poi è scattata una seconda fase, imperniata sulla presunta morte l’anno scorso di un migliaio di bambini illecitamente impiegati nelle fabbriche bengalesi. ( preciso l’uso di questo termine, invece dell’orrendo bangladeshi: Banga desh significa  paese dei Bengalesi)
Andiamo per ordine. I crolli e incendi in fabbriche del Bangladesh avvengono sistematicamente, più o meno con il ritmo con cui noi comperiamo capi di vestiario low cost con l'etichetta che testimonia la provenienza da quel paese. Nel 2013 ne sono avvenuti due, che abbiano avuto menzione sulla stampa. E chissà quanti altri di cui ufficialmente non si sa. Sono morte oltre 1200 persone nei due disastri: Clean Clothes Campaign, per il crollo del solo Rana Plaza, ne ha contate 1.138, con 2500 feriti.
Le notizie e le considerazioni relative al migliaio di bambini periti nel 2015, o nel crollo e nell’incendio del 2013, o in successivi, sul web non hanno conferma: sono deduzioni, accavallamenti, aggregazioni successive di frammenti mal gestiti . Ma la cosa pazzesca di questa notizia errata ( che ci indigna e spaventa, ed a me va benissimo che produca questo effetto)è che ci concentra su un dettaglio e non ci fa scorgere l’insieme. 
Secondo i dati dell’Unicef ci sono circa un milione di bambini tra i 10 e i 14 anni che lavorano nelle oltre 7mila fabbriche abusive del Bangladesh. A cui si aggiunge, in tutto il Paese, l’assenza di rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, di norme di sicurezza, di contratti decenti. L'impiego di bambini avviene nelle fabbriche abusive, di piccole dimensioni, dove qualsiasi controllo è eluso, che lavorano prevalentemente per il mercato locale e solo parzialmente attraverso sub sub appalti per industrie straniere. Claudio Montesano Casillas, un fotografo italo-messicano di base a Dacca, ha fotografato le terribili condizioni in cui i bambini bengalesi sono costretti a lavorare nelle fabbriche abusive della capitale.
Nemmeno si può scrivere che i bambini illecitamente utilizzati sono pagati un euro al giorno, perchè  questo significherebbe che sono ricchi: la media è invece di 10 euro al mese, anche meno (con rare eccezioni al rialzo).
 Ci sconvolgono i numeri e le implicazioni ( chi lavora non va a scuola, resterà tutta la vita carne da macello oltre ad essere privato dei diritti fondamentali dell'infanzia e sfruttato vergognosamente). Però ricordiamocelo anche quando comperiamo per pochi euro la maglietta con le pailettes o le perline pazientemente cucite e non ci domandiamo minimamente quante ore di lavoro ci son volute e di chi sono le dita sottili e flessibili necessarie per quell’opera.  
 Nel rogo e nel crollo del 2013 due le aziende italiane coinvolte, Benetton e Piazza Italia.
Il Fatto quotidiano se n'è occupato ampiamente, anche di recente, ed anche a proposito degli indennizzi compensativi alle famiglie. Molte altre società sono straniere. H&M, ad esempio, messa sotto accusa per l'incendio in una fabbrica in Bangladesh nel 2015.
Quello che vorrei evidenziare è il doppio effetto dell’incessante fluire delle informazioni sul web e la scarsa attitudine dell’utente a verificare: leggiamo, veniamo a conoscenza di quantità enormi di dati
(spesso avulsi dai contesti in cui erano originariamente inseriti) produciamo emozioni, le ributtiamo nella corrente e passiamo oltre,  elaboriamo senza approfondimenti personali ( sarebbe impossibile, non c’è tempo), non gestiamo convinzioni abbastanza sviluppate da  trasformarsi in azioni conseguenti e coerenti. A me questa cosa fa veramente paura.
Comunque, dopo aver elucubrato, andiamo a leggerci un po’ di etichette nei cassetti di casa. C'è da impensierirsi. E se anche trovassimo, per scelta o per caso, la scritta made in Italy, o similari, approfondiamo un po’: se l’indirizzo della ditta, ad esempio, è di Prato, secondo voi cosa significa? O a Mirano? O a Reggio Emilia?
E’ evidente che la stragrande maggioranza di noi non può permettersi di comperare capi di vestiario targati Cucinelli, il magnate illuminato del cachemire che rende felici i suoi dipendenti, ma forse abbiamo dei margini di intervento. Primo passo, ridimensionare le nostre necessità e calmierare l’edonismo che, anche attraverso l’abbigliamento, ci rende protagonisti di un consumo esasperato; secondo passo, trasferirci nelle dimensioni della equità, reciprocità e sostenibilità quotidiana. Terzo passo: riflettiamo sulla quantità di gratificazione di cui abbiamo bisogno per sfuggire alla cupezza del vivere contemporaneo, e vediamo in questo conteggio di investire  con consapevolezza e senso di amicizia, solidarietà e responsabilità verso gli altri esseri umani e verso l’ambiente, sistema globale pure lui. 

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ma veramente i bengalesi fanno lavorare I loro bambini? Che gentaglia barbagia.

Piazza Traunik ha detto...

veramente siamo noi che facciamo lavorare i bambini dei bengalesi, perchè potremmo anche fare in modo che vadano tutti a scuola!

Anonimo ha detto...

No, mi dispiace, noi non facciamo proprio un bel niente. Il Bangladesh fa tutto da solo, è una nazioni autonoma e in di pendente. Ha un governo, e un popolo che puo' è deve autodeterminarsi. Se per loro è normale far lavorare I bambini è loro colpa e responsabilita', non nostra.